Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Elezioni: istruzioni per l’uso del ‘battiquorum’/ L’egemonia della tecnica economica sull’autonomia del politico

La legge 270/2005 (altrimenti nota come “Porcellum”) prevede che la coalizione o il partito che consegue il maggior numero di voti, senza alcuna soglia da superare, conquista il 55% dei seggi alla Camera (340 deputati) mentre per assicurarsi il controllo del Senato la vittoria deve essere spalmata su tutte le regioni, perché in quel caso il premio di maggioranza è a livello regionale.

Ad ogni modo, in entrambi i casi, difficilmente un partito può farcela da solo, anche per l’esistenza di una soglia di sbarramento per le coalizioni che è del 10% alla Camera e del 20% al Senato.

Risulta quindi forte la tendenza a coalizzarsi per ottenere il primato.

Infatti, come abbiamo già segnalato in apertura, sulla carta basta anche un solo voto in più per spedire gli avversari all’opposizione.

Non solo: il fatto di marciare compatti assieme ad altri “fratelli maggiori” consente ai partiti più piccoli di avere in mano una chiave in più per oltrepassare le soglie di sbarramento.

Perché se si è coalizzati, per entrare in Parlamento, basta il 2% alla Camera e il 3% al Senato.
La novità della legge 270/2005 risiede proprio nell’introduzione del concetto giuridico di coalizione, che risulta dalle dichiarazioni di collegamento effettuate dai partiti all’atto del deposito dei propri contrassegni presso il Ministero dell’Interno.

Le liste si collegano in una coalizione attraverso dichiarazioni reciproche, grazie alla sottoscrizione di un programma elettorale comune e l’indicazione di un leader dello stesso schieramento che in genere coincide con la persona proposta come premier in caso di vittoria.

Ma non si tratta di un’elezione diretta del presidente del Consiglio, dato che secondo la Costituzione, quest’ultimo viene designato dal Capo dello Stato.

Non tutti i partiti, però, che ottengono una quota dei voti validi avranno i propri rappresentanti in Parlamento.
La legge 270/2005 fissa, infatti, una soglia di sbarramento per la Camera e un’altra soglia, più elevata, per il Senato.

Alla Camera è del 4% per il partito che si presenta da solo.
Per le forze politiche coalizzate (a patto che la coalizione ottenga almeno il 10% dei voti) la soglia si abbassa al 2%.

Al Senato, che viene eletto su base regionale, la soglia di sbarramento è molto alta: l’8% per i partiti non coalizzati.

Tuttavia nel caso in cui una coalizione superi il 20% i partiti a essa apparentati devono superare una soglia di sbarramento più bassa, fissata al 3%.

Sono previste inoltre riserve di seggi per le minoranze linguistiche, e il recupero dei cosiddetti “migliori perdenti”: quei partiti, cioè, che all’interno di una coalizione risultato aver ottenuto la percentuale più alta fra quelli che non hanno raggiunto il 2%. Questo fatto, però, con ogni probabilità potrà essere possibile soltanto all’interno della coalizione vincente grazie al premio di maggioranza: per quelle perdenti non dovrebbero esserci quozienti disponibili in questo senso.

Da notare, infine, che il quoziente per l’assegnazione dei seggi sarà ottenuto dalla divisione del totale dei voti validi conseguiti dalle coalizioni e dai partiti che avranno superato le soglie di sbarramento e il numero dei seggi da assegnare (alla Camera su base nazionale, al Senato su base regionale.)

Franco Astengo

 

L’EGEMONIA DELLA TECNICA ECONOMICA SULL’AUTONOMIA DEL POLITICO 

Le complesse vicende della crisi finanziaria esplosa a livello globale e il loro riflesso sul pensiero e la realtà politica dell’Occidente, e in particolare, dell’Europa hanno prodotto l’affermarsi di una vera e propria egemonia della tecnica economica sulla realtà di governo a livello comunitario e, sia pure in maniera articolata, dei singoli Paesi: al riguardo dei quali, in ogni caso, appare sfumare quell’accelerazione nel processo di dismissione della realtà dello “Stato-Nazione” che molti avevano pronosticato avvenisse in tempi brevi.

La pretesa dell’affermazione piena del marginalismo quale fattore teorico fondamentale su cui si è basata l’offensiva neo-liberista fin dagli anni’80 ha quindi prodotto, nella realtà geo-politica che si sta esaminando, effetti molto precisi dei quali forse si comincia soltanto adesso a rendersi pienamente conto.

A livello comunitario e nello specifico di un rinnovato “caso italiano”, tanto per portare all’attenzione gli esempi più evidenti, siamo di fronte ad una sorta di rappresentazione matematica del mercato, trasformando la metafora smithiana della “mano invisibile” in un sistema di equazioni, con l’obiettivo di considerare espressioni come l’economia pura, la scienza economica come una disciplina autoreferenziale che assorbe ogni tensione conflittuale proveniente dal mondo della politica, e si occupa – assumendo integralmente un ruolo di governo – del funzionamento del mercato concepito come istituzione autoregolata, in grado di massimizzare le proprie utilità esclusivamente secondo le curve della domanda e dell’offerta.

Insomma: “l’economics” al posto della “policy”.

Ne risulta così completamente spiazzato il concetto di “autonomia del politico” che aveva egemonizzato, almeno a partire dagli anni’80 del XX secolo, qualsiasi prospettiva teorica riguardante l’azione politica e di governo della società, accompagnando – appunto – il ciclo liberista con il compito, anteposta la funzione di “governabilità” a quella di “rappresentanza”, di sfoltire la domanda sociale, riducendone al minimo il rapporto proprio con la politica, ridotta al ruolo dello Stato, sulla linea del funzionalismo strutturale di Luhmann.

Una vittoria piena, all’apparenza, della riflessione di Heidegger sull’essenza della tecnica.

Una sconfitta, altrettanto piena, per chi pensava di costruire un’ipotesi diversa, attraverso una strategia di “contenimento” del prevalere dell’economia sulla politica, dimenticando la lezione di Hilferding sul prevalere del fenomeno della finanziarizzazione che è quello che sta alla base dello stato di cose in atto, come qui si è cercato di descrivere.

Siamo di fronte sul piano politico alla creazione di una nuova oligarchia, indifferente alla realtà democratica e alle istanze sociali.

Come può essere possibile contrastare questa egemonia, attraverso la quale sul piano concreto si sta cercando di porre quasi “al di fuori dalla storia” milioni di persone considerate semplicemente come oggetti da sfruttare esclusivamente in funzione della creazione e dell’appropriazione del plusvalore ?

Non sarà sufficiente riproporre la realtà di un’organizzazione politica degli “sfruttati” posta al di fuori e “contro” la realtà dell’unificazione tra economia e politica: una realtà di organizzazione politica della quale, comunque, si sono smarrite le coordinate nel corso di questi anni.

Riprendendo Claudio Napoleoni nel suo “Discorso sull’economia politica” (Bollati Boringhieri 1985) l’obiettivo dovrebbe essere quello di riguadagnare tutta intera la dimensione politica dell’economia rovesciando completamente l’impostazione oggi egemone.

Per avviare, però, un processo di costruzione di una soggettività politica posta in grado di porsi, nel tempo, questo tipo di obiettivo è necessario tornare a introdurre, nel rapporto tra il contesto sociale e quello politico, il principio di “contraddizione sistemica”, in una visione di “distinzione – opposizione” che non riguardi soltanto le finalità, per così dire, “ultime” nella prospettiva di costruzione di una società diversa, ma nell’immediato la ricostruzione di un principio di dialettica politica. Una dialettica politica non annullata dall’egemonia dominante, ma che, anzi, pur nella scansione obiettiva di finalità limitate all’interno di successivi passaggi di transizione, si risulti in grado di proporre un diverso, alternativo, edificio sociale.

In questi anni le forze della sinistra hanno finito con l’acconciarsi al ribadimento della catastrofe, senza riuscire in qualche modo ad allontanarla: se si pensa che sia ancora possibile, invece, un movimento di liberazione da quella stessa catastrofe che stiamo vivendo allora bisogna porsi, ancora, il tema del guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo rispetto a quello stabilito, e apparentemente obbligato, dalla triade sfruttamento- appropriazione – dominazione.

Franco Astengo

IN PRINCIPIO SARA’ IL PARTITO

Marco Bascetta ha ampiamente recensito il nuovo libro di Marco Revelli “Finale di partito” in un articolo apparso sul “Manifesto” di Giovedì 21 Febbraio: davvero una recensione di qualità, sulla base della quale è stato possibile trovare spunti di riflessione per tentare di aprire un confronto sulle sorti future della sinistra d’alternativa in Italia (con un respiro anche di livello internazionale), com’è del resto nelle intenzioni di chi scrive.

Il libro di Revelli affronta il tema della disaffezione verso le forme di rappresentanza, sostenendo, infine, che la loro crisi si trasforma in fattore positivo trasformando tutti in “fuori casta”.

L’ipotesi di partenza è quella dell’identità (lo “specchio fedele”) dei grandi partiti di massa del ‘900 europeo basata sull’organizzazione produttiva dell’epoca: la grande industria fordista.

Un modello di partito piramidale, verticistico, gerarchizzato tra élite dirigenti, quadri intermedi e massa operaia, la grande industria da una parte, la burocrazia formalizzata di marca weberiana dall’altra.

Dando così ragione, alla fine, alla teoria di Michels sulle leggi bronzee dell’oligarchia: “Chi dice organizzazione, dice oligarchia”.

La crisi è arrivata con le profonde trasformazioni dell’apparato produttivo, la contrazione quantitativa della base operaia, il moltiplicarsi disomogeneo delle figure messe a lavoro, il decentramento, la flessibilità, le esternalizzazioni, l’inclusione nel processo di produzione di facoltà e inclinazioni individuali che ne erano state tenute fuori.

Le differenziazioni, le intermittenze, le singolarità, gli scarti e gli smottamenti che hanno attraversato, e attraversano il mondo produttivo si sono riflettuti e si riflettono ancora una volta nelle forme dell’organizzazione politica, ma in termini – appunto – di crisi, appannando o cancellando i tratti identitari, perseguendo la trasversalità, sommando faticosamente bisogni e interessi eterogenei.

Sono così emerse la teoria del “partito leggero”, l’idea di applicare il sistema del franchising (la prima Forza Italia, ma anche l’IDV e SeL: tanto per restare alla situazione italiana), la pratica delle primarie per rilanciare una partecipazione politica rivelatasi, nel caso, fasulla e gregaria.

Dall’identità si è passati all’opportunità, dalla casta al mercato, dalla convinzione alle ambizioni personali: questa nella sostanza la risposta data alla crisi del partito di massa, rivelatasi del tutto disastrosa.

Una risposta disastrosa perché, in questo modo, rispetto alle caratteristiche definite “non propriamente nobili che rispecchiano effettivamente molti tratti della società “postfordista” non può rappresentare in nessun modo alcuna ipotesi di rovesciamento, assecondando invece in una posizione ancillare l’organizzazione sociale che proprio la fase postfordista, caratterizzata dall’impronta ferocemente classista del neoliberismo ha imposto, esprimendo tratti di vera e propria egemonia.

E’ in atto un’evoluzione definita dallo storico francese Pierre Rosanvallon come “controdemocrazia” o “democrazia della sfiducia”, con la perdita di ogni fiducia nella rappresentanza assumendo come incolmabile la distanza tra governati e governanti.

S’imporrebbe, così, una diversa modalità detta proprio della “controdemocrazia” che rinunciando all’esercizio delegato del potere punterebbe invece a controllarlo, a imporre la trasparenza e limitarne gli abusi.

Nella valutazione di Bascetta a riguardo del testo di Revelli per questa via si giunge all’interazione tra opinione pubblica e magistratura che spinge così quest’ultima a farsi forza politica reclamando a proprio favore la perduta fiducia dei cittadini: è la storia di una sinistra italiana che sta finendo di percorrere tutta intera questa deriva.

Aggiungo, però, che sulla strada della “controdemocrazia” si collocano anche nuovi movimenti, in forte crescita almeno nella fattispecie italiana, che fanno del controllo di massa da delegare a un leader con il quale dialogare direttamente questa funzione di controllo, senza tentare di riprendere in mano il tema del rovesciamento del potere e dell’alternativa di potere (che restano, comunque, a mio giudizio, i fattori costitutivamente essenziali della politica).

Rimangono sullo sfondo, nell’analisi di Revelli i temi della formazione della nuova oligarchia della governance finanziaria, collocati al di fuori da ogni forma di patto sociale e che non rispondono ad alcuna legge se non alla propria e il tema dell’erosione delle sovranità nazionali inteso come causa del disfacimento dei partiti politici che proprio nello “stato –nazione” avevano il loro riferimento esaustivo (e qui, per conto mio, si fa torto a una forte tradizione internazionalista che, prescindendo dalla “logica dei bocchi” ha appartenuto a tanta parte della sinistra europea, ortodossa o eretica rispetto ai filoni principali delle espressioni ideologiche assunte dal socialismo e dal comunismo nel XX secolo).

Da dove partire, allora, per aprire un confronto con questo tipo di tesi e riproporre, se possibile, la necessità di ricostruzione di una soggettività politica della sinistra d’alternativa adeguata alle necessità dell’oggi e del domani da punto di vista dei ceti subalterni?

Principio proprio esaminando il quadro internazionale ed esprimendo perplessità sulla rapida decostruzione dell’idea dello “Stato –Nazione” che ritengo risulterà in fase di deperimento in tempi più lunghi di quelli prevedibili e rimarrà, come entità statuale, interlocutore decisivo e ineludibile ancora per una certa fase: in questo senso andrebbero ripensati due elementi, quello riguardante l’Europa – al riguardo della quale andrebbe innestato un processo di confronto tra i vari soggetti di sinistra che agiscono in quell’ambito sul tema dell’Europa politica – e proprio quello dell’internazionalismo che vedo smarrito, del tutto smarrito proprio nella capacità dei diversi soggetti nazionali di far convergere politiche, riflessioni, iniziative al di fuori dal loro stretto campo di riferimento (l’assenza di un’iniziativa al riguardo delle condizioni materiali del proletariato greco, in questo momento appare del tutto indicativa di questa difficoltà che torno a definire di vero e proprio “smarrimento”).

Rimane però centrale, nella prospettiva della costruzione di una soggettività politica della sinistra d’alternativa, il ritorno a considerare la centralità della “sovrastruttura politica”.

E’ evidente che non si tornerà alla struttura della fabbrica fordista quale interfaccia di un nuovo partito di massa.

Il discorso oggi è diverso, ma è anche diverso dall’arrendersi alla “controdemocrazia”, allo schema “Democrazia di competenza” versus “controllo” intesi quali unici binari sui quali possa viaggiare l’agire politico.

La crisi, al di là dell’organizzazione del lavoro, porta con sé quale fattore oggettivo della gestione capitalistica l’emergere evidente della decisività della “contraddizione di classe” (dell’antica “frattura principale” tra capitale e lavoro).

Il recupero del concetto di “frattura principale” e il suo riproporsi al centro del conflitto appare necessario, ma non può avvenire semplicisticamente soltanto attraverso una sorta di evocazione.

Non c’ automatismo, ovviamente, tra il vivere una condizione di “classe” e la collocazione politica del singolo.

Si è scritto di sopraffazione da parte della “tecnica economica” al riguardo dell’autonomia del politico.

Questo fenomeno, parte integrante della “controdemocrazia” descritta da Revelli, va affrontato riproponendo con grande forza la forma dell’espressione politica organizzata nella dimensione del “partito di massa”, che ha bisogno proprio di una sorta di riproposizione della “autonomia del politico” rivolta in funzione dell’organizzazione.

E’ necessario, in sostanza, il recupero dell’idea della costruzione di un “partito di massa” capace di proporre la ricostruzione di un “blocco storico” e della sua egemonia, attualizzata attraverso l’analisi attenta dell’utilizzo delle grandi novità intercorse sul piano tecnologico, in particolare nel settore della comunicazione.

Si tratta di rovesciare nuovamente il paradigma: siamo passati dal primato della “politics” a quello della “policy”. Adesso le determinazioni obbligate imposte dalla crisi ci impongono di elaborare una teoria e di applicare una pratica nuovamente rovesciate: di ritorno alla “politics”, nella sostanza un ritorno alla piena realtà della politica.

Servirà così un soggetto che, prima di tutto, faccia opposizione partendo dalla materialità della “contraddizione di classe”, oggi clamorosamente misconosciuta, principiando a costruire le condizioni per un avvio di controtendenza, di visione “altra” costantemente e coerentemente “diversa” all’interno del processo di transizione del sistema politico.

I temi della “diversità” e della “egemonia” debbono intrecciarsi nel delineare i tratti teorici di una identità che dobbiamo assolutamente recuperare: l’identità di una sinistra di alternativa che si propone di rovesciare i tratti di un insopportabile dominio.

Franco Astengo

MEMENTO: UNA POSSIBILE DEFINIZIONE DI POLITICA

In conclusione di una campagna elettorale nel corso del cui dipanarsi i discorsi dei candidati hanno, probabilmente, fatto smarrire il senso profondo del significato della parola “Politica”, lasciando soprattutto i giovani nello sconcerto, ho pensato che forse potrebbe risultare utile riprendere i termini di fondo di una definizione che sembra proprio necessario essere rammentata ai più.

La politica, infatti, è la scienza che si occupa dell’umana coesistenza, quando questa assume l’aspetto di una consapevole identità collettiva, considerata sia dal punto di vista del Potere, sia dal punto di vista del Conflitto.

Potere e Conflitto rappresentano l’origine della forma della politica in quanto norma, rapporto di comando e di obbedienza, concreta modalità di funzionamento di un Ordine.

Le forme storiche della politica sono determinate dalle modalità con cui le categorie del conflitto, dell’ordine, del potere, della forma, della legittimità, del consenso, della produzione e dell’allocazione delle risorse, sono di volta in volta organizzate praticamente e pensate teoricamente.

Della politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori.

La politica è una pratica di potere che è sempre anche un’elaborazione intellettuale e valorativa.

Proprio per rispondere a questa indicazione, dell’imprescindibilità dell’elaborazione intellettuale, mi sono rivolto per scrivere questa breve nota ad alcuni autori che, forse, hanno lasciato nei secoli un segno nella costruzione della civiltà umana: Machiavelli, Spinoza, Marx. Schmitt.

Un’ultima annotazione: la modernità è stata impostata sul convergere del conflitto nell’ordine e del potere nella norma, ma occorre ricordare che il conflitto non è destinato a essere del tutto pacificato e che il potere eccede sempre la norma.

Da qui l’esigenza dell’opposizione, all’idea della pacificazione del conflitto e all’eccesso del potere sulla norma.

Una domanda, infine: avete avuto idea di un ragionamento teorico di questo livello nell’esercizio dell’appena conclusa campagna elettorale italiana?

Franco Astengo

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F.Astengo

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