Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Savona, la storia vera (e da leggere) dei rifiuti urbani. Quando i leginesi…

Savona – In tempi di doppi incarichi e di rilievi contabili all’Azienda Tutela Ambientale di Savona, di TARSU e di altre poco amene storie di immondezze pagate a caro prezzo, forse è il caso di tornare alle vecchie e buone abitudini del “do it yourself” anche nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti. Tanto più che c’è stato un momento in cui alcuni cittadini si preoccupavano addirittura di smaltire anche i rifiuti degli altri, e si lamentavano quando questo non era loro concesso. Scherziamo, naturalmente, ma non troppo.

La storia è questa: fino al 1849 la raccolta dei rifiuti in quel paesone di poco più di 13 mila anime costituito dai quattro quartieri “urbani” di Savona (la demolizione delle mura era terminata l’anno precedente) era affidata ai detenuti nel carcere del Priamar, cui il Comune doveva solo fornire scope  e secchi. I rifiuti erano poi sostanzialmente abbandonati lungo il perimetro delle vecchie mura, dove misteriosamente sparivano durante la notte. La cosa sembrava funzionare abbastanza bene, quando, all’inizio del 1849 il regno sabaudo aveva deciso di trasferire i reclusi della fortezza in altra sede e chiudere una volta per tutte il Priamar.

I quaranta consiglieri comunali (risultato di un’elezione cui avevano partecipato meno di 200 persone, vista la legge elettorale del 7 ottobre 1848) avevano così  deciso di dare in appalto (resuscitando un progetto che nel 1842 era miseramente abortito) il servizio di pulizia, scopatura e adacquamento strade e Luigi Corsi, appena eletto deputato al parlamento subalpino, il 16 maggio aveva approntato il relativo regolamento. La cosa sembrava vantaggiosa per il Comune: l’appaltatore avrebbe provveduto “con organizzazione di mezzi propri” alla pulizia delle strade per la somma di 500 lire annue, vale a dire poco o niente, ma in cambio avrebbe acquisito la proprietà dei rifiuti. La merce-oro, infatti, era quella, e tra breve vedremo il perché.

L’appalto era stato vinto da Sebastiano Schinca, un leginese di qualche reddito che aveva fiutato, dietro a quello dei rifiuti, l’odore dei soldi. Ma, all’inizio di luglio, era arrivata al Comune una lettera di protesta firmata dal nobile Pico e da 63 leginesi e, poco dopo, un’altra missiva, questa volta indirizzata al vicesindaco dal di lui cognato Giuseppe Nervi: un foglio a suo modo straordinario, che illustra molti aspetti dei rapporti economici e sociali tra città e contado più e meglio di un libro di storia economica:

Legino 25 luglio 1849

Carissimo Cognato,

dopo pranzo sono stato con mio dispiacere testimonio di lagnanze amarissime di alcuni buoni paesani di questa parrocchia di Legine  per le disposizioni rovinose testè emanata dell’appalto steti dati a loro insaputa del diritto esclusivo di scopatura delle strade della Città. Se fosse stato più pubblicato, come di dovere, e  di pratica di tutte le provvidenze ed ordini che interessano la generalità degli abitanti si sarebbero resi solleciti di porgere i loro ricorsi, e non v’he dubbio, che la saviezza degli amministratori comunali avrebbe abbandonata l’idea di una misura altre volte praticata ma riconosciuta sempre inconveniente, dannosa, e di effetto contrario a quello che se ne sperava.

Premettiamo un fatto incontestabile: Il Villaggio di Legino è tutto coltivato a orti, a vigne, a oliveti. Vi cade rarissime pioggie da maggio fino al mese d’agosto Non vi si raccolgono perciò nè fieno nè erbaggi per alimentare il bestiame, e ottenere il concime necessario: per un di più non vi esistono boschi nè privati né comunali ove raccogliere fronde o fogliame. In qual modo perciò potrebbero concimare la terra? Il bestiame alimentato e con parsimonia per le scarzità degli strami non produce nemmeno la decima parte del necessario per l’ingrasso delle terre. La dote della campagne di Legino dacché esiste è la raccolta delle immondezze e scopatura delle vie. Ne è una prova l’antichissimo proverbio col quale sono qualificati i leginesi: se le campagne di Legino venissero private di questa vitale rissorsa addio raccolti, addio vigne.

Direte che possono comprare dei concimi, oppure convenirsi con l’appaltatore. Quanto a comprare ben sapete che i tre quarti dei leginesi sono manenti, e se dovessero comprare il concime non basterebbe la loro parte di raccolto per pagarlo; considerate che il concime bisogna pagarlo a pronto contante, il raccolto non si fà che circa un anno dopo. Quanto poi al convenirsi coll’appaltatore, si autorizzerebbe questo a mettere una tassa arbitraria sopra i manenti che hanno bisogno di letame, ciò che sarebbe immorale nel primo, e  letale per gli altri.

Lascio da parte, che esistono in Legino dieci o dodici vecchi coloni disimpiegati, e inabili ad ogni altro lavoro meno a quello di raccogliere immondezze per Savona; privati del prodotto la loro sussistenza, che farebbero? L’accattoni.

In ultima analisi le campagne di Legino sono in gran parte di Savonesi, e i coloni sono pure savonesi. Se al dazio sul vino, sulla macina e sull’olio, alla tassa territoriale e alla costosa manutenzione si aggiunge l’impossibilità pei manenti di procurarsi senza grave spesa il concime addio raccolti. La sterilità delle terre crescerà a danno dei proprietari e dei coloni, con sussister nonostante gli aggravj.

Qual vantaggio altronde risentirebbe la Comune? Quello di aver le strade pulite colla sola spesa di £. 500? Ricordatevi che è un illusione, giacché l’esperienza è già stata fatta, e le strade non furono mai così sporche come sotto un appaltatore. Un appaltatore paesano vuol guadagnare, e lascia da scopare. Minaccierete, farete condannare, ma dopo tutto ciò la Città sarà obbligata a far scopare, e il paesano si terrà il concime, e le tasse che avrà esatte dai concessionarj.

Credetemi: è preferibile che la Città spenda qualche centinaio di Lire di più per la scopatura delle strade, e non mettere in rovina le campagne, e gli abitanti della più bella parte del nostro territorio. La spesa poi sarebbe assai minore se i preposti dei bandi vigilassero e denunziassero quelli che depongono gettiti, e rottami nelle strade, e specialmente i conduttori di bestie asinine e mulettine, i quali gettano nella strada le pietre che hanno servito a bilanciare i loro carichi. Si potrebbe inoltre come in tutte le Città ben ordinate prescrivere agli abitanti di scopare ogni sabbato le strade nanti le loro case e botteghe, prescrivendo loro di vigilare che tra le medesime non vengano depositate pietre o materiali giacché resterebbe a loro carico farle trasportare nei siti destinati.

Propongo questa idea come preferibile alla dannosa misura della scopatura esclusiva della Città, esclusiva che dovrebbe invece più giustamente accordarsi alla generalità degli abitanti del Comune di Savona i quali concorrono a sopportarne i pesi, interdicendone l’esercizio agli abitanti delle Comuni, i quali già da qualche tempo corrono a raccogliere per le strade della Città il concime del quale tanto abbisognano le nostre campagne.

Pensateci; al cognato parlo come amico e parente, al Vice Sindaco parlo come cittadino amante del bene morale, e materiale della nostra patria.

Credetemi con sincera devozione

Vro affmo Cognato

Giuse Nervi

 

Ecco spiegato l’arcano: il rifiuto organico (non certo le tante porcherie sintetiche e non biodegradabili che costituiscono la gran parte dell’odierna spazzatura) lungi dall’essere uno “scarto” costituiva un mezzo di produzione per l’economia del contado, anzi il fertilizzante che poteva garantire, secondo Nervi, il prodotto all’agricoltura leginese: “La dote della campagne di Legino dacché esiste è la raccolta delle immondezze e scopatura delle vie”. Non era l’unico concime disponibile sul mercato, ovviamente, ma era il solo che potesse essere ottenuto quasi gratuitamente, ovvero a costo di qualche incursione notturna nei depositi urbani dello strame. Una popolazione di manenti (ossia di lavoratori agricoli che dovevano farsi carico dei costi di produzione e dividere con il padrone il raccolto) del resto, non poteva permettersi di pagare anche quello che per i commercianti savonesi era il rifiuto alias concime, cosa che, invece, era l’obiettivo dell’appaltatore.

Nervi suggerisce addirittura di separare il rifiuto organico dalle componenti inorganiche (i gettiti, le pietre usate per bilanciare il carico degli asini e dei muli etc.) che erano solo d’impaccio ai poveri leginesi e specialmente a quei “dieci o dodici vecchi coloni disimpiegati, e inabili ad ogni altro lavoro meno a quello di raccogliere immondezze per Savona”, rivelando così che quella di rubarifiuti urbani per alcuni era, sostanzialmente una professione e che la  costituiva una delle tante  “sinergie sotterranee” tra centro urbano e contado (ottimamente raccontate qualche anno fa da Felicino Vaniglia e Valter Raso nel volume “De urbana civica munditia”).

Nervi, persona assai in gamba e politico di lungo corso (era stato segretario cantonale durante il periodo napoleonico e, in seguito, sindaco di Savona), mette sul piatto anche il fatto che la perdita del prodotto leginese non solo porterebbe alla fame i manenti del contado, ma  causerebbe “la sterilità delle terre [che] crescerà a danno dei proprietari e dei coloni”, ossia anche degli stessi savonesi, proprietari delle terre a Legino e dintorni: un argomento al quale i consiglieri del centro non potevano non essere sensibili. Meglio, molto meglio che il Comune assumesse direttamente qualche spazzino o, addirittura, obbligasse i savonesi a scopare direttamente le loro strade, lasciando però il “raccolto” a chi ne poteva fare un uso produttivo: i contadini leginesi, appunto.

Il povero Schinca di lì  a poco (17 agosto 1849) scrisse una vibrata protesta al Comune lamentando il furto legalizzato del suo core-business e da lì a poco cedette l’attività aGiovanni Rebagliati fu Domenico di Sanda, dimorante nel borgo di Lavagnola”. Ma, nonostante i vincoli di parentela tra Nervi e il vicesindaco e le lettere di altri nobili controfirmate da molti capifamiglia di Legino, il Comune insistette col sistema dell’appalto inserendo a bilancio per il 1850, settecento lire alla voce “Scopamento ed adacquamento delle piazze, vie e vicoli (fondo accresciuto non solo in dipendenza dell’appalto in corso quanto di maggiore bisogno)” e aggiungendo “aumentando però … l’art. dello Scopamento ed Adacquamento non solo in vista dell’appalto in corso quanto in riguardo del bisogno d’estendere cotale servizio importante“.

Un segno, non il primo e sicuramente non l’ultimo, di quanto poco contassero (e continuano a contare) i leginesi nelle scelte del Comune di Savona.

 

Massimo Macciò

 

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