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Orgoglio e dignità delle classi subalterne

Italia 2012, senza voler alzare lo sguardo – se pure ce ne sarebbe sacrosantamente bisogno – al resto del mondo,  pur sapendo che l’Europa, il suo assetto, le sue prospettive politiche, economiche, sociali, culturali risultano del tutto decisive per il futuro.

Ma restiamo qui, tra noi, in quello che l’abate Stoppani aveva definito “Il Bel Paese”: davvero appare difficile riconoscerci anche tra compagne e compagni di vecchia data, che hanno combattuto assieme lunghe e dure battaglie.

Sembra smarrito il senso comune dell’appartenenza, dei riferimenti sociali, del progressivo accumularsi di cultura, di comportamenti, di modelli di vita.

Stiamo arretrando paurosamente, torniamo indietro quasi fossimo saliti su di un’invisibile macchina del tempo che viaggia, però, soltanto a ritroso.

Non mi sono occupato di molte cose nella mia vita e non ho particolari conoscenze tecniche, scientifiche, umanistiche: ho vissuto la politica per un’idea giovanile e familiare di “appartenenza di classe”: gli operai, quelli della grande industria, quelli della classe “forte”, “stabile” e concentrata, potevano trovare il loro riscatto, non soltanto economico anzi il fattore economico non era proprio considerato come il più importante, attraverso la politica e il sindacato, attraverso le grandi organizzazioni di massa.

Ecco, è su questo terreno che avverto maggiormente quest’arretramento, questo vero e proprio “ritorno all’indietro”, ancor prima che nell’analisi delle condizioni materiali di vita, dello svanire dei diritti, dell’impossibilità di ergere l’idea del lavoro quale proprio usbergo sociale.

Sul terreno dell’organizzazione di massa, là dove il singolo diventava “classe” e la “classe” fattore decisivo dell’integrazione sociale.

Oggi stiamo tornando ai “partiti dei notabili”, dopo essere passati in un drammatico circuito attraverso la stagione del “partito elettorale personale” sul quale, ancora a sinistra, ci si attarda in un festival di tatticismi, di personalismi, di vera e propria “fiera delle vanità” quali sono, ad esempio, tanto per fare un riferimento all’attualità, queste elezioni primarie che comunque conducono in un solo posto: l’accettazione supina delle logiche dell’avversario che, in varie vesti (populismo, tecnocrazia) hanno impazzato nel corso di questi anni, affrontando la crisi semplicemente dal versante di chi l’ha provocata per fare pagare il prezzo a chi l’ha subita: in Italia, come in Grecia, in Portogallo, in Spagna e nel resto del mondo, fuori dall’Europa e dal suo regime di banchieri.

Addirittura, nella sinistra italiana, in ciò che ne è rimasto, si discute se è il caso unitariamente di protestare contro queste politiche, di organizzare gli indignati: ognuno viaggia per proprio conto e gli autoreferenziali dirigenti che, nel corso di vent’anni, hanno distrutto la presenza politica e istituzionale della sinistra italiana, si dividono sull’idea di accostarsi o meno a chi si appresta, ancora una volta, non a cercare un compromesso (magari fosse così) ma a servire “lorsignori” nel modo più acconcio, convinti di governare non si sa che cosa, magari anche coscienti di governare il nulla: importanti però sono governabilità e “autonomia del politico”, termini magici attraverso i quali si può giustificare tutto, compreso il negare il diritto di rappresentanza a chi ha meno voce e non riesce più a esprimersi.

Il ceto politico-istituzionale appare feroce, assetato di sangue e di soldi, come abbiamo visto negli ultimi mesi: verrebbe davvero voglia di etichettarlo come “casta” all’uso di imbonitori qualunquisti, che da questo tipo di posizioni intendono semplicemente trarre vantaggi soggettivi, di diversa natura.

Il quadro è davvero sconsolante e la voglia è quella, dopo tanti anni, di abbandonare tutto al suo destino: ma un guizzo, uno scatto dovrebbe essere ancora necessario e possibile.

Mi rivolgo ai dirigenti del sindacato, dei partiti rimasti in campo, agli intellettuali: siamo ridotti soltanto alla tattica e al “codismo”; nessuno ritiene che sino in gioco, non ancora ancora completamente perduti, l’orgoglio e la dignità delle classi subalterne?

Orgoglio e dignità, in luogo di tattica e strategia: per una volta vogliamo farla la fatica di osare le strade più difficili, di organizzare la protesta, darle un senso, strutturarla politicamente, sintetizzarla in una proposta alternativa all’altezza dei tempi e poi cercare, in autonomia (base essenziale per ripartire) di portarla, di nuovo, nelle massime istituzioni della Repubblica?

Perché nessuno, mentre appunto è in gioco questa “fiera della vanità” e del tatticismo, risponde con chiarezza, intento unitario, volontà progettuale a questa semplice domanda?

Franco Astengo

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