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Retroscena dello scandalo Belsito-Lega Nord. Il cronista pedinato racconta

Svelò lo scandalo soldi  della Lega Nord. Cronista pedinato e intercettato. Come sono nati, quasi per caso, gli scoop del Secolo XIX sul tesoriere Belsito e i soldi in Tanzania. Genova, 12 settembre 2012 –  Si chiama Giovanni Mari. Ha trentanove anni. Fa il cronista politico al Secolo XIX. Pochi sanno che sono nati dal suo fiuto, dalla sua tenacia e da quella del suo giornale gli scandali che hanno travolto prima il tesoriere e poi il leader storico della Lega Nord Umberto Bossi, costretto a ritirarsi.

Sono infatti di Mari – che ha scoperchiato il pentolone dei soldi del Carroccio, da cui deve ancora uscire probabilmente tutto il suo contenuto – i numerosi scoop che hanno svelato le discutibili operazioni finanziarie del tesoriere Francesco Belsito.

I grandi media nazionali hanno seguito con titoloni da prima pagina le sue rivelazioni pubblicate dal quotidiano genovese e molti hanno preferito non esporsi. Lui, invece, si è esposto anche troppo, e Belsito, ritenendolo un nemico politico, l’ha fatto anche pedinare da un investigatore privato. Suo malgrado è finito in mezzo allo scontro fra Roberto Maroni e Umberto Bossi, e quando la magistratura ha aperto l’inchiesta per i fondi della Lega all’estero, anche nelle intercettazioni giudiziarie della Guardia di Finanza mentre intervistava gli indagati. Mari ha fatto il suo lavoro senza sapere di essere pedinato e intercettato, anche se  aveva capito di essere finito in un ginepraio. Ed oggi commenta: “Ho fatto semplicemente il mio lavoro. Io e il mio giornale siamo stati sempre equilibrati”.

Non sapevo di essere pedinato. Quando l’ho saputo – racconta – non l’ho presa bene. Ho pensato ai miei bambini, come si fa sempre quando si scopre di essere stati inconsapevolmente in pericolo. Credo mi abbiano seguito perché sospettavano ci fosse una “gola profonda” a imbeccarmi, qualche leghista che mi passava informazioni segrete. Probabilmente sospettavano fossi un agente di Maroni. In quel periodo sospettavano di chiunque. Ho saputo che Belsito ha fatto sorvegliare le persone che aggiornavano il sito di Wikipedia con le notizie che lo riguardavano. Probabilmente avrà pensato che le mie fonti fossero maroniani genovesi. Ma non c’era niente di tutto questo. Chi mi ha seguito avrà solo passato tanto tempo ad aspettarmi sotto la sede del giornale, in Piazza Piccapietra, e tanto tempo sotto casa mia, mentre dormivo…”.

LA STORIA DEGLI SCOOP 

La storia di questi scoop è molto interessante, perché è cominciato tutto quasi per caso, nel febbraio 2010, e poi Mari non ha fatto altro che seguire il filo dei fatti.

 Belsito era appena stato nominato sottosegretario alla semplificazione normativa. Era l’unico genovese presente nel quarto governo Berlusconi. Mari e il suo giornale erano incuriositi dall’improvvisa ascesa del personaggio. Perciò hanno cominciato ad osservarlo per descrivere ai lettori questo “semisconosciuto” emerso dal sottobosco politico locale.

Il cronista genovese ha cominciato a scoprire alcune stranezze di Belsito nel modo più semplice: leggendo il suo curriculum. Di notevole risultava solo che era stato capo della segreteria del Presidente del Consiglio regionale della Liguria Francesco Bruzzone. Per spiegare quella carriera fulminante, Mari si mise a ricostruire la sua storia pubblica, scoprendo che aveva scalato il governo a grandi passi: da buttafuori in una discoteca ad autista dell’ex guardasigilli del governo Berlusconi Alfredo Biondi, e quindi il salto a sottosegretario e amministratore nazionale della Lega Nord.

Poi ecco alcune discordanze nelle biografie di Belsito. “Nel curriculum fornito alla FILSE, la finanziaria della Regione di cui è stato consigliere di amministrazione, Belsito risultava laureato in scienze della programmazione mentre – racconta Giovanni Mariin quello pubblicato sul sito di Palazzo Chigi si dichiarava invece laureato in scienze politiche”. Come stessero le cose, chiese lo Mari direttamente all’interessato. E Belsito rispose che aveva conseguito due lauree, una a Malta e l’altra a Londra.

Ma anche questa spiegazione presentava delle incongruenze: “Non riuscivo proprio a capire come avesse fatto con la lingua. Dai curricula risulta che Belsito parla solo francese, che non si parla né Malta e neppure a Londra”. A questo si aggiunga che a un certo punto Mari trova un documento dell’Università di Genova in cui si attesta che la carriera universitaria di Belsito è stata “annullata” a causa di un diploma di scuola media superiore falsificato. Insomma, l’uomo si rivela una miniera di sorprese.

E di sorpresa in sorpresa, il cronista del Secolo XIX arriva fino alla vera ciccia. Accade l’8 gennaio 2012, quando il giornalista pubblica l’informazione che la Lega Nord ha investito i soldi del finanziamento pubblico in Tanzania e a Cipro: 5,7 milioni di euro di rimborsi elettorali. E non erano illazioni. A Mari l’aveva confermato lo stesso Belsito, tentando di fare apparire l’investimento un affare saggio ed oculato: lì, dice il tesoriere, la resa è maggiore di quella dei BOT italiani. Ma la notizia di un partito che porta all’estero i soldi del finanziamento pubblico fa scandalo. I commenti indignati si sprecano, e poi interviene la magistratura: il 20 gennaio infatti, un militante leghista di Rozzano nel milanese porta gli articoli del quotidiano ligure ai magistrati, che aprono un’inchiesta giudiziaria. E’ l’inizio del il terremoto.

Da quel momento sui conti della Lega esce di tutto e di più: dalle sospette infiltrazioni mafiose ai soldi usati per pagare gli infiniti e bizzarri studi del figlio di Bossi detto “il Trota”, dalle supercar per l’altro figlio, ai capi di vestiario del leader stesso, fino ai famosi conti che il tesoriere teneva per la “family” del Capo, per le spese più impensabili e private, dai viaggi al dentista.

In breve Belsito finisce nel tritacarne e la sua situazione precipita. A marzo si ritrova indagato dalle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria per varie ipotesi di reato, dall’appropriazione indebita alla truffa ai danni dello Stato, e il 12 aprile viene espulso dalla Lega Nord. Poi anche Umberto Bossi, il “boss” indiscusso, finisce indagato dalla procura di Milano e si dimette dopo 23 anni di potere assoluto.

LA DENUNCIA DEL COMPLOTTO

 Belsito denuncia di essere vittima di un complotto. Accusa “Bobo” Maroni di aver tramato per farlo fuori, sospetta che si sia servito dei servigi di qualcuno. Di chi? Nella Lega di Bossi si sospetta di tutti, e anche del cronista del Secolo che ha solo fatto, bene, il suo lavoro. Quindi Belsito incarica qualcuno di tenere sotto controllo le mosse di Giovanni Mari. Il quale viene pedinato e controllato per un mese – da metà gennaio a metà febbraio 2012 – per scoprire se c’è una talpa che gli passa informazioni.

Sono stati mesi difficili, di tensione. Ora che la tensione si è allentata, Giovanni Mari accetta di parlare di quella complicata inchiesta, condivisa in parte con il suo collega Matteo Indice.

“Vuoi sapere come stanno veramente le cose? Ebbene, io – giura Giovanni – Roberto Maroni non lo conosco proprio. Non l’ho mai visto, non gli ho mai parlato nemmeno per telefono. Quando ero in ballo ho chiamato più volte la sua segretaria per chiedergli un’intervista. Mi ha fatto sempre dire di no”.

Giovanni Mari: I grandi scoop? Nascono dalla cronaca locale

Il giornalista che ha svelato i segreti del tesoriere Belsito e gli investimenti della Lega in Tanzania, dice: “Ho semplicemente seguito il filo della cronaca e così ho scopertoil tesoriere Belsito e le sue stranezze. Lui stesso mi ha detto che aveva investito soldi nel paese africano. Ma gli amici di Bossi mi hanno accusato di complottare e mi hanno fatto seguire da un investigatore privato. Io sono un giornalista, faccio il mio lavoro, non c’entro con i regolamenti di conti all’interno di un partito”

 

 OSSIGENO – Genova, 12 settembre 2011 – “Bisogna saperlo: molti grandi scoop di risonanza nazionale nascono in provincia, contrariamente a ciò che si crede. Molti scoop giornalistici non nascono dagli atti dei Pubblici ministeri. Molti sono frutto di un minuzioso lavoro di cronaca, di documentazione, di inchiesta fatto a livello locale. E’ stato così anche per gli scoop del Secolo XIX, il mio giornale, sui conti della Lega. La magistratura ha cominciato ad occuparsi di questi fatti dopo le rivelazioni del mio giornale. E’ andata così”, dice Giovanni Mari, cronista politico del Secolo XIX che ha firmato i più clamorosi titoli sul tesoriere Belsito e sull’impiego del finanziamento pubblico da parte del partito di Umberto Bossi.

 

Sai che alcuni hanno avanzato dubbi sulla fonte delle tue notizie…

“Io so che a Genova, negli ambienti della Lega Nord, circolava la storiella che al Viminale Maroni aveva confezionato un dossier su Belsito e lo aveva dato proprio a me. Non ho mai riso tanto”.

 I primi a dubitarne sono stati i leghisti amici di Bossi che ti hanno fatto pedinare. Tu non ti sei mai accorto di essere pedinato?

“No, l’ho letto dopo su Panorama. Non sapevo che mentre scrivevo quelle notizie le mie mosse erano attentamente seguite. Non sapevo che qualcuno era stato incaricato di preparare un dossier su di me. Poi ho saputo che hanno controllato tutte le mie mosse per un mese intero per scoprire se RobertoMaroni o i suoi amici erano le mie ‘gole profonde’. Sapevano bene dove abitavo, C’era qualcuno che a mia insaputa mi seguiva fino al portone di caso. Sapevano che mia moglie lavora a Repubblica… Ma chi mi ha controllato, con sua grossa delusione, ha potuto vedere che io non ho mai incontrato esponenti leghisti, ndranghetisti, fonti strane. Ho sempre fatto casa-giornale”.

Non hai mai notato nulla che ti abbia fatto insospettire?

“No, mai niente. Eppure stavo più attento del solito: in quel periodo se qualcuno si presentava come giornalista chiedendomi di aiutarlo a rintracciare Belsito, mi facevo dare il suo recapito e lo richiamavo per sincerarmi della sua identità. Ma al pedinamento, francamente, non ci avevo mai pensato”.

Immagino che tu abbia pensato invece di poter essere intercettato …

“Questo lo sospetto sempre, praticamente ogni volta che parlo con un politico, di qualunque parte egli sia. Scrivo spesso articoli noiosi, ma il mio obiettivo è quello di tirar fuori il peggio dai politici. Ovviamente penso che ad essere ascoltato non sia io, ma il mio interlocutore”.

Il pedinamento è una forma di intrusione, di interferenza, di controllo della vita privata e dell’attività di un giornalista. Quando l’hai saputo come l’hai presa?

“Male, malissimo. Mi sono molto arrabbiato. Ho pensato: ma come si permettono di controllarmi? Com’è possibile che magari qualcuno che ha commesso dei reati si metta a controllare impunemente me che non ho mai fatto niente di male? Io sono un giornalista, faccio il mio lavoro, non c’entro con i regolamenti di conti all’interno di un partito. E’ triste che si possa pensare che un cronista, con la complicità di tutto il suo giornale possa raccontare i fatti in modo di far danno a una parte e favorirne un’altra. Ma che ragionamenti sono? Il giornalismo non fa questo mestiere fazioso, ed io neppure. Io non centro niente con le guerre politiche intestine della Lega. E’ assurdo che ancora oggi qualcuno possa credere a un complotto politico ordito dai giornali, addirittura da un quotidiano come il Secolo XIX, ai danni del Carroccio. E’ semplicemente ridicolo!”.

 E al giornale come è stata presa la vicenda? Il tuo direttore Umberto La Rocca cosa ha detto?

“Il Secolo ha riferito con distacco anche la notizia del mio pedinamento: in termini giornalistici. Il giornale non ha avuto la sensazione di essere in pericolo. So che Belsito a un certo punto si è vantato di aver parlato col mio direttore per farmi mettere in riga, ma ovviamente era una sbruffonata”.

Hai temuto di essere smentito, di cadere in qualche trappola?

“Ma no, perché alla fine vince sempre la verità e noi abbiamo la coscienza a posto. Non siamo stati strumento di nessuno. Tutto ciò che abbiamo scritto non ha mai avuto lo scopo di portare vantaggi a qualcuno a scapito di altri, ma di far emergere la verità. Insomma, il mio è stato solo un lavoro giornalistico: fonte, notizia, verifica della notizia, pubblicazione. E poi, vuoi sapere qual è stato il mio punto di forza? Le verifiche sulle notizie più importanti sul conto di Belsito le ho fatte attraverso Belsito stesso. Quando ho avuto qualche dubbio, e ne ho avuti pochi, è lui me l’ha fugato”.

Hai avuto minacce, avvertimenti?

“Minacce no. Belsito ha dichiarato che mi avrebbe querelato, ma non è mai successo. Fino a un certo punto ha risposto alle mie telefonate in maniera cortese e confermandomi sempre tutto, poi non si è fatto più trovare”.

In questi casi magari gli avvertimenti arrivano con frasi bomarie tipo: “Ma dai, lascia stare quel poveraccio”…

“Ho ricevuto solo una telefonata pelosa da un parlamentare, non della Lega. Dopo la notizia sulla ‘Tanzania’ mi ha consigliato di non trattare così male Belsito. Non ho mai capito che senso avesse quella telefonata, mi è rimasta ancora qui”.

Hai pensato di riparlare con Belsito, dopo la bufera?

“Si ci ho pensato. Vorrei dirgli che non c’è mai stato niente di personale, come mi capita spesso di dire a tanti politici che si sentono maltrattati. Qualcuno si convince, altri no. La lotta politica ormai spesso si fa attraverso complotti e cordate, e si pensa che anche i giornalisti agiscano allo stesso modo. E’ umiliante essere trattati così. Io sono un professionista che fa il suo lavoro, non un nemico che si schiera contro qualcuno per portare acqua al mulino di altri. Avviene spesso che qualcuno mi dica: “Tu sei servo di Tizio!”. Forse alle grandi firme, ai giornalisti delle grandi testate, questo non succede. Ma ai giornalisti di provincia accade continuamente. Ti attaccano apertamente, pensano di farti tacere, ma non ci riescono”.

Gianfranco Sansalone  per www.ossigenoinformazione

 

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