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Togliatti:analisi sommaria, ma ricordo necessario

Il 21 Agosto 1964, a Jalta in Unione Sovietica, moriva Palmiro Togliatti, segretario generale del PCI. Alla sua figura e alla sua opera politica, oggi collocate in secondo piano e spesso oggetto di polemiche meramente strumentali, abbiamo pensato di dedicare un ricordo, per quanto possibile posto sul piano della riflessione politica.

Tanto più che, proprio in questi giorni, analoga ricorrenza (pur spostata di dieci anni in avanti, correva il 1954) interessa la figura di Alcide De Gasperi ed il dibattito sull’argomento si è fatto particolarmente impegnato, sia a causa dell’emergere di una nuova qualità di riflessione circa l’impegno dei cattolici in politica (le varie Todi, che adesso sembrano sfociare davvero in un progetto di “Cosa bianca”), sia al riguardo dell’idea di un superamento del bipolarismo e della riaffermazione del “centro” come luogo politico dell’esercizio, all’interno del sistema politico italiano, della forma più adeguata di una “egemonia” presuntamente moderata.

Alcuni hanno tentato anche un parallelo tra i due uomini politici, in nome della comune costruzione costituzionale all’interno dell’Assemblea Costituente e del rapporto tra i grandi partiti di massa dell’epoca.
Ritengo però ancora utile, a questo proposito, come nel tempo della globalizzazione,  affrontare il tema di una collocazione “storica” della figura di Palmiro Togliatti costruendo, prima di tutto, un primo lavoro di comparazione, che ci indica come esistano analogie “forti” tra la situazione in cui si venne a trovare Togliatti nella fase delle sua scelte più complesse, e la situazione attuale: esistono infatti elementi di continuità nei fattori oggettivi, legati alla struttura e alla storia della società capitalistica italiana rappresentati da una atavica debolezza della borghesia e del suo apparato produttivo, dal peso enorme e crescente della rendite parassitarie, dalla degenerazione e dall’inefficienza delle istituzioni pubbliche.

In questo quadro permangono, allora, elementi della lezione togliattiana che ci indicano come essa avrebbe bisogno di essere rivisitata  a fondo, nei suoi elementi teorici portanti.

Il riferimento è rivolto all’idea che il soggetto politico proponente un’alternativa allo “stato di cose presenti” debba muoversi garantendo un forte grado di autonomia, di attività, di coscienza antagonistica di massa, favorendo una crescita, per così dire “molecolare” (quindi pervasiva nei confronti della società civile) di una egemonia “alternativa”.

Una lezione che vale per l’oggi, perché erano questi i punti su cui si basava la famosa “doppiezza”. Naturalmente Togliatti si trovava a muoversi su di un orizzonte affatto diverso, da quello odierno: la fase storica in cui Togliatti agiva era stata caratterizzata da grandi rotture rivoluzionarie nel mondo, verificatesi però alla periferia del sistema, mentre in Occidente, nei cosiddetti “punti alti”, si poteva solo condizionare lo sviluppo capitalistico, ed accumulare le forze necessarie per un salto non ancora storicamente maturo.

In questo suo collegamento preciso con una fase storica ben determinata, in questo sua partecipazione attiva ed originale ad una iniziativa rivoluzionaria, sta il valore profondo del togliattismo ,che è necessario studiare anche oggi, ma risiede anche il suo limite profondo, sia sul piano teorico, sia sul piano pratico.

Togliatti e Gramsci ebbero in comune gli elementi fondamentali su cui si basò la “svolta” del Congresso di Lione del 1926, basati sulla necessità di formare, attraverso un lento e articolato lavoro di lotta sociale e politica un “blocco storico”, sull’utilizzo della mediazione di forze politiche  profondamente ramificate all’interno del senso comune di massa, sull’esistenza di un partito che non operasse soltanto come avanguardia, ma come intellettuale collettivo, promotore di una lunga rivoluzione intellettuale e morale, sulla prospettiva di una lunga lotta all’interno della società capitalistica, sviluppando parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivizzazione e partecipazione di massa.

La vera distinzione tra Gramsci e Togliatti si può cominciare a vedere qualche anno dopo: quando Gramsci continua a pensare al modo per reagire alla sconfitta degli anni’20, riflettendo sulla necessitò di andare a fondo nella critica dell’evoluzionismo della II Internazionale, mentre Togliatti comincia a pensare che il “consolidamento dell’Ottobre” permetterà un incontro, un recupero del gradualismo riformista.

A questo punto il pensiero togliattiano si sviluppa nella sua impostazione fondamentale.

La sua relazione al 7° Congresso dell’Internazionale contiene già i punti salienti della sua impostazione successiva. Una relazione caratterizzata da una svolta profonda verso la politica unitaria, comprendendo appieno come in Occidente la sovrastruttura politica avesse profonde radici di massa, non liquidabili di colpo durante una crisi come era avvenuto in Russia nel 1917 e dalla riscoperta della politica di massa.

Nascevano da lì, da quella relazione, i Fronti Popolari: nascevano, però, con il limite profondo rappresentato da contenuti molto ristretti, sostanzialmente democratico – borghese, degli orizzonti di lotta e dal limite degli equilibri parlamentari.

Dall’esperienza frontista nacque, comunque, una interpretazione della prospettiva rivoluzionaria che, poi, segnò per decenni i partiti comunisti occidentali: l’idea delle “bandiere lasciate cadere nel fango dalla borghesia”, che , per il fatto di essere impugnate dal proletariato, cambiano di segno (libertà parlamentari, sviluppo industriale, ecc).

Le opzioni di fondo del frontismo fecero da sfondo alle scelte compiute con la “svolta di Salerno” del 1944 (Unità antifascista come “bene in sè” e partito nuovo), e caratterizzarono anche la politica portata avanti, almeno sino all’esplosione della “guerra fredda”.

Come è possibile giudicare, oggi, quel periodo, partendo dalla domanda su  cosa, realmente, si è prodotto, in Italia e in Europa, tra il 1944 ed il 1947? Si ebbe una sostanziale restaurazione  dello stato e del potere economico preesistente, oppure, soprattutto per via dell’iniziativa del PCI guidato da Togliatti, si realizzò un prolungato dualismo di potere, che continuò poi anche nei decenni successivi nonostante l’anomalia della situazione italiana, cioè di una fase di transizione, genericamente definibile come “rivoluzione antifascista”, nel corso della quale si modificò la forma statale (caratterizzata dall’adozione della Costituzione Repubblicana) e dell’economia (laddove lo sviluppo neocapitalistico risultò condizionato dalla presenza di un forte ed autonomo movimento operaio, estendendo, di conseguenza le proprie funzioni pubbliche)?

Le risposte a questo interrogativo possono essere molteplici, compresa quella che , dal condizionamento del movimento operaio e dalla fragilità organica del capitalismo italiano, o meglio dalla mediazione avvenuta sul terreno pubblico nei campi dell’istruzione, della previdenza sociale, delle infrastrutture, nacque l’enorme sviluppo del parassitismo, impedendo il ricostituirsi organico di  una nuova ideologia borghese, al punto di portare gran parte della società italiana ad adagiarsi, nei decenni successivi, sullo schema del consumismo individualistico.

Nella sostanza non possiamo ignorare come rimase sempre in Togliatti, come in tutto il frontismo, non solo il rifiuto contingente e motivato della rottura rivoluzionaria in un certo momento e in un certo luogo, ma anche la sottovalutazione dei meccanismi di integrazione che il capitalismo poteva mettere nel frattempo in opera; del pericolo ,cioè, del porsi in opera di un meccanismo di  “rivoluzione passiva” (un appunto questo che potrebbe essere rivolto anche oggi, a certi esegeti, più o meno coscienti, del togliattismo).

I tratti salienti dell’opera concreta di Togliatti portano, dunque, il segno concreto di questa ambiguità, generata a mio avviso dallo svilupparsi della linea dei Fronti Popolari, che rimane la “stimmate” decisiva di quel periodo (ed anche di quelli successivi, se pensiamo alla fase del “compromesso storico” e della “solidarietà nazionale”, discendenti, in una qualche misura, di quell’impostazione).

L’ambiguità, però, è sempre feconda, perché è proprio dall’ambiguità togliattiana che nasce una fase di sviluppo importante, nella storia del PCI.

Quando il “miracolo economico” da un lato, e la battuta d’arresto che seguì il XX congresso del PCUS dall’altro, l’obbligarono a fare i conti irrisolti con la sua strategia, Togliatti dimostrò il coraggio di chi non si irrigidisce a difesa, ma ricomincia a pensare e stimola a pensare.

Ecco, allora, la coraggiosa riproposizione di documenti e riflessioni su Gramsci (il convegno del’58), sulla storia del Partito e del suo gruppo dirigente.

Ecco lo spazio e la garanzia offerta al dibattito interno; gli atteggiamento assunti sul luglio 1960 e sul problema dei giovani; ed ecco l’avvio di una polemica ideale cura rivolta contro alla scelta del PSI nel nascente centrosinistra, e, sul piano internazionale, le distanze prese dalla politica sovietica, fino al  Memoriale di Jalta.

Certo, non si trattò affatto di una nuova linea, ma di una capacità di star dentro alla fecondità piena della propria ambiguità d’espressione, rappresentando, allo stesso tempo, lo stimolo e l’arbitro di un dibattito che attraversava un partito grande e complesso quale era il PCI di allora: l’assenza di quello stimolo e di quella capacità d’arbitrato porteranno , del resto, quei dilemmi a sfociare nel confronto Amendola – Ingrao, sviluppatosi nel corso dell’XI congresso, il primo celebratosi dopo la morte di Togliatti (1966).

Il periodo tra il 1960 ed il 1964 fu improntato, sul piano delle idee e su quello della pratica, da non poche delle tematiche su cui sarebbe, successivamente, cresciuta la grande stagione delle lotte degli anni ’60.

E’ quello il periodo del dibattito, e poi delle esperienze reali, intorno al tema del sindacato, della sua   unità, della sua autonomia e, più in generale intorno ai temi delle lotte operaie. Si riscopre la dimensione della lotta aziendale, dell’iniziativa dal basso; si aggrediscono gli aspetti nuovi, di potere, del conflitto di classe  (qualifiche, cottimi, premi); si rilancia il ruolo del partito in fabbrica, legato al conflitto reale e non solo come propagandista.

E’ quello, anche, il periodo di un nuovo lavoro teorico che introduce, forse per la prima volta, Marx (ed il Capitale) direttamente nella cultura italiana, con questo riportando in primo piano la questione dei rapporti di produzione e muove i primi, contraddittori passi di una critica qualitativa dello sviluppo capitalistico (Luckas, Adorno).

Tutte cose importanti, per contrastare, nel momento del suo massimo sforzo, il tentativo della borghesia di stabilire l’egemonia della cultura americanizzante, tentando, insomma, di non consentire al partito di sciogliere la propria doppiezza, all’interno degli insidiosi meccanismi della “rivoluzione passiva”.

Quello fu, ancora, il periodo in cui affiorò una critica reale alla linea della coesistenza come “status quo” e assunsero valore caratterizzante le scelte a favore dell’Algeria e di Cuba.

E’ quello, infine, il periodo del recupero dell’antifascismo militante, a partire dallo scontro con Tambroni del Luglio 1960.

Non furono solo battaglie di idee, anche se un certo limite di “illuminismo” lo si può riscontrare, ma andarono avanti anche esperienze corpose: le lotte operaie del ’59 e poi del ’62; le lotte di piazza internazionaliste; il luglio del’60; la formazione, nella Fgci, di una nuova generazione di intellettuali.

Insomma, il ’68 fu preparato da processi profondi che, anticiparono non pochi dei suoi temi..

La critica al neocapitalismo era, in Italia, non a caso già avviata prima della grande esplosione: tutto ciò, ovviamente, non maturò soltanto all’interno del togliattismo e del PCI. Importantissimi furono i contributi di correnti culturali quale quella rappresentata da Galvano Della Volpe, la ricerca di Panzieri e della sinistra socialista, l’autonoma evoluzione di molte realtà interne al mondo cattolico, dalla CISL alle ACLI.

Ma è certo che quasi ogni nuovo fermento trovò, allora, nel PCI il suo punto di riferimento complessivo,la sua sede di militanza, a dimostrazione della fecondità del travaglio interno a quella tradizione togliattiana, che aveva così profondamente segnato l’identità del Partito.

Possiamo, a questo punto, cercare di chiudere il discorso individuando ciò che vale ancora la pena di essere studiato nel togliattismo, usando l’antica espressione crociana “ciò che è vivo e ciò che è morto”, comprendendo che, anche oggi, una operazione intellettuale di questo tipo vada svolta con metodo dialettico : “ Perchè ciò che è vivo porta pesante il segno di ciò che è morto e, reciprocamente ciò che è morto può, proprio nel rapporto con l’insieme, esso stesso contenere potenzialità positive inattese e servire da “concime al futuro” (tanto per citare, per intero,il grande filosofo di Pescasseroli, padre dell’idealismo italiano).

Ciò che è vivo, in Togliatti, pare, a modesto avviso di chi scrive queste note, l’attenzione per la “qualità della democrazia”.

Togliatti non si limita alla questione del consenso, o al rispetto della libertà formale, ma si apre alla questione della partecipazione e attivizzazione delle masse, a partire dai loro bisogni,  e poi con le loro lotte, la loro educazione, la loro organizzazione in un partito come intellettuale collettivo, alla costruzione di ramificati rapporti di alleanza, alla crescita di un nuovo senso comune.

Democrazia, insomma, non solo come rispetto di certe regole del gioco politico (libertà come non impedimento, obiettava Togliatti alla tradizione liberale, in una lontana polemica con Bobbio) ma, soprattutto, democrazia con un  rapporto nuovo con il potere, come prodotto di un progetto, di una direzione, di una organizzazione, come era stato nel caso della costruzione della Costituzione Repubblicana.

Il togliattismo, insomma, come punto storico di riferimento non solo di una contraddizione tra una forza rivoluzionaria ed un politica riformista, ma come contraddizione ineliminabile tra una forza organizzatrice di grandi masse, e ciò che invece esige la gestione del capitalismo in crisi (autoritarismo ed emarginazione sociale. Curiosamente; adesso come negli anni ‘ 50 – ’60).

Quella contraddizione che oggi è venuta mancare e che rimane il tratto distintivo di un’epoca (quella del ferro e del fuoco degli anni centrali del’900) di cui la figura di Palmiro Togliatti è stata, sicuramente, una tra le più importanti.

                                        FRANCO ASTENGO

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