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Don Bardini, mina vagante nella diocesi di Albenga, sfrattato dall’Asl 2 del S. Corona

Don Filippo Bardini, 48 anni, nato a Loano, per la cronaca pare sia l’ultima mina vagante della diocesi di Albenga – Imperia e del vescovo Borghetti. Non solo per aver denunciato asseriti ‘vizi sessuali’ del vescovo emerito Mario Oliveri e prima ancora provocato un terremoto alla Caritas diocesana. A don Filippo, dopo essere stato rimosso da cappellano del S. Corona, l’Asl 2 ha intimato lo sfratto, ma lui rifiuta di lasciare l’alloggio, vuole essere pagato per lavori di ristrutturazione. Una maledizione? Il precedessore, don Giacomo Pisano, fu allontanato dall’ospedale (gennaio 2015) per una storia dai contorni misteriosi.

Don Filippo Bardini rischia di essere ridotto allo stato laicale (foto Silvio Fasano)

Eppure Luca Rebagliati, cronista d’esperienza, addentro alle ‘cose segrete’ della diocesi, con ottimi informatori nella sede vescovile, ha scritto un interessante ritratto di don Bardini:  sacerdote ‘contro’, coraggioso, quasi scomodo per la gerarchia ecclesiastica, in contrasto con la ‘cappa di silenzio’. “Un prete –  scrive sul Secolo XIX –  che non esita ad invitare i fedeli a non versare l’obolo dell’8 per mille alla Chiesa. Un prete che si schiera con chi protesta per l’arrivo di profughi e l’ospitalità loro riservata…. Non ha peli sulla lingua e già da quando era seminarista a Savona  ebbe modo di scontrarsi con quelle che ritiene devianze  del clero…. contro certi costumi libertini e contro gli sprechi. Celebre la sua disputa con la cooperativa  che gestisce il centro di accoglienza  della Caritas; lui da direttore cacciò la cooperativa Jobel (ha gestito per tre anni anche uno stabilimento balneare con bar e ristorante ad Alassio, Sla 1 ndr)”.

Il vescovo Guglielmo Borghetti, a meta agosto 2015, annota ancora Rebagliatireintegrava la cooperativa cacciata dal direttore, anche se in realtà non se n’era mai andata, e in diocesi è esplosa una nuova guerra…qualche mese fa Bardini  aveva inviato una raccomandata alla cooperativa comunicando l’intenzione di interrompere con un anno  e mezzo di anticipo un contratto ritenuto troppo oneroso di 30-35 mila euro al mese che uniti a quelli per l’affitto  dei locali  andrebbero ad assorbire  completamente il bilancio Caritas. Il vescovo Oliveri, allora ancora nel pieno dei suoi poteri, pare non condividesse  le scelte di don Bardini, comunque tutto venne demandato al successore… Tra l’altro, la Jobel è una cooperativa vicinissima  all’ex economo della diocesi don Tonino Suetta, ora vescovo di Ventimiglia….Una scelta che ha visto don Bardini  sulle barricate…. per la sua struttura di accoglienza  aveva immaginato una gestione affidata in gran parte ai volontari,  confidando anche nell’aiuto gratuito di alcuni professionisti per la parte contabile….”.

E’ successo che don Filippo è stato rimosso. Ma ecco che due mesi dopo va in scena un blitz della Finanza  proprio alla Caritas.  Questa volta nel mirino finisce Don Carmelo Licciardello, già vice parroco a Ceriale e da poco tempo  destinato alla parrocchia di Dolcedo. La cronaca giudiziaria del Secolo XIX, con Giovanni Ciolina, riportava che gli uomini della polizia giudiziaria, coordinati dal sostituto procuratore Chiara Venturi ( quando era ad Alessandria, il magistrato, ha seguito inchieste scottanti sulla diocesi di Acqui Terme) erano sulle tracce di conti e movimenti di denaro attribuibili al sacerdote. Due i  filoni di indagine. In un caso la presunta circonvenzione di incapace  di una donna, nel secondo denaro versato sui conti Caritas  per le adozioni a distanza.

Torniamo al tema don Filippo Bardini. Una volta lasciato il vertice Caritas (resta l’interrogativo da dove partirono le segnalazioni all’autorità giudiziaria) ha mantenuto  il ruolo di direttore  della Pastorale della Sanità che coordina i cappellani  degli ospedali e comunque consente al sacerdote di percepire uno stipendio visto che non gli è stata affidata alcuna parrocchia nonostante  i vuoti, i salti mortali di molti parroci, la crisi di vocazioni. E ancora Bardini a dichiarare al giornalista Rebagliati: “Chi ha bisogno di aiuto spesso si rivolge a me, solo che non ho più i fondi Caritas e non ho nemmeno  quelli parrocchiali, ma solo 900 euro di stipendio mensile”. Denaro dell’8 per mille. Che dire, è lo stesso don che invitava a non darli alla Chiesa”. Perché ? “….So come vengono spesi quei soldi, parafrasava….”.

Don Bardini pastore di anime in una diocesi lacerata, sanguinante, sofferente da un paio di decenni. Con una montagna di debiti: almeno sei  milioni di euro quando don Suetta, loanese, figlio di stimati agricoltori, ha lasciato il posto a don Giancarlo Cuneo. E pensare che con monsignor Fiorenzo Gerini, di fatto emarginato – è stato sostituito alla vigilia del suo sessantesimo anno da parroco di Peagna -,  solo pochi anni prima, i conti erano in ordine. C’è voluto l’intervento personale e ripetuto di papa Francesco per arrivare ad un salutare colpo di spugna. Con la designazione graduale, purtroppo, del nuovo vescovo Borghetti, subito alle prese con una diocesi allo sbando, tante pecorelle smarrite, crescente disaffezione. Per tutti ha finito per pagare monsignor Oliveri che, a suo dire, avrebbe avuto il torto, il difetto, di fidarsi troppo, di perdonare troppo, di illudersi che altre diocesi non lontane si trovavano pure a mal partito. Caso Acqui docet ! Da ultimo la montagna di ‘fango’ con le dichiarazioni in Procura di don Bardini. Un addebito  che non poteva essere mosso a monsignor Oliveri, in ottimi rapporti, anche parentali, con un prelato di Torino ? Che fosse una persona venale; di amministrazione, conti, denaro della sua diocesi, si è sempre fidato ciecamente. Lasciando carta bianca.

Oggi restano sul tappeto, per monsignor Borghetti, tanti nodi da sciogliere. Uno di questi è  la ‘scomoda presenza’ di don Filippo che rischia la sospensione a divinis e la ‘riduzione’ allo stato laicale. Il vescovo Oliveri quando è venuto alla luce la notizia che il suo nome era finito nei verbali di interrogatorio del teste don Bardini, davanti al sostituto procuratore della Repubblica, G.B. Ferro, e che si era parlato senza mezzi termini di ( ‘Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi’ ,“Pagava sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio”) affidò la risposta ad un comunicato stampa serale del vescovo Borghetti:”.Il mio predecessore ha la ferma volontà di procedere in ogni sede civile e penale ritenuta opportuna contro il sacerdote sentendo gravemente lesa la sua buona fama….”. Poi si è saputo che il prelato, ora vescovo emerito e pensionato, con dimora nel Seminario Vescovile, ha rinunciato alla giustizia italiana e si è rivolto al Tribunale ecclesiastico. Don Bardini dovrà difendersi e dimostrare che il testimone di giustizia ha l’obbligo della verità. Resta il fatto che aveva pure l’obbligo di riferire all’autorità ecclesiastica e visto che c’era il ballo il suo vescovo avrebbero dovuto rivolgersi agli organi preposti della Curia Romana.

Don Bardini in realtà si trova con più fronti aperti.  L’Asl 2 del Santa Corona gli ha intimato di lasciare l’alloggio riservato al cappellano che non è più lui.  Il dossier del Tribunale ecclesiastico potrebbe arricchirsi di carte tutt’altro che tranquillizzanti.  Il suo nome resta scritto sul sito internet che elenca “tutti gli scandali della diocesi più chiacchierata d’Italia”. Si parla di ‘una storia con una catechista minorenne‘ e di un’asserita ‘convivenza con una donna‘.  Pare per circa un anno. Ha studiato nel Seminario Vescovile di Albenga da dove sarebbe stato allontanato una prima volta da don Luciano Pizzo rettore. Affidato, si racconta, a don Sappa che era parroco del Sacro Cuore di Albenga che, a sua volta, aveva accettato di ospitarlo per pura cortesia. Tornato una seconda volta in Seminario parrebbe che a chiedere ed ottenere il suo allontanamento sia stato il rettore don Gandolfo. Da qui la scelta di trasferirsi  nel Seminario Diocesano di Savona.  Anche qui, dopo un paio d’anni, sono sorti problemi  piuttosto seri. L’allora rettore don Doglio non intendeva essere il referente, ovvero colui che lo ‘presenta’, secondo i canoni, per l’ordinazione Diaconale. La patata bollente è finita tra le mani del vescovo Vittorio Lupi che di fronte ad una inequivocabile relazione, a firma don Doglio, ha scelto di allontanare dal Seminario don Filippo. Forse troppo tardi visto che diacono lo è diventato proprio a Savona il 6 gennaio 2005. Monsignor Lupi  si sarebbe rivolto anche Congregazione per il clero della Curia romana che avrebbe affidato ad uno psicologo, presumibilmente un vescovo,  l’esame del caso. La risposta: sconsigliata senza appello l’ordinazione sacerdotale.

In corner, come è accaduto in altri casi, è stato il vescovo Mario Oliveri ad accogliere il ‘confratello’ tra le ‘sue pecorelle’. E il 10 aprile 2010 nella chiesa dei SS. Ambrogio e Carlo, all’interno della cittadella ospedaliera del Santa Corona, è avvenuta  l’ordinazione Presbiterale dove don Filippo era in servizio pastorale nella ‘Capellania Ospedaliera,’ allora affidata a don Giacomo Pisano.

La stanza del Santa Corona occupata dal cappellano don Giacomo Pisano (foto Silvio Fasano)

E nel gennaio 2015 altro colpo di scena. L’irruzione delle forze dell’ordine e dei Nas aveva portato alla luce una situazione imbarazzante e forse misteriosa. Un tentativo di furto, scrivevano i giornali, aveva attratto l’attenzione di un altro sacerdote: Filippo Bardini aveva avvisato la vigilanza interna del nosocomio. Ironia della sorte furono rinvenuti, in mezzo a oggetto e paramenti sacri,  pubblicazioni oscene, non proprio confacenti per un sacerdote. E ancora, un gran disordine, avanzi di cibo avariato,  escrementi, rifiuti ovunque.  Ci sono voluti sette mesi  e una richiesta formale alla Regione, dal parte del direttore Asl Flavio Neirotti, per ottenere la rimozione ad opera del vescovo Oliveri. Il cappellano è stato sostituito con padre Tiziano Repetto, sessantenne gesuita proveniente da Roma, in ottimi rapporti con Oliveri. Non è finita. Il 20 ottobre 2016 i mass media annunciano che Don Carmelo Galeone è il nuovo cappellano del Santa Corona, succede a Padre Repetto richiamato dal suo Ordine.  E prima ancora, il 7 dicembre 2015 , c’era stato l’annuncio che don Alessio Roggero, parroco  di Ceriale, già vice direttore della Caritas insieme a Francesco Zappella (era parroco a Borghetto S. Spirito quando fu travolto da un altro scandalo di pedofilia in Italia e all’estero), era il nuovo responsabile della pur sempre benemerita struttura  diocesana.

A Savona è in arrivo il nuovo vescovo,  Mons. Calogero Marino, 61 anni,  vicario generale di Chiavari.  Un’altra eredità tutt’altro che rosea, persino con il pesante fardello lasciato da un vescovo che aveva avuto dalla sua parte la ‘buona stampa’ e promosso alla porpora cardinalizia: monsignor  Domenico Calcagno, designato al vertice dell’A.P.S.A quando era segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Sua eccellenza Calcagno con l’hobby, sconosciuto ai più, della ‘caccia grossa’ in Kenia, pare un paio di volte all’anno. Da vescovo aveva soggiornato con amici sulle Alpi Marittime, nella caratteristica dimora che fu del conte Federico Galleani, poi del figlio Ingo e ora degli eredi. E’ qui, lontano dalla sua diocesi, che ha cresimato un nipotino degli ex banchieri di Alassio, Garlenda (campo da golf), Monesi. E non poteva mancare il banchetto con l’agnello cotto alla brace da un pastore della transumanza. Nella trasferta montanara c’era  Aldo Gasco, ex segretario Dc, prima a Loano, poi provinciale, papà dell’allora apprezzatissima consigliera regionale di Forza Italia, Roberta, avvocato, fedelissima di Claudio Scjaola e moglie del secondogenito di Clemente Mastella, già ministro della Giustizia del governo Prodi tra i rari galantuomini della galassia partitocratica.

L.Cor.

 

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