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Cosa mi raccontava mio cugino Claudio.
Savona FBC: pochi splendori, tante beffe, molte miserie taciute dalle dirigenze

A Claudio Bosano, storico capo degli Ultras savonesi e poi magazziniere del Savona FBC, morto a 59 anni, sarebbe certamente piaciuta la marea di folla che ha invaso gradinata e tribuna dello stadio “Valerio Bacigalupo” per tributargli l’ultimo saluto. Una fila interminabile di giocatori, tifosi, dirigenti, semplici sportivi. Ma, soprattutto, un mare di tifosi arrivati, con la Gradinata colma come nei giorni migliori, le bandiere al vento e tanti amici a urlare il suo nome asciugandosi le lacrime, per rendere omaggio ad una figura che, da tifoso prima e da tesserato poi, era diventato il simbolo del modo di coniugare la passione con l’impegno per gli Striscioni biancoblu.

Bosano è mancato improvvisamente nella serata di domenica. Aveva passato il pomeriggio al Bar “2L” di Via Giacomo Bove, a Legino; poi aveva probabilmente fatto un salto al vicino “Autogrill” di Corso Svizzera, altro luogo abituale di sosta. Al rientro, subito dopo aver cenato nella lavanderia dello stadio comunale, Claudio si è sentito male. E’ probabilmente riuscito a trascinarsi su una sedia davanti al magazzino, ma lì un malore improvviso e fulminante non gli ha lasciato scampo. È caduto in avanti, senza neppure riuscire a ripararsi il viso con le mani. Lo hanno trovato così, alle sette e mezzo della mattina, dopo che due agenti della polizia municipale insospettiti dl fatto che l’ingresso dello stadio lato tribune fosse aperto.

A noi piace pensare che Claudio sia morto nella maniera più indolore possibile e nel luogo dove probabilmente avrebbe voluto: davanti agli spogliatoi della squadra che ha accompagnato la sua vita. Quella squadra, il Savona FBC, che il padre Giacomo lo aveva convinto a vedere il 23 febbraio 1972, in un indimenticabile match contro l’Alessandria, finito due a uno con goal di Gottardo e Panucci davanti a una folla memorabile. Non era certo la prima occasione in cui Bosano si recava allo stadio (lui stesso raccontava di aver iniziato a seguire i biancoblu nel ’65, all’età di otto anni) ma a suo dire quel giorno era iniziato il vero amore viscerale per gli striscioni, quell’amore che lo aveva portato ad avvicinarsi al tifo organizzato, fino a diventare uno dei leader della Gradinata. Un amore, quello per il Savona, che Claudio non ha più abbandonato.

Era stato anche un giocatore, sia pure di modesta fortuna: aveva iniziato con le giovanili del Vado FBC e aveva poi attraversato la galassia del calcio minore savonese, arrivando fino alla Prima Categoria nell’Albissola. Ma il richiamo degli Striscioni era troppo forte e spesso capitava che Claudio preferisse l’ebbrezza del tifo organizzato a quella del campo. Così era ben presto diventato uno dei capi storici degli Ultras con il quale aveva girato mezza Italia in goliardiche trasferte a base di vino e di canti a metà tra il calcio e l’osteria.

Una dozzina di anni fa l’agonia della madre Rina e alcune vicende personali lo avevano convinto ad abbandonare l’attività di autista per accettare la proposta del presidente biancoblu Roberto Romani e diventare il magazziniere della sua squadra del cuore. Con il passare del tempo Bosano si era trasformato in un dipendente a disposizione 24 ore al giorno e con un range di attività che spaziavano dal lavandaio all’autista, dal giardiniere allo psicologo, dal confessore al trovarobe. Questa attività no-stop, unita a un’umanità non comune e a una bonarietà senza fronzoli, lo avevano portato da un lato a diventare amico e confidente di molti giocatori biancoblu – che oggi lo piangono di social network – e una figura di riferimento per i molti giovani che hanno calcato la pelouse del Bacigalupo; dall’altro a trovarsi sempre più spesso nella parte di paracadute vivente della società, tra ritiri non pagati, cene riservate ai titolari ma non alle riserve, autogestioni, fantasiosi salvadanai posti, e qualche volta spariti, nel bar dello stadio, pullman ormai disponibili solo previo pagamento anticipato (e cash) di soldi che non si riuscivano a trovare e così via.

Queste e molto altro Claudio me lo ha raccontato personalmente, nelle tante occasioni in cui, anche recentemente, ci siamo incontrati. Eravamo cugini e siamo cresciuti insieme, nell’orto adibito a improbabile campetto di calcio tra i chinotti (allora) di Valletta San Cristoforo: il luogo dov’era nato e cresciuto, tra Legino e l’omonima Rocca. Non si era mai sposato e così, dopo la morte di sua madre, la nostra famiglia era diventata l’ultimo riparo dei suoi affetti: capitava spesso di trovarci a pranzare insieme e ad ogni incontro Claudio non rinunciava ad aggiornarmi sui pochissimi splendori e le sempre più numerose miserie delle dirigenze che si sono susseguite alla guida della società. Anche nei suoi confronti: gli stipendi che arrivavano sempre più raramente, gli acconti da barzelletta accompagnati da battute dirigenziali che spesso univano al danno la beffa… Così, anche mangiare poteva diventare un problema.

Ma, nonostante i tanti inviti a trasferirsi nella nostra casa, Claudio non aveva mai voluto abbandonare l’alloggio di fortuna che si era ricavato nella lavanderia dello stadio e in cui sempre più spesso si fermava anche a dormire. Nonostante egli stesso riconoscesse – tra amarezza ed ironia – la situazione critica della società, per Claudio il legame con il Savona, in fondo, non poteva spezzarsi. Ed anzi, nell’ultima occasione in cui ci siamo parlati, una decina di giorni fa, non aveva rinunciato a un’apertura di fiducia e di speranza verso il nuovo presidente Cavaliere. L’infarto fulminante che lo ha portato via a soli 59 anni gli impedirà di verificare, questa volta, se tale fiducia fosse ben riposta o meno. Addio, Claudio, e ti sia lieve la terra.

Massimo Macciò


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