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Che bravo il nostro ministro. Ha chiesto la grazia per Nessy per un reato che non ha commesso. Cari “soldatini” del governo Meloni… “L’Italia mai così forte”


C’è un ministro che chiede perdono per una colpa mai commessa, e c’è un uomo che usa una bambina come merce di scambio.

di Alessandro Dighero

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si è recato al Cairo il 3 settembre 2026 per incontrare il ‘democratico’ presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Tra questi due poli si consuma, nelle ultime settimane, tutto quello che c’è da sapere sulla vicenda di Nessy Guerra, e io non ho intenzione di scrivere di questa storia con la finta compostezza di chi guarda da lontano. Non da lontano, io. Da vicino, con la rabbia di chi la considera una vergogna nazionale.

Il primo luglio, al question time della Camera, Antonio Tajani ha reso noto che l’ambasciata italiana al Cairo ha formalmente presentato alle autorità egiziane una richiesta di grazia presidenziale per Nessy Guerra. Fermatevi un momento su questa parola, grazia, perché non è innocua, non è un tecnicismo diplomatico che si può liquidare con un comunicato stampa.

Nessy Guerra, in Egitto, con la sua piccola. Mani alzate gesto trasmette spesso eccitazione, gioia

La grazia presuppone, per definizione giuridica prima ancora che politica, una colpa da perdonare. E qui bisogna essere chiari, senza sconti a nessuno: Nessy è innocente. Non ha mai commesso adulterio. Punto. Non è un dettaglio da giurista, è il fatto che dovrebbe guidare ogni scelta diplomatica, e invece è stato ignorato da chi ha deciso di chiedere clemenza per un reato mai commesso.

La sua condanna nasce da un impianto normativo che punisce l’adulterio come reato, applicato quasi esclusivamente contro le donne, mentre l’uomo che l’ha denunciata, già condannato in via definitiva in Italia per reati contro un’altra donna, resta libero di muoversi, di minacciare, di ricattare.

Chiedere la grazia significa accettare, sul piano formale, la sentenza egiziana: significa che un’innocente diventa, nei documenti ufficiali del nostro stesso paese, una colpevole perdonata. E lasciatemelo dire con la franchezza che questa storia merita: è un oltraggio, prima ancora che un errore diplomatico, chiedere a chi non ha colpa di ricevere un perdono.

Il Codice penale egiziano, per chi si illude che la grazia sia la scorciatoia buona, chiarisce che non produce gli effetti che l’opinione pubblica italiana le attribuisce. L’articolo 75 prevede che chi ne beneficia resti sotto sorveglianza di polizia per cinque anni; le disposizioni generali della stessa legge stabiliscono che le pene accessorie legate alla condanna non decadono, salvo indicazione contraria nell’atto di grazia stesso. In altre parole: anche ottenuta, la grazia lascerebbe Nessy formalmente condannata e sorvegliata, con addosso l’etichetta della colpa perdonata, che in una causa di affidamento pesa. Non come attenuante. Come argomento a favore di chi sostiene che quella madre non sia idonea a crescere sua figlia.

E mentre la diplomazia italiana si muoveva su questo terreno fragile, l’uomo da cui tutta questa storia dipende ha fatto la sua mossa, ed è una mossa che toglie il fiato per la sua spudoratezza. Il 14 settembre Tamer Hamouda ha fatto recapitare a Nessy un ultimatum: risposarla, subito e pubblicamente, e riabilitare pubblicamente la sua immagine agli occhi del mondo. In caso di rifiuto, l’esecuzione della condanna per adulterio e la consegna della figlia Aisha alla nonna paterna. Leggetelo due volte, perché la prima non basta a misurarne la mostruosità: un uomo condannato in via definitiva in Italia per maltrattamenti ai danni di un’altra donna, denunciato in Egitto per minacce a un viceconsolato onorario, arrestato e rimesso in libertà su cauzione dopo pochi giorni, si permette di offrire a Nessy la libertà in cambio del suo corpo, del suo nome, della sua dignità pubblica. Questo è l’uomo a cui la giustizia egiziana ha lasciato in mano, di fatto, la vita di Nessy e di Aisha. Questo è il metro con cui misurare ogni giorno di ritardo istituzionale: ogni giorno che passa senza un risultato concreto non è un ritardo qualunque, è tempo regalato a chi ricatta, sottratto a chi subisce.

E mi fa rabbia, tanta rabbia, vedere chi in questi mesi si è preoccupato più di girarsi un video da pubblicare per darsi un tono che di ottenere un risultato vero: ogni volta che sono intervenuti qualcosa è andato storto, pensano di essere una risorsa e invece diventano un problema in più da gestire.

Resta, a chiusura di questa ricostruzione, un fatto che merita di essere scritto senza girarci intorno: tutto quello che ho raccontato è già pubblico, già dichiarato, già scritto nero su bianco dalle stesse istituzioni coinvolte o dalle cronache di questi giorni. E la cosa più desolante, alla fine, è proprio questa: mentre un uomo condannato per maltrattamenti si permette di dettare condizioni su un matrimonio e su una bambina, il nostro paese continua a scegliere la strada più comoda invece di quella più giusta. Eppure la via politica resta l’unica possibile, non perché abbia dato finora buona prova di sé, ma perché è l’unico strumento capace, se usato con il coraggio che finora è mancato, di produrre un risultato vero. Ed è proprio per questo che non intendo fare sconti a nessuno: continuerò a scrivere di questa storia finché Nessy e Aisha non saranno a casa, perché non è mio interesse proteggere nessun altro al di fuori di loro due.

Alessandro Dighero


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