Da giovane viaggiavo in treno perché era conveniente. Oggi lo preferisco perché è più comodo. Nei lontani anni Settanta le scelte politiche avevano praticamente congelato le tariffe ferroviarie, senza per altro riuscire a contenere la fuga verso la mobilità individuale.
di Massimo Ferrari

Oggi, a dispetto degli stucchevoli allarmi sul prezzo dei carburanti – tra preoccupazione della compagine governativa che proroga lo sconto sulle accise e grida delle opposizioni che giudicano questi interventi insufficienti – benzina e gasolio costano meno di mezzo secolo fa. Decisamente meno se si considera il potere d’acquisto delle famiglie. Molto meno se si valuta il consumo più contenuto delle moderne vetture.
Mentre il biglietto del treno, come in genere quello del Tpl, è un po’ superiore, nonostante le imprese di trasporto di tanto in tanto tornino a lamentare le “tariffe più basse d’Europa”, forse per mascherare la propria incapacità di ottimizzare i costi di produzione del servizio (per non parlare di quelli necessari per le infrastrutture ed il rinnovo del parco circolante).
Con tutto ciò – nonostante la minore convenienza nello scegliere il treno, specie se si viaggia in due o più persone – l’auto ha perduto parte del suo fascino che allora pareva irresistibile. Forse è una questione di fasce d’età più avanzate: lo noto in molti coetanei un tempo devoti al rito delle partenze in autostrada. Ma anche parecchi giovani mi sembrano meno entusiasti delle quattro ruote. Al punto che, almeno nei grandi centri dove esistono valide alternative in fatto di mobilità, non sono pochi a rinunciare alla patente o a rimandarne l’esame di guida ben oltre la soglia fatidica dei 18 anni. Colpa di strade perennemente congestionate e della difficoltà di trovare parcheggio, senza dubbio.
E nonostante i molteplici fattori che sembrano congiurare contro l’uso del trasporto collettivo, dai cantieri interminabili che costellano le linee ferroviarie, alle normative per la sicurezza, che spesso nascondono solo la determinazione ad evitare ogni attribuzione di responsabilità, agli scioperi sostanzialmente inutili, ma proclamati per attestare la presenza in vita di sigle sindacali insignificanti. Senza tacere l’enfasi con cui i media evidenziano (magari anche giustamente) ogni disservizio, dando l’impressione di un settore ormai allo sbando.
Faccio qualche esempio tratto dalle più recenti esperienze di viaggio. Dopo Ferragosto, per sfuggire alla canicola che grava su Milano, decido di trascorrere qualche giorno a Bormio, nell’alta Valtellina. Parto con mia moglie col treno per Tirano delle 8.20. Dopo almeno tre estati in cui la linea è stata a tratti interrotta per i lavori connessi alle Olimpiadi invernali, finalmente tutto dovrebbe filare regolarmente. Anche se è un giorno feriale in uscita dalla città, i posti a sedere sono quasi tutti occupati. E benché si siano spesi non pochi fondi per migliorare il servizio, la linea resta quella di sempre, a binario unico da Lecco in poi.
E, infatti, poco prima di Sondrio, restiamo fermi una ventina di minuti, perché il solito furbetto è rimasto intrappolato con la sua auto tra le sbarre di uno dei tanti passaggi a livello. Ciononostante, a terminal di Tirano il bus della Perego (un plauso all’ottimo servizio solitamente assicurato da questa impresa) aspetta e per mezzogiorno arriviamo a Bormio. Tre ore e 40′ per circa 200 km, forse (ma non è detto) in auto avremmo impiegato meno ed avremmo quasi lo stesso per la benzina (non ci sono pedaggi autostradali): con il biglietto Ivol (Io Viaggio Ovunque in Lombardia) sono 17.50 euro a testa.
Ma abbiamo fatto bene, visto che a Bormio, in diversi momenti della giornata, il traffico viario è quasi completamente congestionato. Molti hanno acquistato appartamenti o affittato villette attorno al paese. Poi all’ora dell’aperitivo calano in massa verso il centro, senza trovare parcheggio. A Milano, per dire, lo sforzo è decisamente minore. Un conoscente, distante poco più di un chilometro dal nostro albergo, una sera ha impiegato 45 minuti per raggiungerci con il suo Suv.
Per tornare a Milano, qualche giorno dopo, stesso percorso. E’ cominciato a piovere: tutti fuggono dalla Valtellina ormai avvolta da nubi autunnali. Tra Tirano e Sondrio il nostro treno sorpassa una colonna di vetture quasi ferme. Più a valle, però, siamo noi ad incappare in un cantiere imprevisto: dal venerdì alla domenica, stop alla circolazione, visto che ancora non ci sono i pendolari ed i turisti – tra cui parecchi stranieri (che non votano) – possono pazientare.
Però bisogna riconoscere che l’emergenza viene gestita con professionalità. A Lecco ci aspetta sullo stesso marciapiede un “Besanino”, il simpatico convoglio diesel che scende a Milano via Costamasnaga, linea al momento non interessata dai cantieri (lo sarà, e per oltre un anno, a partire dal 7 settembre). Arriviamo a destinazione un po’ oltre l’orario previsto, ma senza disagi significativi e col vantaggio di aver attraversato il paesaggio bucolico dell’alta Brianza.
Passa qualche giorno e si parte in sei alla volta di San Benedetto del Tronto. Stavolta, sotto il profilo della mera convenienza economica, l’auto avrebbe consentito di risparmiare qualcosa. Anche con due vetture non avremmo speso i 780 euro per sei biglietti a/r del Frecciarossa in seconda classe. Ma il treno è decisamente più veloce: poco più di 3 ore e mezza per i 500 km che separano Milano dalla Riviera delle Palme. L’autostrada Adriatica, assicurano amici da poco rientrati da Bari, anche quest’anno impone snervanti rallentamenti.
Dovremmo partire alle 11.35, ma uno sfortunato viaggiatore, nel salire sulla carrozza adiacente, inciampa e si procura una vistosa ferita ad un polpaccio. Intervengono una decina tra agenti e personale di scorta che, in attesa dell’equipe medica, invitano il malcapitato a non muoversi. Ciò determina una buona mezz’ora di ritardo, che ovviamente non sarà recuperata. Poco male, non abbiamo fretta. In più, sorpresa: nonostante l’inconveniente non sia evidentemente ascrivibile al Gruppo Fs, ci viene riconosciuto il rimborso del 25 per cento in forma di bonus, ovvero 82 euro che potremo spendere entro un anno in occasione di un altro viaggio.
L’albergo di Porto d’Ascoli è un ottimo tre stelle. Non costa molto: 550 euro per una settimana, inclusa sontuosa colazione, ricco aperitivo di benvenuto, sdraio ed ombrellone in spiaggia. In più ci sarebbe compreso il parcheggio (anche qui i posti in strada sono blu a pagamento). Sarebbe convenuto arrivare in auto? Non proprio, perché è anche offerto l’uso gratuito di biciclette. E poi lungo tutto il litorale, per oltre quattro chilometri, c’è un servizio di bus che funziona anche a tarda notte e ci consente di risparmiare sui taxi. Costa poco (1,35 euro a corsa) e i villeggianti ne approfittano. Una sera, alle 23.30 eravamo un centinaio di persone a tornare dal centro, ma tutti sono saliti senza difficoltà a bordo del mezzo snodato.
Anche per l’escursione alla vicina Ascoli Piceno (35 km nell’interno) nessun problema: una moderna elettromotrice climatizzata percorre questa linea che vent’anni fa rischiava di chiudere, come quella della vicina Teramo, ed ora appare ben mantenuta e frequentata. Ad Ascoli funziona pure un bus navetta gratuito per visitare la città. Al ritorno verso Milano il Frecciarossa, pieno di passeggeri, proviene da Lecce, percorre la linea storica fino a Parma, poi imbocca l’AV e giunge alle porte della stazione Centrale con qualche minuto di anticipo (prestazione orgogliosamente rivendicata dall’annuncio sonoro).
Non sempre le cose vanno così male, come spesso le si descrive. Figuriamoci se i cantieri fossero finalmente completati (e se i lavori di manutenzione si svolgessero di notte, o in pendenza di esercizio). Se, in caso di imprevisti, la priorità fosse quella di ripristinare la circolazione appena possibile (anziché rispettare pedissequamente inutili normative burocratiche). Se le vertenze sindacali venissero composte negli appositi tavoli istituzionali, ricorrendo allo sciopero solo in casi estremi. Ma qui sconfiniamo in un mondo ideale, che purtroppo alberga soltanto nei nostri sogni.
Massimo Ferrari
