La capofamiglia di Mary Caridi: prosegue il viaggio di un romanzo tra memoria, incontri e letture. La storia di una famiglia italiana attraversata dalla grande Storia: dalla guerra alla Resistenza, dalle privazioni alla ricostruzione, fino alle trasformazioni che hanno coinvolto tre generazioni.
COMUNICATO STAMPA – La capofamiglia continua il suo percorso tra incontri con i lettori, nuove letture critiche e messaggi spontanei arrivati nei mesi successivi alla pubblicazione.
A poco più di quattro mesi dalla pubblicazione, “La capofamiglia”di Mary Caridi continua il suo cammino attraverso presentazioni, incontri con i lettori e nuove letture critiche. Il romanzo, pubblicato dalla Casa Editrice VersoAltrove alla fine di aprile, era stato preceduto, in concomitanza con l’annuncio della sua uscita, da un intervista del TGR Liguria dedicato al libro e al lavoro della giornalista e scrittrice. Successivamente l’autrice è stata presente con il volume al Salone Internazionale del Libro di Torino, nello stand della Casa Editrice. Nei mesi successivi “La capofamiglia”è stato presentato in diverse località del Ponente ligure, attraverso incontri che hanno visto la partecipazione di giornalisti, scrittori, operatori culturali e lettori.
Ambientato tra il Piemonte e la Liguria e attraversato dalla memoria dell’Italia del dopoguerra, “La capofamiglia”racconta la storia di una famiglia seguendone trasformazioni, contraddizioni e silenzi. Al centro c’è la figura della nonna, la “capofamiglia”, ma attorno a lei si muove un mondo più ampio: la povertà del dopoguerra, il cambiamento dei costumi, la religione, la politica, l’arrivo del benessere e del consumismo, fino alla trasformazione dei rapporti familiari. A suscitare interesse sono state anche le diverse interpretazioni del romanzo, che hanno messo in luce aspetti differenti della storia e della scrittura.

Lo psichiatra e scrittore Giacinto Buscaglia, in una lettura articolata dell’opera, ha sottolineato come ridurre “La capofamiglia”a un semplice romanzo familiare sarebbe limitante. Nella vicenda privata riconosce infatti il riflesso della grande storia italiana, che entra nella narrazione attraverso gli oggetti quotidiani, il cibo, il denaro, la televisione, il lavoro e i cambiamenti sociali. Particolare attenzione viene dedicata alla figura della nonna e al silenzio di Marilina, letto anche come forma di difesa e di resistenza.

Il giornalista Claudio Almanzi ha evidenziato invece la capacità del romanzo di immergere il lettore nella società italiana tra il dopoguerra, gli anni Cinquanta e il boom economico. Nella sua lettura, la vicenda attraversa le privazioni e le rigidità del passato per arrivare progressivamente alla televisione, ai Beatles, al cambiamento dei costumi e al Sessantotto. Almanzi sottolinea inoltre il carattere avvincente della storia e il percorso di crescita della protagonista, riconoscendo nella vicenda situazioni che hanno riguardato molte donne e che, per alcuni aspetti, rimangono ancora attuali.

Una lettura particolarmente attenta alla scrittura è arrivata anche da Barbara Anderson, che il 23 aprile ha dedicato a “La capofamiglia”una recensione pubblicata sul blog letterario “Les Fleurs du Mal”. Anderson, che aveva avuto modo di leggere il romanzo già nella sua fase iniziale, mette in evidenza la spontaneità e la delicatezza della scrittura di Caridi, insieme alla complessità emotiva che emerge dietro una narrazione solo apparentemente semplice.
Nella sua lettura, Marilina rimane impressa soprattutto per il suo modo di guardare il mondo, mentre la figura della nonna viene definita centrale e “magnetica”. Anderson sottolinea inoltre come la prosa dell’autrice sia “misurata, essenziale, ma mai distante” e come riesca a restituire le immagini di un’Italia povera ma profondamente dignitosa. Particolare attenzione viene dedicata alla presenza delle donne, alla quotidianità e ai silenzi che attraversano la storia. La recensione individua inoltre, in alcuni passaggi, un richiamo al realismo di Grazia Deledda, pur riconoscendo alla scrittura di Caridi una sensibilità più contemporanea.

Particolarmente articolata è anche la lettura di Roberto Deriu, politico e scrittore sardo, che ha affrontato “La capofamiglia”partendo dal ruolo della famiglia come una delle radici profonde della società italiana. Nella sua recensione, Deriu legge la vicenda narrata da Mary Caridi come la storia di una famiglia italiana attraversata dalla grande Storia, dalla guerra alla Resistenza, dalle privazioni alla ricostruzione, fino alle trasformazioni che hanno coinvolto tre generazioni.
Al centro della sua interpretazione c’è anche la figura della donna, vista come il nucleo più forte e resiliente attorno al quale la famiglia riesce a ricostruire codici e valori. Deriu definisce Mary Caridi una giornalista dallo “sguardo limpido e laico” e dalla scrittura “aderente al mondo, senza sbavature e senza fronzoli”, parlando di un “occhio fotografico di precisione estrema”. La nonna diventa così, nella sua lettura, il punto intorno al quale la famiglia si raccoglie per decenni, mentre i personaggi appaiono segnati dal dolore ma anche dalla capacità di resistere al tempo e alle sue trasformazioni.

Anche lo scrittore, poeta e critico letterario Giannino Balbis ha dedicato una lettura ampia e approfondita a “La capofamiglia”. Partendo dalla qualità della scrittura, che definisce non comune nel panorama della narrativa italiana contemporanea, Balbis sottolinea la limpidezza, la correttezza e la gradevolezza della prosa di Mary Caridi. Ne descrive lo stile come “sobriamente raffinato”, “emotivo senza ombra di pateticità”, “affabilmente colloquiale” e incisivo senza essere invasivo, sottolineandone l’essenzialità e il carattere personale.
Nella sua analisi, il romanzo supera la dimensione di una semplice autobiografia familiare e si sviluppa attraverso “cerchi concentrici”: dalla storia di Marilina e della sua famiglia, tra Val d’Ossola e Liguria, si allarga alla storia italiana del Novecento, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra al passaggio dall’Italia contadina al nuovo benessere borghese-industriale. Balbis osserva come sullo sfondo emergano anche i cambiamenti del costume, della società, della politica e della religione.
La sua lettura individua inoltre nel romanzo una componente di formazione e una dimensione psicologica. Il percorso di Marilina, bambina silenziosa e quasi muta, diventa progressivamente quello di una donna che conquista consapevolezza, autonomia e la capacità di costruire il proprio racconto. In questo senso, secondo Balbis, “La capofamiglia”è anche una sorta di “autobiografia dell’anima”, nella quale la memoria diventa uno strumento per guardare avanti. Particolarmente significativa è infine la riflessione sul finale aperto del romanzo, che lascia al lettore uno spazio di interpretazione e di possibile continuazione della storia.

La scrittrice torinese Patrizia Maria Macario ha letto “La capofamiglia”soprattutto come un intenso romanzo di formazione, nel quale la storia personale di Marilina si intreccia con quella collettiva dell’Italia del dopoguerra e del boom economico.
Alla scrittura e alla dimensione psicologica del romanzo guarda anche la poetessa Claudia Granato, autrice della recensione “L’Ombra e la Luce del Sangue”. Granato definisce “La capofamiglia”una storia che non si limita a essere letta, ma che “pretende di essere abitata”, e individua nei rapporti familiari, nel silenzio e nei legami di appartenenza alcuni dei nuclei più profondi della narrazione.
Nella sua lettura sottolinea la capacità di Mary Caridi di “radiografare i sentimenti” e di costruire una trama psicologica capace di mantenere il lettore sospeso tra giudizio e compassione. I personaggi, osserva Granato, non sono mai semplicemente bianchi o neri, ma “anime chiaroscurali” che cercano il proprio posto nel mondo, spesso pagando un prezzo alto. Una lettura che mette dunque in primo piano la complessità dei legami familiari e la forza emotiva della scrittura.
Alla riflessione sulla memoria si collega anche il modo in cui la stessa autrice ha spiegato la propria necessità di scrivere: “Scrivo per non perdere i volti, le emozioni, la rabbia, la gioia. Quel pallore improvviso. Un tremore. L’odore del minestrone nella cucina di mia nonna. Una musica che resta per sempre. Scrivo come una fotografa che teme che, un istante dopo, la luce sia già cambiata. Scrivo perché tutto resti e non finisca mai. Anche quando tutto è irrimediabilmente perduto.”
Una dichiarazione che, in qualche modo, incontra le diverse letture critiche del romanzo: la memoria personale diventa infatti anche memoria di un’epoca e di una generazione.

Più recentemente, il 4 settembre, anche lo scrittore Daniele G. Genova, ha dedicato al libro una recensione su Amazon, soffermandosi sulla capacità del romanzo di restituire, attraverso una storia familiare, un affresco dell’Italia del dopoguerra e apprezzando nella scrittura dell’autrice la genuinità e una particolare forza silenziosa.
A queste recensioni si aggiungono gli apprezzamenti arrivati nel corso dei mesi da parte di altri scrittori e giornalisti, insieme ai numerosi messaggi spontanei dei lettori. In molti casi il riscontro riguarda proprio la possibilità di riconoscersi nelle situazioni, nei personaggi e nelle atmosfere raccontate. È un aspetto che accompagna il percorso del libro accanto alle letture più articolate: non soltanto l’interpretazione di chi scrive o recensisce, ma anche la risposta di chi, dopo aver letto, sente il bisogno di comunicare all’autrice ciò che la storia ha suscitato. Nel complesso, queste letture mostrano come “La capofamiglia” possa essere affrontato da prospettive differenti: come storia familiare, romanzo di formazione, memoria di un’epoca e, nello stesso tempo, racconto di trasformazioni che hanno riguardato molte famiglie italiane.
Dopo una breve pausa estiva, il percorso degli incontri torna a proseguire nelle prossime settimane, senza anticipare qui i nuovi appuntamenti. Resta centrale la scelta di affidare il libro soprattutto all’incontro diretto con i lettori e alle diverse interpretazioni che la storia di Marilina e della sua famiglia continua a suscitare.
