Un decano che non si da pace. L’ing. Pino Josi, già assessore comunale a Genova e regionale alla Sanità, muove un’accusa che non è della prima persona che incontri al bar o per strada. E’ l’urlo di un politico d’altri tempi che, dati nero su bianco, aveva tagliato i lacci e riformato le situazioni più critiche degli ospedali liguri. Sia tra i camici bianchi, sia infermieri e dotazioni di apparecchiature diagnostiche per immagini che tempi d’attesa.2/Buoni pasto ai turnisti della sanità, il Tribunale di Savona dà ragione alla Cisl: Asl 2 risarcirà i lavoratori.

Accadeva 40 anni fa. Oggi Pino Josi commenta da lettore di quotidiani e dai rapporti amicali con chi di Sanità pubblica e privata può testimoniare non per partito preso. “Bucci sta distruggendo, accentrando la politica sanitaria nella Regione di cui è presidente. Il Poa contiene delle scelte che hanno dell’incredibile. Merita di perdere le prossime elezioni e chi verrà dopo di lui dovrà raccogliere i cocci.” Josi ricorre ad un semplice esempio. “Mancavano i medici e soprattutto infermieri. Ho potenziato la scuola per infermieri dell’Ospedale Santa Corona (intitolata a “Sr. Angela Gualla“) che aveva avviato la propria attività di formazione nel 1955, anno in cui l’ospedale ha istituito il proprio centro di addestramento sanitario. La struttura ha garantito oltre sessant’anni di attività didattica non universitaria e poi universitaria nel settore infermieristico”.
I corsi della storica sede del Santa Corona sono stati chiusi e accorpati al Polo San Paolo di Savona a partire dall’anno accademico 2019/2020 con la presidenza di Giovanni Toti e Sonia Viale assessore alla Sanità
L’Ospedale Santa Corona ha assunto progressivamente la configurazione di presidio per acuti e DEA II Livello (Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione) a partire dal suo inserimento nel sistema sanitario regionale avvenuto nel 1978, consolidandosi nel corso degli anni con reparti di alta specialità ed emergenza di rilievo per tutto il ponente ligure. Il presidente dell’epoca era Angelo Carossino (PCI). Copre il territorio, con il suo incremento turistico, da Ventimiglia a Varazze.
Josi: “Al Santa Corona è stato soppresso il diritto di avere una scuola infermieri. Con quale logica?”. Tolto l’accreditamento per il corso di laurea in Infermieristica giustificato con la necessità di razionalizzare e riorganizzare l’offerta formativa universitaria, inserendo il percorso all’interno di una visione dipartimentale e centralizzata legata alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Genova. Quali risultati?
Josi ricorda che all’epoca le ‘scuole infermieri‘ dipendevano unicamente dal direttore dell’ospedale. “Io ridetti il potere alle suore infermiere, con una direttrice. Fui criticato dal ministro Donat Cattin che consigliava invece di farle arrivare dall’Argentina. Utilizzando fondi del ministero finanziai le borse di studio e risolsi le carenze. Oggi solo infermieri e infermieri possono documentare in quali condizioni operano, al di là del rapporto qualità professionale e stipendi quasi i più bassi d’Europa”.
La parola d’ordine del ‘club Bucci‘ è ‘accentrare tutto il potere, razionalizzare in periferia’. Dare uno spazio dopo l’altro ad interessi privati. Siamo all’assurdo dell’Università privata al Santa Corona e dietro l’angolo sono in molti del ‘mestiere’ a prevedere l’obiettivo finale. Tra l’altro lascia perplessi il silenzio assoluto dei media in merito all’ateneo privato Link. Trucioli.it ha pubblicato che il fondatore, nel 2021, venne arrestato con l’accusa di “bancarotta fraudolenta, auto-riciclaggio e sottrazione dolosa al pagamento di imposte“. Ci siamo rivolti invano ai vertici della Link per conoscere l’epilogo giudiziario. L’arrivo di Link ha rinfocolato dibattiti politici e sindacali sul futuro della sanità pubblica e sul ridimensionamento di alcuni corsi pubblici territoriali.

ARTICOLO DI SAVONANEWS- di Elena Romanato del 14 settembre 2026/Prosegue il dibattito sulla sanità e sul Poa, il Piano di riorganizzazione aziendale di Ats Liguria. A intervenire sulle prospettive dell’ospedale San Paolo di Savona e, più in generale, sull’organizzazione della sanità ligure è Roberto Lerza, ex primario del Pronto Soccorso del San Paolo.
“Cominciamo col dire che questa riforma sanitaria ligure – attacca Lerza- ha creato un tale malcontento da riuscire dopo anni a compattare le sigle sindacali in uno sciopero che testimonia una insoddisfazione diffusa, al contrario di quello che paventano sondaggi imbarazzanti. Parte di questa insoddisfazione deriva anche dal POA, per quanto forse ancora non si veda una versione definitiva. Certamente il POA ha deluso molte aspettative di chi si augurava, specie a Savona, un deciso miglioramento dei servizi carenti”.
Lerza analizza il POA e le ricadute sulla medicina d’urgenza. “Per quanto riguarda il mio campo – dice – ho rilevato in una prima versione del POA errori talmente grossolani da chiedersi se siano fonte di sviste, di scarsa conoscenza delle normative, di fretta o di forzature volute. Separare strutture di medicina d’urgenza o di osservazione breve dal pronto soccorso sono dei controsensi oltre che violazioni delle normative vigenti. Addirittura collocare una Osservazione Breve Intensiva nel dipartimento medico è un vero paradosso. Mi auguro che questi errori siano già stati corretti (così come la scomparsa di un reparto di Medicina che ha allarmato il sindaco Russo) e nel frattempo aspettiamo proposte regionali su come risolvere le carenze di organico e il problema dei medici a gettoni che non garantisce certo efficienza ed efficacia (ma questo è un altro problema per quanto attualmente sia forse la madre di tutti i problemi del PS)”.
Il punto centrale dell’analisi di Lerza riguarda quindi la capacità dell’ospedale savonese di rispondere alle esigenze dei pazienti, soprattutto nei casi più complessi.
“In termini più generali – aggiunge – le aspettative dei Savonesi non solo sono deluse, ma se possibile si peggiora una situazione già non ottimale. Ho visto la piccata risposta dell’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò al sindaco Russo e sinceramente mi sento di associarmi alle preoccupazioni del sindaco. Non sono mai stato diplomatico nei confronti di tutte le amministrazioni regionali indistintamente. Rilevo che l’assessore parla di “rimodulazione” mentre suoi colleghi precedenti usavano il termine “ripensamento”, termini dietro i quali noi tecnici del settore vedevamo spesso e con ragione il paventarsi di ridimensionamenti, tagli, chiusure di servizi”.
L’ex primario riporta la lunga esperienza fatta al Pronto soccorso del San Paolo. “Nei quasi 25 anni trascorsi a Savona insieme ai miei collaboratori, e naturalmente ai cittadini, – spiega – abbiamo toccato con mano l’assenza o la presenza solo parziale di servizi alle spalle del Pronto Soccorso, servizi che oggi dovrebbero essere essenziali. Parliamo del secondo pronto soccorso della Liguria per accessi e non ci frega niente che alcuni servizi siano collocati a Genova o al Santa Corona a ben oltre 30 km di distanza: i pazienti e la patologia arrivano qui, all’ospedale provinciale per ovvie ragioni logistiche ed epidemiologiche, ma sappiamo ormai bene come alcuni servizi (vascolare, pneumologia, angiografia, endoscopia digestiva, trattamento completo dell’ictus) siano assenti o funzionanti in maniera parziale“.
E aggiunge: “Quindi, prima di rimproverare chi si aspettava dal POA un cambiamento, l’assessore potrebbe provare a calarsi nei panni di un paziente che giunge al secondo Pronto Soccorso della Liguria con un problema acuto vascolare, con una patologia polmonare complessa, con una emorragia da trattare con le moderne procedure angiografiche, con un ictus severo e che deve essere trasferito a 30 o 50 km di distanza perché non è possibile erogare risposte in loco. Mi chiedo se ha mai visto negli occhi la preoccupazione di un medico del 118, del Pronto Soccorso o di un rianimatore che devono assistere questi pazienti critici in un trasferimento, maledicendo l’assenza di servizi che in un ospedale provinciale dovrebbero esserci. E questo senza trascurare la preoccupazione ed il disagio delle famiglie”.
Un’altra questione sollevata riguarda la possibile perdita delle funzioni apicali di alcuni reparti. Lerza concentra l’attenzione su Malattie Infettive, Anatomia Patologica e Radioterapia.
“Oltre ai succitati problemi cronici, sui quali non si interviene – afferma Lerza – in questo POA pare si finiscano per perdere le funzioni apicali di Malattie Infettive, Anatomia Patologica, Radioterapia, reparti essenziali per un moderno ospedale cui fa riferimento una larga fetta di popolazione. Hanno già detto bene i colleghi Tassara e Anselmo su questo aspetto e ci si chiede che senso abbia togliere la figura apicale se non con secondi fini. Certo i servizi non sono cancellati ma ci sono almeno criticità importanti che non sfuggono a noi tecnici, legate alla assenza di un primario in un reparto, o alla sua presenza a distanza”.
Lerza entra così nell’analisi dettagliata di questi aspetti. “Si tratta di specializzazioni in costante evoluzione – afferma – moderne e complesse nell’ambito della assistenza sanitaria e proprio di fronte a queste sfide attuali le si priva di una guida? Sappiamo come si perda efficienza senza una figura di riferimento in loco, sappiamo come nuove strumentazioni e tecnologie difficilmente vengano inserite in primis in strutture senza una figura apicale”
“Inoltre – aggiunge il dottor Lerza – non avere sul posto una figura primariale in strutture decisamente “complesse” significa (a fronte di un risparmio risibile) una grave perdita di attrattività e potenziale formativo di una struttura che verrà progressivamente vista con più diffidenza dai pazienti e non sarà certo appetibile per i giovani medici in formazione. Nel tempo significa far morire le cose”.
“Infine – precisa Lerza – perché Genova con 600.000 abitanti ed una logistica certamente più favorevole deve avere 2 primariati di Malattie Infettive – erano 3 ma la struttura ospedaliera di San Martino è stata accorpata a quella universitaria-, 2 di Radioterapia, 3 di Anatomia Patologica quando tutto il ponente ligure con 500.000 abitanti (turismo escluso) e notevoli difficoltà logistiche e di viabilità, ne dovrà avere 1 sola? E’ innegabile una disparità di trattamento che finisce col creare conflittualità tra le province. Esperienze negative come i primariati “a scavalco” o governi da remoto come ad esempio con il Gaslini diffuso, le abbiamo già vissute e qualcuno ha il coraggio di dire che le cose vanno meglio per i cittadini e gli operatori?”.
Nel passaggio successivo il dottor Lerza allarga il ragionamento dall’organizzazione dei singoli reparti alla struttura complessiva della rete ospedaliera.
“Ci sono poi delle considerazioni inevitabilmente politiche, a prescindere dal colore delle amministrazioni – speiga – Non serve una politica illuminata per capire che ospedali quantomeno provinciali, cioè con una utenza rilevante in termini di numeri e patologie, dovrebbero avere tutti una identica struttura con identico numero di Specialità presenti. Questa potrebbe e dovrebbe essere una decisione regionale e sarebbe la vera e imparziale innovazione. Ma con questo POA si è persa l’ennesima occasione”.
“Stabilire una eguaglianza tra ospedali provinciali – sostiene Lerza – significherebbe far cessare le penose diatribe tra politici davvero di basso profilo, che hanno una visione che non va oltre il loro paese d’origine se non addirittura il loro condominio e che cercano di far pesare la bilancia dalla loro parte acquisendo servizi (e personale) che il più delle volte vengono sottratti ad altri in barba a criteri scientifici ed epidemiologici. Ci si aspetterebbe anche che si capisse, al passo con le evidenze attuali, che il sistema Hub & spoke ha una sua validità in settori molto specifici, mentre la sua applicazione a tappeto su patologie ad alta incidenza comporta problemi anche più grandi di quelli che si vorrebbero risolvere centralizzando gran parte delle patologie”.
Infine, l’intervento si concentra sull’ipotesi di una Università privata di Medicina al Santa Corona. È in questo passaggio che Lerza introduce una lettura anche politica delle scelte contenute nel POA e delle possibili conseguenze per il San Paolo e per i cittadini savonesi.
“Se poi ci si richiama al detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca- dichiara Lerza – allora la penalizzazione del San Paolo potrebbe essere vista anche in altra ottica. L’ombra del business è molto evidente sulla ventilata ipotesi di una Università privata di Medicina che a tutti costi si vorrebbe insediare al Santa Corona. E dico a tutti i costi perché sembra si voglia procedere malgrado le molte riserve sollevate dal Rettore dell’UniGe e pure dal Presidente OMGE“.
E conclude : “Si fa presto ad ipotizzare uno scenario: l’estremo Ponente, che deve ricevere un compenso per il voto espresso cruciale per l’elezione del presidente regionale, sarà premiato con i primariati delle strutture di cui sopra. Nella ex Asl 2 si dirà che i servizi ora penalizzati, saranno forniti dall’Università Privata che probabilmente avrà le figure apicali, al Santa Corona. Il cittadino savonese continuerà una rischiosa e scomoda migrazione sanitaria verso quei lidi o verso Genova. Questo malgrado tutte le evidenze e la logica dovrebbero suggerire il contrario”.
2/SAN PAOLO DI SAVONA, IL SECOLO XIX DEL 16 SETTEMBRE 2026

3/Articolo del Il Secolo XIX del 25.6.24

4/ 14 settembre 2024. DA SAVONANEWS- di Elena Romanato/ Buoni pasto ai turnisti della sanità, il Tribunale dà ragione alla Cisl: Asl 2 dovrà risarcire i lavoratori. Accolto il ricorso per cinque infermieri e Oss degli ospedali di Savona e Pietra Ligure: il diritto al pasto scatta in automatico dopo le sei ore di turno.
Anche il personale sanitario impiegato in turni di lavoro superiori alle sei ore ha pieno diritto al servizio mensa o, in alternativa, all’erogazione del buono pasto sostitutivo. Lo ha stabilito con chiarezza la Sezione Lavoro del Tribunale di Savona, giudice Laura Serra, che ha accolto il ricorso promosso da cinque infermieri ed operatori socio-sanitari (OSS) in servizio presso gli ospedali “San Paolo” di Savona e “Santa Corona” di Pietra Ligure.
La vicenda giudiziaria nasce dal mancato riconoscimento dei ticket per le giornate in cui i dipendenti, impegnati in turnazioni continuative, non avevano potuto accedere alle strutture di ristorazione aziendali negli orari di apertura. L’Azienda Sociosanitaria Ligure (ASL 2) si era costituita in giudizio chiedendo il rigetto delle pretese: secondo la difesa dell’ente, la contrattazione collettiva avrebbe limitato la sosta pranzo al solo personale non turnista, mentre il disagio dei turnisti sarebbe già stato compensato dalle indennità specifiche. L’Azienda aveva inoltre eccepito la prescrizione quinquennale sui crediti richiesti.
Il giudice del lavoro ha tuttavia respinto le argomentazioni dell’ASL 2, riallineandosi al consolidato orientamento della Corte di Cassazione e della Corte d’Appello di Genova. Nella decisione viene evidenziato come la fruizione del pasto e la relativa pausa abbiano una natura prevalentemente assistenziale e non retributiva, essendo diretta tutela della salute e del benessere psicofisico del lavoratore. Di conseguenza, il diritto scatta automaticamente al superamento delle sei ore di prestazione continuativa, a prescindere dall’articolazione in turni dell’orario di lavoro. Trattandosi di un’azione risarcitoria da inadempimento contrattuale per violazione dell’obbligo di tutela della salute il Tribunale ha applicato la prescrizione decennale anziché quella quinquennale.
“Questa sentenza è importante ed è una causa pilota che riguarda una situazione diffusa sul territorio nazionale – dichiara Gabriele Bertocchi, segretario generale Fp Cisl Liguria – perché certifica quello che diciamo da anni e riconosce il valore dei buoni pasto retroattivi di dieci anni. Il caso dei buoni pasto riguarda tutti i turnisti, anche se a ricorrere al Tribunale sono stati 5 lavoratori. Vorremmo che ATS prendesse in mano la situazione e da oggi in vanati riconosce questo diritto perché altrimenti ci costringerebbe a ricorrere alla Corte dei Conti per danno erariale”.
“La parte interessante della causa – aggiunge Davide Sacchini, dirigente sindacale Fp Cisl Liguria– riguarda i turnisti che lavorano in orario in cui la mensa è chiusa ma il giudice va oltre. E dice che ,se il lavoratore per ragioni organizzative del turno o per continuità del servizio non possa accedere alla mensa, l’azienda è comunque tenuta a garantire la prestazione assistenziale attraverso un mezzo sostitutivo, cioè il buono pasto o il relativo risarcimento se non erogato”.
“Come linea difensiva – spiega Alessio Lanteri, dirigente sindacale Fp Cisl Liguria – l’azienda ha sostenuto che la pausa e mensa siano la stessa cosa; cosa sui cui il giudice ha dato ragione a noi; infatti pausa e mensa sono legati a due diversi contratti
ASL 2 e la giurisprudenza di parte pubblica sostenevano che la pausa di 30 minuti non spettasse ai turnisti proprio perché la loro presenza in reparto deve essere continuativa e non si possono abbandonare i malati. Il giudice (richiamando un’ordinanza chiave della Corte di Cassazione, la n. 23370/2025) specifica che l’obbligo di garantire l’assistenza ai pazienti non fa venire meno l’obbligo dell’azienda di garantire la pausa ai lavoratori. È compito dell’organizzazione sanitaria calibrare i turni e gli orari in modo che il personale possa godere della pausa a rotazione senza lasciare privi di cura i ricoverati.
Il diritto al servizio mensa, o al buono pasto, per il giudice non nasce dal fatto che la pausa sia lunga 10 o 30 minuti, né da come il turno è distribuito nella giornata. Il diritto scatta automaticamente per il solo fatto di aver svolto una prestazione lavorativa continuativa superiore alle 6 ore. Superate le 6 ore, la legge e i contratti collettivi prevedono obbligatoriamente un intervallo per il recupero psicofisico e la consumazione del pasto.
Siccome nei due ospedali San Paolo di Savona e Santa Corona di Pietra Ligure la mensa ha orari di apertura fissi -12:00 – 15:00 – per molti turni (ad esempio quelli serali o notturni, o i turni diurni in cui la pausa non coincideva con gli orari della mensa) era oggettivamente impossibile usufruire del servizio. Il giudice stabilisce che, laddove il lavoratore per ragioni organizzative del turno o per continuità del servizio non possa accedere alla mensa, l’azienda è comunque tenuta a garantire la prestazione assistenziale attraverso un mezzo sostitutivo, cioè il buono pasto (o il relativo risarcimento se non erogato).
Il giudice affronta anche il caso specifico del dipendente che in alcune occasioni ha consumato il pasto tramite il vassoio consegnato direttamente in reparto. La sentenza chiarisce che consumare il vassoio al volo sul posto di lavoro non equivale a fruire del “servizio mensa” in senso proprio (che richiede una vera pausa svestita dal lavoro). Anzi, conferma che il lavoratore non ha potuto staccare per ragioni di servizio e ha quindi pieno diritto a ricevere il buono pasto sostitutivo
All’esito dei conteggi, la ASL 2 è stata condannata a risarcire i lavoratori con importi compresi tra i 3.364 euro e i 6.551 euro a testa (pari a un indennizzo di 4,128 euro per ogni buono pasto non erogato da 5,16 euro, calcolato al netto della quota di compartecipazione), oltre agli interessi di legge e alla rivalutazione monetaria. L’azienda sanitaria dovrà inoltre farsi carico integralmente delle spese di consulenza tecnica e delle spese legali di giudizio, liquidate in oltre 5.200 euro.
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