Genova fu per oltre quarant’anni la residenza invernale di Giuseppe Verdi, che amava la riservatezza della città e la protezione dai “rumori” del mondo musicale milanese.
di Tiziano Franzi

Visse a Genova, insieme alla seconda moglie Giuseppina Strepponi, nei mesi più freddi dell’anno (dall’autunno alla primavera) a partire dal 1850 fino al 1900, imparando sempre più ad apprezzare la discrezione dei genovesi e il clima mite della Liguria
Fu un suo caro amico, l’ingegnere Giuseppe De Amicis, cugino del più famoso scrittore Edmondo e flautista dilettante a fargli conoscere per la prima volta la città.
De Amicis era sempre disponibile per il Maestro, lo aiutava nelle piccole incombenze, si occupava per lui di certe commissioni ed era sempre pronto a risolvergli i problemi.
Verdi d’altra parte si rivolgeva a lui per sbrigare le più svariate faccende, ad esempio in una lettera del 1 Novembre 1881 il compositore riferisce che ci si sarebbe una questione da risolvere per Lorito, il pappagallo di famiglia: “Mia moglie desidererebbe che la gabbia di sua eccellenza Lorito venisse ridipinta. … Dunque quando andate all’omnibus allungate un po’ la strada e dite allo spegazin della casa di colorire questa gabbia.”
E De Amicis, solerte, premuroso e affidabile, si assunse il compito richiesto. Fu sempre l’attento amico a procurare a Verdi una lussuosa dimora: trovò per lui un appartamento a Palazzo Sauli, magnifica costruzione di proprietà della marchesa Pallavicino e sita in Via San Giacomo sul colle di Carignano, una zona elegante, verde e salubre.

Verdi si dimostrò entusiasta di questa sistemazione; quella zona all’epoca era chiaramente meno fitta di edifici e costruzioni rispetto a oggi e il Maestro, sempre in una sua lettera, scrisse che si trovava d’incanto in quel palazzo: gli piacevano l’appartamento e la vista, aggiunse che contava di viverci per 50 inverni.
Era la primavera del 1867, poco dopo il Consiglio Comunale di Genova concesse a Verdi la cittadinanza onoraria della città. Inoltre, in quella dimora in Carignano, Verdi aveva il vantaggio di avere come vicino di casa un caro amico: il direttore d’orchestra del teatro Carlo Felice, Angelo Mariani.
Il palazzo godeva di un panorama mozzafiato, un colpo d’occhio da restare ammaliati, quello che i Verdi potevano godere dall’appartamento di Villa Sauli Pallavicino, affittato per 3mila lire l’anno nel 1866 (circa 19mila euro d’oggi).
In una lettera indirizzata al conte Opprandino Arrivabene, datata 16 marzo 1867, scrive: «Ricevo ora la tua lettera e ti ringrazio. Parto per S. Agata, ma ritornerò qui per allestire un appartamento che ho non comprato ma affittato in Carignano, Palazzo Sauli Pallavicino. L’appartamento è magnifico e la vista stupenda e conto passarvi una cinquantina d’inverni».
Ma quella non fu la prima abitazione del Maestro a Genova. Prima di lì, era stato solito soggiornare al celebre Hotel Croce di Malta (che oggi non esiste più) in piazza Caricamento. A Palazzo Sauli rimase fino al 1874; in seguito si trasferì nel fastoso Palazzo del Principe Doria, poiché sembra non amasse troppo il vento che sferza il colle di Carignano, ma una delle principali ragioni fu la rottura del rapporto d’amicizia con il direttore Mariani.

Il legame con Mariani infatti andò compromesso a causa della “sbandata” wagneriana presa dal direttore che diresse Wagner a Bologna, in una “première” nazionale. Offesa sommata al fatto che il Mariani era fidanzato con il soprano boemo, quella Stolz che, suscitando la contrarietà della Strepponi, fece innamorare, ricambiata, Giuseppe Verdi e gli fu vicina persino nel momento del decesso, il 27 gennaio 1901 a Milano.
Da una lettera del 26 novembre 1874 diretta al conte Opprandino Arrivabene si apprende che il Maestro aveva già lasciato l’appartamento in Carignano: «Non so se tu sappia, che io non sto più in Carignano, ma nel Palazzo del Principe Doria».
Come aveva programmato, trascorse in città ben cinquanta inverni e lavorò intensamente a molte sue opere fra cui: Mefistofele, Otello, Aida, Falstaff e Simon Boccanegra, ambientata proprio nella Genova del XIV secolo. Si tratta di una storia ingarbugliata tra sommovimenti politici e la vita tormentata dei personaggi, una narrazione fantasiosa che non ha quasi nulla a che fare con la vita del primo doge di Genova.
Non Parma né Piacenza e tantomeno Busseto, ma fu la discreta ed elegante Genova ad essere la città italiana prediletta da Verdi. Genova significava per lui inverni assai più miti di quelli nebbiosi e ghiacciati della Bassa e di Busseto, che il compositore aveva abbandonato, per via della crisi di rigetto dei bussetani nei confronti della Strepponi, donna già madre di tre figli “clandestini”: arrivata con uno scenografico sfarzoso ingresso in carrozza dalla porta di Mezzogiorno, il 14 settembre del 1849, e installatasi “more uxorio” nel più bel palazzo di via Roma, acquistato dal Verdi nel 1846, da poco pervenuto alla ricchezza dopo un’infanzia e una gioventù salvate dalla miseria grazie a Antonio Barezzi, suo suocero.
L’acquisto di Palazzo Orlandi era visto da molti uno schiaffo alla memoria di Margherita Barezzi, la prima moglie di Verdi, figlia di Antonio, il mecenate del musicista, morta giovanissima, insieme ai due piccoli figli, Virginia e Icilio, dieci anni prima. Ne seguirono occhiatacce e insulti alla diva di fama mondiale, imputata di vita scandalosa ed evitata da tutti o quasi ä paese- La coppia si trasferì a Sant’Agata, dove il maestro aveva acquistato una «possessione» di 350 biolche, con una casa di campagna che poi diventerà Villa Verdi.
Non che il Maestro amasse molto il mare, anzi lo riteneva un elemento panoramico da cartolina, da tenere a debita distanza: «Voi mi chiedete», scriveva Verdi all’amico Opprandino Arrivabene, «perché io abbia preferito Genova anziché Milano, a mia dimora abituale? Non è stato certo l’amore del mare e il desiderio di vederlo dalle mie finestre; lo sapete, io non amo il mare, e per questa mia istintiva avversione non sono mai stato in America e ricusai anche di andare al Cairo ad assistere alla messa in scena dell’Aida. Se ho scelto Genova a mio domicilio l’ho fatto per tenermi un po’ lontano dal mondo musicale e da tutta quella gente che, appartenendo a quel mondo, si crede in dovere di farvi un po’ troppo da padrone e non lasciare in pace coloro che, a dritto o a torto, sono di quel mondo gli individui più in vista. A Genova mi sento un po’ più padrone in casa mia di quanto non potrei esserlo a Milano».
Ottimo pesce, buoni ristoranti ed eccellenti pasticcerie, nonché lunghe passeggiate nei caruggi del centro storico e tra gli splendidi palazzi costruiti dalla ricchezza di banchieri e navigatori commercianti ai tempi della Superba: così Verdi e la Strepponi passavano il tempo libero dagli impegni del Maestro.
“Risotto alla certosina, branzino bollito con maionese, bue brasato, costolette d’agnello, carni alla parmigiana, tacchino arrosto, insalata, dolce, frutta, gelato al rum”: è questo il menù servito all’Hotel Milan di Milano a Giuseppe Verdi, il 7 gennaio 1901, venti giorni prima della sua scomparsa a 88 anni.
Il che dimostra che Verdi era certamente di buon appetito. Amava la tavola della sua regione, ma si appassionò pure alla cucina genovese. Adorava il pesce e i ravioli. La mattina girava tranquillamente per i mercati dove si incontravano figure oggi impensabili. Molti coristi del Carlo Felice, ad esempio, avevano allora un banco oppure, nelle città di mare, lavoravano in porto. Una mattina del 1886, dunque, Verdi andò a comprare del pesce in “Chiappa“, la pescheria che era vicino a piazza Cavour nel centro di Genova.Riconosciuto dal giovane venditore, cantante lirico in erba, gli disse: «Maestro, domani sera sarò in teatro, recito nella sua “Aida” la parte del Re». E Verdi: «Scommetto però che guadagnate di più qui, con il banco del mercato che con la particina in palcoscenico».
Tra i vari aneddoti, si racconta che quando Verdi venne invitato alla prima del suo Falstaff al Carlo Felice, fece sapere che non desiderava sedere nel palco reale. Come era nel suo carattere riservato, voleva essere considerato una persona come tutte le altre
Non era una amante della mondanità e non gradiva né essere riconosciuto e fermato pè’er strada, né granché firmare gli autografi, ma come ogni buon borghese genovese, comprava i canditi da Romanengo e i fiaschi di vino da Giavotto.
Per sua fortuna era ed è ancora abbastanza difficile infatti, che gli abitanti del capoluogo ligure chiedano un autografo a un personaggio famoso. «Siamo tutti uguali», così la pensano. È come se avessero uno spiritello democratico incorporato, un loro grande pregio. Se si chiede l’autografo a una persona famosa, ci si può sentir rispondere: «Se è proprio necessario».
Da vero buongustaio qual era, frequentava spesso la pasticceria dei Fratelli Klainguti, ib Campeyyo. Era goloso della famosa Torta Zena ed entusiasta della brioche cui i titolari avevano attribuito, in suo onore, il nome Falstaff, ripiena alla pasta di nocciola, che il Maestro era solito gustare sul posto e acquistare per l’asporto. Ancora oggi dietro al bancone del locale campeggia orgoglioso il suo biglietto autografo. “Cari Klainguti, grazie dei Falstaff. Buonissimi… molto migliori del mio!”
Curiosa è la storia dei suoi fondatori, i quattro fratelli Klainguti, che lo aprirono quasi per gioco nel 1828. Erano originari di Pontresina, in Svizzera, e arrivarono a Genova per imbarcarsi e raggiungere l’America in cerca di un futuro migliore. E quel futuro lo trovarono nella Superba



Il grande affetto che unì l’illustre compositore alla Superba traspare anche nelle sue disposizioni testamentarie. Il testamento olografo, datato 20 maggio 1900 conteneva un allegato in cui disponeva 50000 lire ad enti genovesi, così suddivisi: 20000 agli Asili Infantili di Genova; 10000 a favore dell’Istituto dei ciechi; 10000 a favore dell’Istituto Liberti per rachitici; 10000 a favore dell’Istituto di via Fassicomo.
Scrive Verdi il 14 maggio 1900: «Questo è il mio testamento… 1- Lascio agli Asili Centrali della città di Genova la somma di lire ventimila. 2- Lascio allo Stabilimento dei Rachitici della città di Genova la somma di lire diecimila. 3 – Lascio allo Stabilimento dei Sordo Muti della città di Genova la somma di lire diecimila. 4 – Lascio all’Istituto dei Ciechi di Genova la somma di lire diecimila…». Sette mesi prima della morte, Giuseppe Verdi consegna il testamento olografo. I primi quattro lasciti, i più corposi in danaro, sono tutti a favore di istituzioni caritatevoli di Genova. Ben 50mila lire complessive del 1900 che oggi corrisponderebbero a 252.174.72 euro .

Tiziano Franzi
