Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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“U Megu”, 27 gennaio 1944, in Val Tanaro


Ci sarà vento su al cippo di Case Fontane, sopra la Madonna del Lago nel comune di Alto, in provincia di Cuneo ma ligure di storia e tradizioni, per l’ormai consolidato omaggio al comandante partigiano imperiese Felice Cascione, “u Megu”, ucciso proprio qui la mattina del 27 gennaio 1944, settantacinque anni fa.

Questa zona della Val Tanaro fu teatro durante la Resistenza di sanguinosi episodi fra cui la drammatica ritirata della Divisione Felice Cascione, un leggendario capo – partigiano Medico e filantropo è noto non solo per il valore con cui si distinse durante i combattimenti, ma anche per il suo pensiero filantropico e umanitario: da medico riteneva infatti che per lui fosse giusto prendere parte alla lotta armata,  evitando tuttavia di uccidere, cosa che avrebbe contraddetto il giuramento di Ippocrate. Inoltre in tutta Italia il suo nome è noto perché è stato l’autore di uno dei più belli e diffusi canti partigiani, la celebre “Fischia il vento”.

Nato ad Imperia il 2 maggio 1918, morto in Val Pennavaira (Savona) il 27 gennaio 1944, medico chirurgo, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Attivo antifascista sin dal 1940, Cascione si era laureato a Bologna nel 1942. L’anno dopo, mentre stava crescendo la sua fama di medico sensibile e generoso, “U megu” (il dottore), fu alla testa, insieme alla madre, delle manifestazioni popolari ad Imperia per la caduta del fascismo. Ciò gli valse il carcere, governava Badoglio, sin quasi all’armistizio. Con l’8 settembre, raccolto con sé un piccolo numero di giovani, Cascione organizzò in località Magaletto Diano Castello la prima banda partigiana dell’Imperiese. Le azioni vittoriose contro gli occupanti e contro i fascisti si alternavano all’assistenza che quel giovane medico – “bello e vigoroso come un greco antico”, com’ebbe a descriverlo Alessandro Natta – prestava ai montanari delle valli da Albenga ad Ormea. Fu proprio la sua generosità di medico a tradire Cascione.

In uno scontro con i fascisti, in quella che si ricorderà come “la battaglia di Montegrazie”, i partigiani catturano un tenente e un milite della Brigate nere, tal Michele Dogliotti. I due prigionieri rappresentano un impaccio e, dopo un sommario processo, si decide di eliminarli. Interviene “U megu”: “Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire”. Così i due fascisti seguono la banda in tutti i suoi spostamenti. Cascione si prende particolarmente cura di Dogliotti, che è piuttosto malandato, e divide con lui le coperte, il rancio, le sigarette. A chi diffida e tenta di metterlo sull’avviso replica: “Non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà”.

Passa circa un mese e il brigatista nero fugge. Pochi giorni dopo, Dogliotti guida alcune centinaia di nazifascisti verso le alture intorno ad Ormea, che sa occupate da unità garibaldine. All’alba la battaglia divampa dal versante di Nasino di Albenga. “U megu“, con i suoi, tenta un colpo di mano per rifornirsi di munizioni. Il tentativo fallisce; Cascione, gravemente ferito, rifiuta ogni soccorso e tenta di coprire il ripiegamento dei suoi uomini. Ma due di loro non se la sentono di abbandonarlo e tornano indietro: Emiliano Mercati e Giuseppe Castellucci incappano nei fascisti. Mercati sfugge alla cattura; Castellucci, ferito, è selvaggiamente torturato perché dica dov’è il comandante. Cascione, quasi agonizzante, sente i lamenti del suo uomo seviziato, si solleva da terra e urla: “Il capo sono io!“. Viene crivellato di colpi.

Il 27 aprile 2003, sulle alture alle spalle di Albenga è stato inaugurato un monumento, dedicato alla pace e alla resistenza ligure, in memoria di Felice Cascione. La stele, opera donata dallo scultore tedesco Rainer Kriester, era stata sfregiata, tre giorni prima dell’inaugurazione, da neofascisti che avevano anche tentato inutilmente di scalzarla dalle fondamenta. L’episodio sopra riportato è ancora una volta quello che tanti uomini liguri hanno stigmatizzato con il loro sacrificio: la difesa della libertà.

Oggigiorno tutti, chi più chi meno, non sanno più che tutta la costa ligure apparteneva a quella “fetta” di territorio italiano denominato “Vallo Ligure“. L’unico Vallo che a malapena ricordano è quello studiato sui libri di storia, quando nelle scuole italiane si studiava ancora Storia, con la S maiuscola, ed è il Vallo di Adriano

Il Vallo di Adriano costruito a partire dall’anno 122 d.C. a nord della Britannia, oggi Inghilterra, per separare i domini romani settentrionali dal mondo barbaro. Il Vallo di Adriano era un muro che divideva in due l’isola inglese, attraversandola da costa a costa, per segnare i  confini fra i territori romani della Britannia e quelli dei barbari della Caledonia..

Il Vallo di Adriano si trova nel nord dell’Inghilterra, a sud del confine dell’attuale Scozia, per 15 chilometri ad ovest e per 110 chilometri ad est. Fu l’imperatore romano Publio Elio Adriano ad ordinare la costruzione del muro di confine, lungo 112 chilometri e fatto di pietra e torba locali. Il Vallo era interrotto ogni 1500 metri da una porta e oltre ogni porta si trovava un forte o un fortino, per un totale di 17 forti principali e 80 fortini; fra due fortini si ergevano due torri di vigilanza. I forti e i fortini erano strutture destinate al sostentamento della guarnigione e vi si trovavano le baracche per l’alloggiamento della truppa, un ospedale, uno spazio per le esercitazioni e un granaio per la conservazione del cibo.

Publio Elio Adriano da uomo saggio preferì consolidare e rafforzare le frontiere piuttosto che intraprendere incerte battaglie di conquista. Preferì adoperare i suoi militari e operai in opere di difesa dell’impero anziché di avanzamento.

Il Vallo di Adriano fu costruito con delle porte e questo aspetto, unitamente al fatto che il muro fosse basso, dà preziose indicazioni sul senso politico e militare di quest’opera: il Vallo di Adriano non era un arroccamento dell’impero in quell’area. Il senso politico e militare dell’opera stava nella sua capacità di regolazione e di relazione: consolidare la vita civilizzata al di qua del muro, ma nel contempo permettere una relazione pacifica e ordinata, sottoposta a controlli, con i barbari del nord. Una relazione commerciale di interscambio ed una relazione politica, un tentativo di civilizzazione senza guerre, ma le tribù che abitavano le terre di Scozia erano troppo indipendenti e solitarie per essere attratte dalla civiltà romana.

Dopo la morte di Adriano, quattro anni dopo, il suo successore Antonino Pio, che era meno “pacifista”, ordina la costruzione di un secondo muro, 140 chilometri più a nord, con intenzioni più bellicose. La conquista delle tribù scozzesi fallì così, dopo la morte di Antonino Pio, il suo muro venne abbandonato e distrutto; fu così ristabilita l’antica frontiera del Vallo di Adriano.

Il Vallo Ligure, è quello, invece, che dopo l’8 settembre 1943 le truppe tedesche e la milizia volontaria della sicurezza nazionale (M.V.S.N.) occuparono e rafforzarono per il controllo delle coste; la necessità di un sistema antisbarco sulle coste liguri diventò per i tedeschi di importanza cruciale, il comando supremo tedesco riteneva probabile uno sbarco alleato nel golfo di Genova e allo stesso tempo riteneva insufficienti le postazioni difensive esistenti. Partirono quindi subito i lavori di costruzione di nuove difese d’artiglieria, bunker, postazioni Tobruk, muraglioni antisbarco, ostacoli anticarro e cavalli di frisia lungo le spiagge e le alture.

Sul promontorio di Porto Vado, ancora oggi si nota sulla collina adiacente al Forte San Giacomo, denominata “Cheia“, una delle tante
casematte presenti lungo la costa che furono principalmente costruite con tre o quattro feritoie e armate con un mitragliera, ma le casematte più comuni costruite furono i nidi di mitragliatrice denominati Tobruk, ispirati alle efficaci postazioni italiane impiegate durante la campagna del Nord Africa. L’efficacia di queste piccole fortificazioni provvisorie in Africa convinse i tedeschi ad adottarle per la difesa delle coste costruendole in cemento armato e incassandole a terra anche con piccole riservette per le munizioni.

Il 12 agosto 1944, gli Alleati decisero di compiere contro di esso la missione 78 e la effettuarono tramite il 463° Group, al comando del maggiore Emerson Tolle, con ventotto B-17 , dette “fortezze volanti”. Le incursioni del 12 agosto si collocano nel quadro di una vasta offensiva aerea, rivolta contro le difese costiere delle coste liguri e francesi. L’operazione doveva aprire la strada a uno sbarco delle forze angloamericane, già previsto in Provenza: i bombardamenti avvenivano però in un’area molto più estesa, per impedire ai tedeschi di individuare il reale obiettivo.

Molti abitanti di Spotorno avevano deciso di rifugiarsi lontano dalla costa, presso parenti, conoscenti o, semplicemente, gente ospitale. Si inoltravano sulle colline boscose sino a Tosse, Magnone o Vezzi, oppure si rintanavano nelle grotte naturali o nelle gallerie ferroviarie. Si mescolavano a famiglie provenienti da Savona, ma anche da Genova o La Spezia. Camillo Sbarbaro , da Genova si era trasferito nella sua casa di Spotorno. Scacciato dai tedeschi, che gliela requisirono, aveva trovato un casolare abbandonato nella località Borsana, presso Magnone: vi si era insediato, trasportando poche masserizie su un carro di buoi. In mezzo alle piante, alle lucciole, al ronzio degli insetti, vi aveva trovato un po’ di pace. Almeno sino al 12 agosto.
Giuliano Cerutti aveva seguito un percorso analogo, riparando con la famiglia propria e degli zii a Tosse. Vi giunsero il 10 agosto e furono alloggiati nella vecchia casa di una signora nota come la Maria de Tusse. Altre famiglie che avevano fatto il viaggio con loro, invece, vennero accolte dai Basadonna a Cà de Badin, più lontano dal centro del borgo.

Il poeta Camillo Sbarbaro era uno dei tanti sfollati che, nell’agosto del 1944, per sfuggire ai bombardamenti cercarono rifugio nell’entroterra ligure. Il 12 agosto, il poeta era salito al paesino di Magnone, alle spalle di Spotorno, in cerca di pane. Quel giorno il cielo si riempì di bombardieri: piovvero bombe su Savona, Vado, Varigotti, Finale, Toirano, Pietra Ligure.

Dall’alto di Magnone, che era stato risparmiato [si fa per dire], la gente guardava più giù: le bombe erano arrivate sino a Tosse, un borgo composto da casolari sparsi tra le viti e gli ulivi. Sbarbaro si fece strada tra la folla. “Mi indicano tra le poche case di Tosse, bene in vista da quassù, una che manca;” annoterà, “una fumata al suo posto si sta disperdendo.” Il poeta conosceva bene Tosse: “hanno preso in pieno la casa un po’ in disparte dove abitava Marta.” Marta, la figlia tredicenne dei Basadonne, una ragazzina schiva che Sbarbaro vedeva sempre in cucina, intenta a cucire; “la piccola Marta, schiacciata dal tetto con tanti altri che vi erano rifugiati sotto.” Le vittime furono in totale ventinove.

Per evitare le incursione dei bombardieri, gli abitanti ricoprirono di “marsiglisi” i tetti di ardesia degli edifici pubblici [vedi chiese, oratori, edifici di pregio, municipi]; dall’alto significava che al suolo c’erano solo vecchie catapecchie senza importanza; ma le bombe piovvero ugualmente. Presso la cava di pietra, all’attuale civico 7 di via Spotorno, sulle alture dell’entroterra, si osserva una profonda buca, ormai colma di humus, dovuta presubilmente all’impatto con un ordigno sganciato dai B-17.

Nel corso delle incursioni, i cacciabombardieri avevano distrutto anche la casa di Camillo Sbarbaro, a Spotorno. Il poeta godeva del vantaggio di riuscire a trarre conforto dalla natura. Del giorno in cui lasciò il suo rifugio per recarsi, in mezzo ai boschi, a constatare la rovina della propria casa, fissò sulla carta un solo ricordo: “odo per la prima volta al sole le pigne scrosciare.”

Quando il rombo dei B-17 si allontanarono per ritornare alla base, ecco che nell’aria, in lontananza si sentirono, di nuovo, le solite note:

prima sussurrate, poi con tono sommesso ed infine a squarciagola il 27 aprile 1945.

“La rossa primavera”, dove per “rossa” sta il tanto sangue versato da innocenti e combattenti per riconquistare la perduta libertà.

La lotta intrapresa dalle formazioni partigiane, gruppi armati di antifascisti composti su base volontaria. Hanno, nei 20 mesi della lotta di Liberazione, una composizione numerica variabile, inizialmente squadra, poi divisione vera e propria. Operano nel periodo compreso tra l’8 settembre 1943 e la fine della guerra (maggio 1945). Subito dopo l’armistizio, molti sbandati delle forze armate regolari cercano di sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi e ai bandi di reclutamento della neo-costituita Repubblica Sociale Italiana dandosi alla macchia, rifugiandosi cioè nelle aree extra-urbane, perlopiù montane. Qui, questi ex soldati si uniscono tra loro e a elementi della popolazione locale, dando vita alle prime formazioni, organizzate proprio sulla scorta dell’esperienza bellica appena conclusa: quei soldati, in grado di utilizzare le armi, danno così corpo alla lotta partigiana. Nella conduzione della lotta partigiana fondamentale è la nascita, il 9 giugno 1944, del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) su iniziativa del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), espressione dei partiti antifascisti.

Le principali formazioni partigiane che compongono il CVL sono:

• le Brigate Garibaldi, i GAP e le SAP, organizzati dal Partito Comunista Italiano.

• le formazioni di Giustizia e Libertà, coordinate dal Partito d’Azione.

• le formazioni Giacomo Matteotti, del Partito Socialista di Unità Proletaria.

• le Brigate Fiamme Verdi, che nascono come formazioni autonome per iniziativa di alcuni ufficiali degli alpini, e si legano poi alla Democrazia cristiana, come le Brigate del popolo.

• le Brigate Osoppo, autonome e legate alla DC e al PdA.

• le formazioni azzurre, autonome ma politicamente monarchiche e badogliane.

• le piccole formazioni legate ai liberali e ai monarchici, come la Franchi di Edgardo Sogno, o quelle trotskiste, come Bandiera Rossa, e anarchiche, come le Bruzzi-Malatesta.

Durante il durissimo inverno del 1944-45, il CVL e il CLNAI trasformano le brigate partigiane in unità militari regolari, così da «favorirne il riconoscimento a parte integrante delle Forze armate nazionali da parte del governo italiano e degli alleati» (R. Sandri, Commissario politico, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, p. 418). Fischia il vento, oltre ad essere l’inno ufficiale di tutte le Brigate Partigiane Garibaldi, viene indicata dallo storico Roberto Battaglia nella “Storia della Resistenza” come la canzone più nota e più importante nella lotta italiana di Liberazione, inizialmente cantata sommessamente, poi a “squarciagola” dai reparti che “man mano” liberavano paesi e città.

Genova il comandante della piazza, generale Günther Meinhold, cercò di trattare, senza successo, con i partigiani della Divisione garibaldina Pinan-Cichero (guidati da Aldo Gastaldi “Bisagno”) appostati sulle montagne che dominano la città, mentre il capitano di vascello Bernighaus organizzava la distruzione del porto. Violenti scontri si accesero al centro della città tra le squadre GAP e i reparti tedeschi e fascisti, mentre i garibaldini della brigata Balilla guidata da “Battista” raggiunsero Sampierdarena. Il generale Meinhold firmò la resa del presidio alle ore 19:30 del 25 aprile nelle mani del capo del CLN locale, l’operaio Remo Scappini, dopo che tutte le vie di uscita erano state bloccate dai garibaldini di “Bisagno”. Il capitano di vascello Berlinghaus e il capitano Mario Arillo della Decima MAS continuarono tuttavia la resistenza, decisi a eseguire le distruzioni previste; dopo nuovi scontri con i partigiani delle Divisioni Cichero e Mingo (comandati da “Miro” e “Boro”) scesi in città la sera del 26 aprile anche gli ultimi reparti nazifascisti si arresero. I partigiani avevano salvato il porto dalla distruzione e catturato 6.000 prigionieri che furono consegnati agli alleati giunti il 27 aprile a Nervi. Solo la batteria tedesca di Monte Moro resistette ancora e si arrese alle truppe statunitensi in arrivo.

In Piemonte le formazioni partigiane scesero dalle montagne e puntarono su tutte le città principali rischiando lo scontro frontale con le divisioni tedesche in ritirata: mentre le unità gielliste più forti si diressero su Cuneo, i garibaldini di “Barbato” e “Nanni” e gli autonomi di “Mauri” puntarono su Torino, nonostante l’invito del colonnello britannico Stevens (comandante delle missioni alleate) di non muoversi, e le Brigate Garibaldi di “Ciro” e Moscatelli avanzarono su Novara. Il 25 aprile ebbero inizio gli scontri per Cuneo; dopo aver costretto alla resa le unità dell’esercito di Salò (divisioni “Monterosa” e “Littorio”), i reparti partigiani giellisti di Ettore Rosa, “Detto” Dalmastro, “Gigi” Ventre, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, affrontarono duri combattimenti con i tedeschi decisi a mantenere il controllo delle comunicazioni. Solo il 29 aprile, dopo alcune trattative con i tedeschi, finalmente le forze partigiane gielliste, a cui si erano uniti i garibaldini dei comandanti Comollo e Bazzanini e gli autonomi di Pietro Cosa, liberarono la città, mentre rimasero a distanza sulle alte valli i reparti francesi.

A Torino, mentre alcune colonne nazifasciste si avviavano verso Ivrea, per attendere gli alleati e arrendersi, i reparti fascisti repubblichini radunarono alcuni reparti e ingaggiarono aspri scontri con i partigiani che raggiunsero la città dalle montagne il 28 aprile. Le colonne militari tedesche del “gruppo Liebe” (due divisioni di fanteria) riuscirono a ripiegare, dopo violenti combattimenti, attraverso l’abitato. Quindi, mentre alcuni reparti della RSI abbandonavano il capoluogo piemontese per avviarsi nella Valtellina, il grosso dei fascisti torinesi della Brigata Nera Athos Capelli rimasti in armi decideva di continuare a combattere. Le Brigate Garibaldi di Giovanni Latilla “Nanni”, Vincenzo Modica “Petralia” e Pompeo Colajanni “Barbato” (3 000 uomini), gli autonomi di Enrico Martini “Mauri” (1 000), i reparti “Giustizia e Libertà” (1 600), liberarono gran parte della città dopo violenti combattimenti e salvaguardarono i ponti in attesa dell’arrivo degli alleati che giunsero a Torino il 1º maggio.

Nelle Brigate Garibaldi, oltre ai GAP e le SAP, organizzati dal Partito Comunista Italiano, confluirono in Savona le brigate ” Falco” e ” Colombo” che il I° settembre 1944 andranno a costituire con le brigate “Corradini” e “Perotti”, la divisione SAP “Antonio Gramsci”.

Erano attive: – la brigata SAP ” Matteotti”, organizzazione socialista, operante nei mesi di maggio e giugno 1944 nel quartiere di Villapiana e nell’area portuale; organizzata da Giovanni Battista Terzano e da Italo Oxilia; – la brigata ” Mazzini” di ispirazione repubblicana, organizzata da Giuseppe Musso ed operante a Savona, Vado Ligure, Albissola Marina, Albisola Superiore nei mesi di aprile e maggio 1944, quando il Musso è costretto a lasciare Savona e raggiungere le formazioni partigiane di montagna; – una brigata SAP indipendente, ma collegata al Comando Militare Provinciale, al comando di Angelo Mordeglia presente nell’area portuale da settembre a dicembre 1944.

Alesebn B.

Le zone partigiane nel savonese



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