Questo è il viaggio di un adolescente che cerca le sue radici, ritrova una cultura perduta nelle mura di una vecchia Parigi medievale.
di Simone Fresia
La prima tappa appartiene alla capitale, invece, del Regno sabaudo, la prima capitale d’Italia, dove occorre rendere onore a Carlo Alberto, al suo Statuto. A piazza san. Carlo, dopo trotterellate sotto portici immensi, scolpiti nel marmo più lustro, il ragazzo sosta estasiato davanti a Santa Cristina. Ne decifra le scritte, ne ammira le statue barocche, chi potrebbe rifarle oggi? Torino la notte di settimana, è già magnifica. “Sapete per caso se il Museo Egizio è aperto a quest’ora?”
Ad un tratto è davanti al Partenone, o è l’oratorio di S.Filippo Neri?…

Il flaneur conversa con due ragazzi che si baciano in treno, lui musicante, lei teatrante: leggono Joan Baez e la sincronicità di Jung, libercoli buttati lì.
Eccoci: dopo il passaggio di rito a Place Vendome, non c’è piacere maggiore che traversare il passage Choseul e trovarci la korea bene ed il giappone, e tutti miscugli con salsa alla francese, ma la direzione è chiara: Bibliotèque Nationale, Salle Ovale. Raccolto un libro a caso, “i residui dell’arte ottomana ad Alessandria d’Egitto“, si può fingere di leggere ma invece osservare l’enorme cupola: si tratta di 16 nomi di civiltà antiche, con ciascuno un rosone da 9 petali, che fa proprio 12 al quadrato.

Davanti alla Comédie Française c’è il più bel mondo di turisti.
Alla ricerca di reliquie ci si può avviare agli albori dello stile gotico, la Cattedrale di St. Denis, modello delle cattedrali a venire; lì si aprì alla luce nelle chiese tramite grandi vetrate, lì si inventò l’arco rampante, lì cominciò la dinastia capetingia, embrione dello stato nazionale francese. Con la Rivoluzione, verranno dissotterrate le ossa dei Re e seppellite in fosse comuni. Si salva Carlo Magno e Pipino il Breve. Dove c’era l’abbazia, il Parc de la Legion d’Honneur protegge la fauna locale: encomiabile la comunità di St. Denis, addirittura sul giornale locale con grande trasparenza ci sono le dichiarazioni di tutti i partiti politici e dove verrà indirizzato il bilancio annuale, in due pagine. Se è curioso, il ragazzo vaga per il quartiere dove africa, maghreb e cina prosperano con i loro locali senza pretese.


Può non dormire su un bateau sur la Seine? Ma soprattutto quanto vi dormirà? Non sarà meglio starsene quieto ad osservare i ragazzini che fanno la coda per entrare in una famosa discoteca nel Quartiere Latino? E poi camminare la notte, osservare la facciata di Notre Dame per scoprire che è asimmetrica, dondolare fino alla Madeleine maestosa e studiarne la notte la storia: prima basilica, poi rifatta sotto Napoleone in edificio neoclassico superbo. Più in là sulla panchina, due ragazze incappucciate parlano in francese; fa freddo, serve la sciarpa di lana, quella tipicamente parisienne, lasciata cadere con nonchalance.
Al Palais de Tokyo, volendo, si trovano tante brutture di arte contemporanea, ferri piegati ad arte, colate di cemento informe, che solo un matto metterebbe in casa. Qua e là ci sono tutti quelli che organizzano la Fashion Week, al piano di sopra, vestiti quasi uguali, prevalentemente di nero (?): si divertono con i pantaloni large size. Anche le modelle sono gazzelle africane.
Il ragazzo potrebbe anche, volendo, frequentare nuovamente Montparnasse, ma non trova più la Rotonde. C’è invece la Tour, all’ultimo piano emette Al-Jazeera. Dicono che un drink lassù costi 25 euro minimo.
Parigi stupisce per due motivi, la cordialità e gentilezza dei francesi, che simpaticamente sono talvolta pungenti ma non cattivi, e la poca delinquenza se paragonata a Milano, considerando anche quartieri residenziali nel XIV e XII arrondissement. Chiunque può tranquillamente passeggiare di notte, anche senza meta, ammirando i palazzi stile Hausmann e gli alberi spogli di foglie che sembrano usciti da una tela di Utrillo. Il freddo è secco.

Esiste un simpatico quartiere cinese a Choisy, dove ci sono palazzoni in stile cinese, molto più belli dei nostri in stile calabrese, dove dentro abitano i cinesi. I quali, a loro volta, aprono ristoranti, ciascuno per la sua regione di provenienza, ma mixano il tutto con altre parti d’Indocina, disinvoltamente.

Ma l’ivresse di Parigi è tutta lì, fuori di un tavolino di bistrot rigorosamente “vista strada“.
Simone Fresia
