Dopo la decisione dell’Unione Europea di giugno 2025, l’Italia ha ufficialmente recepito il declassamento del lupo da specie “particolarmente protetta” a “protetta”. Il decreto del Ministro dell’Ambiente, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 21 gennaio 2026, segna una svolta storica. Ma non si tratta di un “libera tutti”.
di Franco Zunino*
Hanno festeggiato tutti per il declassamento del lupo, da specie particolarmente protetta a specie protetta: dai cacciatori e allevatori per primi ai, quasi per assurdo, animalisti e lupofili in genere. I primi convinti che ora si potrà contenere la specie, i secondi ben sapendo che si finirà nel nulla di fatto.
Cercando di essere super-partes, come non pensare che abbiano ragione più i secondi che non i primi? E come non pensare che forse i politici ci abbiano quasi presi in giro? Innanzi tutto rimane ridicolo il ritenere, lupofili e autorità assieme, che in Italia vivano solo 3.500 lupi! Eppure TUTTI hanno preso per buona questa. Ovvio, i lupofii perché nascondeva la verità di una presenza ben maggiore (di migliaia!) di lupi; i cacciatori e allevatori consci del fatto che, per il disinteresse delle autorità, molti esemplari da loro incontrati… “non hanno più visto l’alba del giorno dopo”.
I politici, presi letteralmente per i fondelli dalle stesse autorità preposte alla stima della presenza del lupo, le quali, anziché valutarne la presenza sulla base della natalità e mortalità e facendo calcoli che, partendo dai famosi “100” lupi iniziali, ad oggi darebbero ben altra cifra! Altro che l’inutile conteggio a vista o sulla base di analisi genetiche che, per serie che siano, non possono negare la matematica e la stessa biologia del lupo: ma loro lo hanno fatto con la prosopopea del: siamo noi gli esperti e la verità è quella che noi dichiariamo!
Ma in un paese serio, se una popolazione animale cresce più del sopportabile (intendendo, dalla situazione sociale – allevatori – a quella ambientale), ovvio che si stabilisca la necessità di una riduzione pur controllata. Ma non con i paletti frenanti posti da questo decreto, grazie a quali sono stati fatti contenti i “nemici” del lupo dichiarando che se ne possono abbattere 160 all’anno, ben sapendo che a fine anno forse neppure uno sarà poi abbattuto in forma ufficiale, cosa che fa felici gli “amici” del lupo.
Ecco, quindi, che resta la situazione di prima, e a controllare la iper-crescita di questo predatore che non ha nemici se non il solo uomo, restano quei cittadini che a loro rischio e pericolo vi provvedono “volontariamente”! Ma è un paese serio questo? Dove lo Stato delega di fatto a cittadini non autorizzati, e a loro rischio e pericolo (di sanzioni, spese tribunalizie, condanne a risarcimenti), a risolvere un problema che è sociale e di tutti i cittadini?
Ambientalisti compresi, perché la presenza di un lupo qualsiasi pur che sia lupo non è cosa seria, visto: uno, la presenza abnorme di ibridi in circolazione, e spesso identificabili senza i sofismi delle analisi; due, col rischio di far sparire per sempre la sottospecie italiana del Canis lupus italcius. Non avrebbe avuto più senso logico stabilire la percentuale di animali da eliminare annualmente, e, senza i frenanti paletti dei controlli visti i tanti casi di evidenti ibridismi fenotipici, provvedere alla loro eliminazione, anche a costo di sbagliare, visto che il primo dei problemi resta comunque la riduzione della popolazione? Se 160 è il numero da eliminare per ottenerla, ovvio che a fine anno in Italia ci dovrebbero essere 160 lupi di meno. Altrimenti quella cifra si sommerà a quella del prossimo anno, e via dicendo, con una crescita esponenziale incontrollabile… a meno che le autorità, non lo dichiarano, ma contino su quanto sopra già detto! E allora sarebbe veramente VERGOGNOSO!
Franco Zunino
(segretario generale AIW)
PS. Piero Genovesi (responsabile dell’area Conservazione della Fauna ISPRA) scrive, tra l’altro: ….Anche se si è aperta la porta ad una gestione più flessibile, le regioni che decideranno di operare abbattimenti dovranno comunque motivare i loro interventi, valutando e applicando, dove possibile, misure alternative agli abbattimenti, e non potranno comunque superare le soglie di sostenibilità definite a scala nazionale. La sfida rimane quella di trovare un modello di coesistenza duraturo. Ridurre i conflitti con la zootecnia e garantire la sicurezza delle persone sono obiettivi tecnicamente raggiungibili, che richiedono scelte politiche da parte delle regioni, prese sulla base delle evidenze scientifiche e assicurando un monitoraggio costante della popolazione.
