I dati presentati il 27 gennaio confermano la diminuzione dell’uso quotidiano, ma cultura, media e iniziative associative rilanciano il ligure come lingua identitaria.
di Vincenzo Bolia

Secondo il recente Report ISTAT presentato il 27 gennaio 2026, relativo all’anno 2024, l’uso parlato del dialetto ligure continua a calare: circa il 75% dei residenti comunica prevalentemente in italiano. Solo il 2,8% delle famiglie liguri utilizza quasi esclusivamente il dialetto, mentre il 13,1% alterna italiano e dialetto nelle conversazioni domestiche.
Il calo dell’uso del dialetto in Liguria si inserisce in una tendenza nazionale di lungo periodo. In quasi quarant’anni, in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è sceso dal 32% del 1988 al 9,6% del 2024. Nello stesso tempo cresce l’uso dell’italiano: nel 2024 il 48,4% della popolazione parla solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali. Aumenta anche la conoscenza delle lingue straniere, dichiarata dal 69,5% degli italiani, con l’inglese come lingua più diffusa, seppure con livelli di competenza spesso medio-bassi.
La Liguria si colloca così tra le regioni italiane con la più bassa incidenza di utilizzo delle lingue locali nella vita quotidiana, inserendosi pienamente in un processo di portata nazionale che riguarda l’intero Paese.
I dati ISTAT mostrano inoltre come, più in generale, le regioni del Nord Ovest siano quelle in cui l’uso dell’italiano risulta più diffuso. In Toscana l’italiano è utilizzato in modo costante dal 75,6% della popolazione, seguita a brevissima distanza dalla Liguria, dove il 75,5% dei residenti parla prevalentemente italiano e non il dialetto. All’estremo opposto si collocano regioni come la Calabria, con il 31,1% di popolazione che utilizza prevalentemente l’italiano, e il Trentino-Alto Adige, con il 31,5%.
Differenze significative emergono anche nei rapporti con gli estranei: l’uso dell’italiano raggiunge il 91,1% nel Nord Ovest e l’87,4% nel Centro, mentre nelle altre aree del Paese non arriva al 79%, confermando una forte variabilità territoriale nei comportamenti linguistici.
Le cause di questo arretramento sono note e affondano le radici nel secondo dopoguerra. Il miglioramento delle condizioni economiche, l’accesso diffuso all’istruzione e il ruolo crescente dei mezzi di comunicazione di massa hanno favorito l’affermazione dell’italiano come lingua di riferimento, anche all’interno delle famiglie. In questo contesto, il dialetto è stato spesso percepito come un retaggio del passato, associato a un’idea di marginalità sociale, con una conseguente interruzione della trasmissione intergenerazionale.
Nel Nord Ovest, e in particolare in Liguria, questo processo si è manifestato in modo più rapido rispetto ad altre aree del Paese. La distanza strutturale tra le parlate liguri e l’italiano standard ha reso più evidente la scelta dell’abbandono linguistico. Dal punto di vista generazionale, la competenza attiva nel dialetto resta concentrata soprattutto tra le fasce di età più avanzate, mentre tra giovani e adulti prevale l’uso esclusivo dell’italiano.
Eppure, accanto al calo dell’uso parlato, emerge un fenomeno opposto e significativo: il dialetto ligure sta vivendo un sorprendente rilancio culturale. Non più lingua della quotidianità domestica, ma strumento di espressione artistica, creativa e identitaria, utilizzato in forme espressive contemporanee e non residuali. Oggi il ligure è sempre più presente in testi letterari, raccolte poetiche, canzoni, spettacoli teatrali e pubblicazioni editoriali, spesso con una diffusione che supera l’ambito strettamente locale.
Un ruolo centrale in questo percorso è svolto dalla Consulta Ligure, presieduta da Giorgio Oddone, che rappresenta una realtà di rilievo nel panorama culturale nazionale. Nata nel 1973, la Consulta riunisce oggi 64 associazioni accomunate dalla tutela della lingua, delle tradizioni, della cultura e dell’ambiente, operando al di fuori di ogni appartenenza politica o religiosa. La sua rete si estende su tutto il territorio ligure e oltre i confini regionali, coinvolgendo realtà attive in Sardegna (Carloforte e Calasetta), nel Principato di Monaco, in Corsica (Bonifacio), in Spagna nell’isola di Nuova Tabarca e in Argentina, a Buenos Aires.
Secondo Oddone, il ligure non va considerato come una lingua unica e standardizzata, ma come una lingua polinomica, costituita da un insieme di parlate locali tra loro affini e reciprocamente comprensibili. In questa prospettiva, il cuore del progetto promosso dalla Consulta – “Le parlate liguri: segno di identità dalla Provincia al Mondo” – è la tutela dell’oralità e dell’uso vivo della lingua, più ancora che la definizione di una grafia unificata.
Alla dimensione associativa si affianca quella mediatica. La pagina settimanale del Secolo XIX, con lo spazio “Parlo Ciaeo” curato da Andrea Acquarone (1), e alcune trasmissioni televisive dedicate alla lingua ligure (in particolare quella di Franco Bampi sull’emittente Telenord) contribuiscono a raggiungere un pubblico più ampio, rendendo il dialetto accessibile e attuale. Anche la cultura popolare e per l’infanzia mostra segnali di attenzione: il settimanale Topolino ha dedicato spazio al tema dei dialetti italiani e, nel numero 3660 del 14 gennaio 2026, ha proposto una storia in genovese curata da Stefano Lusito, studioso di linguistica e letteratura ligure.
Un ruolo fondamentale è svolto in questo percorso da Wikipedia Ligure, che consente di documentare le diverse parlate attraverso testi e registrazioni audio, valorizzando le specificità territoriali e rendendo la lingua accessibile anche alle nuove generazioni.
Sul tema del rilancio del dialetto si esprime anche Franco Bampi, professore universitario, da anni figura di riferimento nel campo della tutela e della valorizzazione delle parlate liguri, nonché presidente dell’associazione culturale A Compagna di Genova. Secondo Bampi, le parlate liguri, a lungo considerate un ostacolo all’apprendimento dell’italiano o un residuo del passato, stanno vivendo una fase di rivalutazione significativa. La loro progressiva scomparsa, avverte, comporterebbe la perdita di un patrimonio linguistico immateriale formatosi in oltre mille anni e oggi a rischio di estinzione nel giro di poche generazioni. Dopo l’interruzione della trasmissione familiare del secondo dopoguerra, si registra tuttavia un nuovo interesse, visibile nella produzione di testi, canzoni, poesie e opere teatrali. Un rilancio che, sottolinea Bampi, deve però poggiare su una conoscenza autentica delle parlate, capace di rispettarne sintassi e struttura, perché una lingua può sopravvivere solo se parlata in modo consapevole e corretto.
Il quadro che emerge dal Report ISTAT del 27 gennaio 2026 è dunque articolato. Il dialetto ligure continua a diminuire come lingua parlata nella vita quotidiana, ma trova nuove forme di vitalità nella cultura, nell’editoria, nello spettacolo e nei media.
Quando una lingua si indebolisce, non si perde soltanto un mezzo di comunicazione, ma anche un modo di interpretare il mondo. La sfida che emerge dai dati e dalle esperienze culturali in atto è quella di continuare a dare spazio al ligure, affinché possa vivere e rinnovarsi nelle forme espressive del presente, senza essere relegato a semplice memoria del passato.
Vincenzo Bolia

(2) Franco Bampi è Docente di Meccanica razionale all’Università di Genova e presidente dell’associazione storica e culturale A Compagna Odv, E’ un’istituzione per la conoscenza e la diffusione della lingua genovese (compare anche in tv, su Telenord).“Da piccolo mi hanno insegnato a parlare in italiano, poi ho riscoperto questa nostra lingua. Per imparare? Il migliore è Marzari. A Genova (dove c’è il maggior numero di parlanti) saremo almeno 150/200 mila a parlare genovese, solo che qui non lo parliamo molto, spesso cerchiamo di parlare l’italiano o ci vergogniamo di parlarlo. Ci freghiamo da soli. Io dico sempre che il genovese lo dovrebbero imparare prima di tutto le ragazze così i ragazzi che si avvicinano e non parlano genovese vengono esclusi”.

(1)Andrea Acquarone (Genova, 1983), economista di formazione. Da qui l’attenzione alla lingua genovese, che lo ha portato a fondare nel 2013 il movimento “Che l’inse!”, durato fino al 31 dicembre 2020, punto di riferimento per oltre un lustro della promozione moderna della lingua e della cultura ligure. Dal 2015 è collaboratore de “Il Secolo XIX”, dove cura la pagina domenicale in lingua ligure, oltre a scrivere editoriali in italiano sulla politica, la società e l’economia. Ha curato il fortunato volume Parlo Ciaeo. La lingua della Liguria (De Ferrari, 2015) e, sempre per lo stesso editore, la collana Biblioteca Zeneise. Ha vinto però il premio Pontedassio 2017, con il racconto Prie de famiggia. Vive tra Genova e Barcellona e si alterna nell’attività di scrittore e giornalista, e quella di consulente strategico, finanziario e del mercato immobiliare, per conto dello Studio Acquarone.
