Un recente dato Istat dimostra come la lingua locale in Liguria stia scomparendo dall’uso quotidiano, perché i parlanti sono sempre meno.
di Tiziano Franzi
Eppure un tempo non molto lontano la nostra lingua era sulla bocca della maggior parte delle persone; poi il diffondersi dell’istruzione pubblica, dei programmi televisivi e altre concause ne ha ridotto sempre più l’uso quotidiano , causando una progressiva perdita di un patrimonio che non è soltanto linguistico, ma identitario .
Scrive Silvia Pedemonte su “IL secolo XIX“: “La Liguria parla sempre meno il dialetto. «Umbre de muri muri de mainé dunde ne vegnì duve l’è ch’ané»: capolavori come Crêuza de mä di Fabrizio De André sono uno dei pochi antidoti, oggi, per i giovanissimi, per sentire parlare – e cantare – in genovese (anche nella versione di Bresh con Cristiano De André, a Sanremo 2025). Per il resto a casa il dialetto – o meglio: la lingua ligure – risuona poco. Perfino meno rispetto ad altre regioni d’Italia. È questo quanto emerge da uno degli ultimi approfondimenti dell’Istat.
I dati- Soltanto il 2,8% delle famiglie liguri, secondo il report, parla prevalentemente il dialetto. Il 13,1%, invece, afferma di dialogare sia in dialetto sia in italiano. Tre quarti dei liguri, però, usano sempre e solo la lingua nazionale. Nella ricognizione statistica la Toscana batte la Liguria con uno scarto ridotto. «Ma questo dato è da analizzare – riflette Lorenzo Filipponio, vicepreside della Scuola di Scienze umanistiche e professore di Linguistica all’Università di Genova – i toscani sono tutti dialettofoni ma, visto che i dialetti toscani sono molto simili all’italiano, lingua nata dal fiorentino del Trecento, sono convinti di parlare la lingua italiana».
La Liguria è agli antipodi rispetto a regioni come la Calabria, dove solo il 31,1%, in famiglia, parla l’italiano. Nell’intero Paese, nell’arco di quasi quarant’anni, certifica l’Istat, in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto nettamente, passando dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024.
Per quanto riguarda le lingue straniere il 63,8% dei liguri dichiara di conoscere l’inglese, anche se il 29,4% afferma di avere un basso livello di competenza, mentre il 31,5% lo valuta sufficiente. Il 42,6% del campione statistico conosce il francese, ma il 42,2% di questa quota precisa di possedere una padronanza minima.
Il ligure? Da salvare- Docente di Meccanica razionale all’Università di Genova e presidente dell’associazione storica e culturale A Compagna Odv, Franco Bampi è un’istituzione per la conoscenza e la diffusione della lingua genovese (compare anche in tv, su Telenord). «Secondo le mie stime a Genova 150 mila persone parlano in genovese – spiega – in Università sento tanti professori che lo conoscono ma che poi dialogano in italiano. Il problema, ritengo, è uno ed è preciso: risale a quando si diceva ai bambini: “Parla in italiano altrimenti a scuola andrai male!“. Che cosa sbagliata! Chi conosce la lingua inglese non certo perde la capacità di parlare e scrivere in italiano. Il problema è che il genovese era considerato come qualcosa di inferiore».
Non tutto è perduto, però, secondo Bampi: «Non può bastare l’insegnamento di qualche ora nelle scuole, servirebbe un tentativo di coinvolgimento delle istituzioni principali, a partire da Regione e Comune. In trasmissione ci sono dei giovani che lo sanno parlare ma dicono: “E ora che conosco il genovese con chi dialogo?” I ragazzi sono curiosi, la speranza c’è».
L’interesse per la lingua ligure non manca anche secondo Stefano Lusito, ricercatore scientifico accademico, allievo di Fiorenzo Toso: «I dati di Istat confermano un trend in vigore da ormai trent’anni – afferma – per tanti motivi diversi: la Liguria fa parte del Nord Ovest, dove per regioni storiche si parla da tempo meno il dialetto. Resta la lingua materna soprattutto per le generazioni più anziane: più l’età si abbassa, più decresce la conoscenza. Nonostante questo, specie fra i giovani – e lo testimoniano anche il successo di tante iniziative – l’interesse per la lingua ligure è vivo».
Filipponio certifica che la cesura è avvenuta «con l’arrivo del benessere nel Nord Ovest italiano. Il dialetto, legato a una condizione di un passato di povertà, è stato un po’ gettato via, come fosse il bambino buttato via con l’acqua sporca: l’era delle lavatrici, delle auto, di maggiori risorse economiche per le famiglie, della tv, ha portato a parlare la lingua italiana. E più di tutti, in questa trasformazione, hanno fatto i programmi con Mike Bongiorno. La generazione delle persone nate e cresciute tra gli anni Quaranta e Sessanta ha interrotto la trasmissione intergenerazionale: i genitori non hanno parlato più in dialetto ai figli». Ancora: «Iniziative come gli Aperizena – rileva il docente – a cui si partecipa parlando in genovese, ne sono la dimostrazione. Le lingue non sono altro che sistemi di denominazione dei pensieri: quando sparisce una lingua, scompare un modo di vedere il mondo e quindi questo è un peccato, sempre».
Andrea Acquarone, economista, curatore dello spazio settimanale sul Secolo XIX “Parlo ciæo“, è pragmatico: «Penso che sia molto difficile applicare politiche che intervengano sull’uso della lingua. Quello che si può fare è, invece, promuovere la comprensione del valore culturale che queste lingue rappresentano. Fra vent’anni avremo sempre meno conoscitori della lingua: chi ne manterrà la conoscenza, però, ne apprezzerà davvero l’importanza».
Eppure ci sono valide iniziative per valorizzare la parlata locale e avvicinare a essa soprattutto i giovani, fin da bambini.
Così, ad esempio, a Varazze l’associazione culturale “U Campanin Russu” attua da anni incontri con gli alunni delle classi 3^ e 4^ elementare sul dialetto varazzino e sulle tradizioni storiche a esso collegate. L’attuale ciclo di incontri si concluderà con un incontro con l’esperto prof. Stefano Lusito.
Il canale televisivo Telenord dedica ogni giovedì’ sera ( con repliche in altri giorni e orari) una rubrica curata da Gilberto Volpara e il professor Franco Bampi dal tiolo “Scignoria!” dedicato alla valorizzazione delle tradizioni liguri e alla salvaguardia della lingua genovese
Un segnale positivo sembrerebbe essere il grande successo della recente pubblicazione di un numero di “Topolino” con un’intera storia in genovese, curata dal prof. Stefano Lusito, che ne fornisce anche una interessante pagina introduttiva, andato letteralmente a ruba ä tutte le edicole della regione.

Segnali positivi che farebbero ben sperare . E – sappiamo – la speranza è sempre l’ultima ad abbandonarci.
Tiziano Franzi
