Il chiarimento terminologico tra safety e security è il punto di partenza corretto per evitare equivoci, semplificazioni e – soprattutto – risposte inefficaci.
di Franco Calcagno
Confondere i due piani porta infatti a scaricare sulla scuola e sul sistema prevenzionistico compiti che non le competono, oppure a immaginare soluzioni tecnologiche e organizzative che rispondono più all’emotività del momento che a una reale analisi dei problemi.
Negli ultimi anni, e in modo ancora più evidente a seguito di episodi di violenza che colpiscono l’opinione pubblica, si assiste a una crescente pressione affinché la scuola “aumenti la sicurezza”. Tuttavia, senza una distinzione chiara dei termini, il rischio è quello di trasformare la scuola in un luogo di controllo e sospetto, snaturandone la funzione educativa.
La safety riguarda la prevenzione dei rischi accidentali, non intenzionali. È il cuore della tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e, in ambito scolastico, comprende la gestione dei rischi strutturali, organizzativi, laboratoriali, ergonomici ed emergenziali. È il campo normativo e operativo del D.Lgs. 81/08, del Datore di Lavoro, del RSPP, degli addetti alle emergenze, della formazione e dell’informazione di lavoratori e studenti.
La security, al contrario, riguarda la protezione da atti intenzionali, dolosi o violenti. È un ambito che afferisce all’ordine pubblico e alla prevenzione dei reati, con competenze che spettano allo Stato e alle forze di polizia. Episodi come quello di La Spezia rientrano pienamente in questo secondo ambito: non rappresentano un “fallimento della safety scolastica”, ma un evento di violenza intenzionale che interpella la società nel suo complesso, i servizi sociali, il sistema sanitario, la giustizia e le politiche di prevenzione sociale.
Attribuire alla scuola la responsabilità primaria di prevenire atti criminali significa sovraccaricarla di funzioni improprie e produrre una pericolosa illusione di controllo totale.
Quando si confondono safety e security, le risposte tendono a spostarsi verso la repressione: metal detector, telecamere pervasive, vigilanza armata, protocolli emergenziali pensati più per l’eccezione che per la quotidianità. Misure che, se generalizzate, rischiano di trasmettere un messaggio educativo distorto: la scuola come luogo potenzialmente pericoloso, gli studenti come soggetti da sorvegliare, non come persone da educare.
Questo approccio non solo è culturalmente discutibile, ma è anche inefficace nel medio-lungo periodo. La repressione interviene dopo o quando il rischio è già esploso; la prevenzione, invece, lavora prima, sulle condizioni che riducono la probabilità che il rischio si trasformi in evento.
La scuola ha una responsabilità fondamentale e irrinunciabile: costruire e diffondere una cultura della prevenzione. Non una prevenzione armata o poliziesca, ma educativa, relazionale, organizzativa.
Questo significa:
- educare al rispetto delle regole condivise e non imposte;
- promuovere il benessere organizzativo e relazionale;
- intercettare precocemente situazioni di disagio, isolamento, conflitto;
- rafforzare le competenze socio-emotive, la gestione delle emozioni, la comunicazione non violenta;
- lavorare in rete con famiglie, servizi territoriali, enti locali e sanitari.
È una prevenzione “lenta”, spesso invisibile, che non fa notizia ma che incide profondamente sul clima scolastico e sulla qualità delle relazioni.
Ciò non significa negare che esistano situazioni eccezionali e sporadiche in cui siano necessarie misure di security specifiche, calibrate e temporanee. Ma queste devono rimanere eccezioni, non diventare il paradigma ordinario della vita scolastica.
Una scuola che fonda la propria sicurezza prevalentemente su strumenti repressivi tradisce la propria missione educativa. Al contrario, una scuola che investe sulla prevenzione, sulla formazione, sull’inclusione e sulla corresponsabilità costruisce sicurezza reale, duratura e diffusa.
La domanda giusta non è “come blindare la scuola”, ma “come renderla un ambiente sano, competente e capace di prevenire il disagio”.
Chiarire la differenza tra safety e security non è un esercizio terminologico, ma un atto culturale e politico: significa assegnare a ciascun attore le proprie responsabilità e difendere la scuola dal rischio di diventare ciò che non deve essere.
La sicurezza scolastica, quella autentica, nasce dalla prevenzione, non dalla paura.
Franco Calcagno
