“Difendiamo la Costituzione’. Albenga, seconda città della provincia, ospita un incontro-informazione sulla riforma della giustizia del ministro Nordio. La serata per spiegare le ragioni del ‘No’ con la presenza Vittorio Frascherelli, tra i magistrati più preparati e stimati, nella storia giudiziaria del Tribunale di Savona.

Frascherelli- due figli avvocati, uno è stato sindaco di Finale Ligure dal 2014 al 2024, eletto con una lista civica di centro sinistra- è tra i 575 magistrati in pensione (civilisti e penalisti, giudici e pubblici ministeri) “che sentono il bisogno di intervenire contro l’annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri”. Frascherelli, negli ultimi anni della sua carriera, è stato presidente della sezione penale della Corte d’Assise del Tribunale di Savona e Presidente vicario del Tribunale di Genova.
L’incontro giovedì 5 febbraio 2026 all’auditorium San Carlo (centro storico) via Roma 70. In video collegamento l’on Debora Serracchiani responsabile nazionale giustizia del Pd, già Presidente del Friuli-Venezia Giulia (2013–2018), Membro del Parlamento europeo (2009–2013). Presente Riccardo Ferrante, Professore ordinario · Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Genova. E ancora: Salvatore Salemi Sostituto Procuratore della Repubblica di Savona dal dicembre 2025. 37 anni, laureato in Giurisprudenza con lode all’Università di Genova, in arrivo dalla Procura di Imperia. Si è occupato dal 2020 al 2025 dei reati in materia economica, inoltre per tre anni delle fasce deboli e per due invece della criminalità organizzata. In Procura a Savona è stato assegnato ai reati contro alle fasce deboli e contro le pubbliche amministrazioni. Attualmente sono presenti oltre al Procuratore Capo della Repubblica Ubaldo Pelosi anche i Sostituti Procuratori Chiara Venturi, Giovanni Battista Ferro, Elisa Milocco, Maddalena Sala, Massimiliano Bolla, Luca Traversa e Claudio Martini. Moderati dell’incontro gli avvocati ed ex sindaci di Albenga, Giorgio Cangiano ed Antonello Tabò, entrambi del centro sinistra.

Il documento del 575 frimatari prosegue: “I promotori di questa riforma sostengono che non vogliono attentare alla autonomia del pubblico ministero e che il mutamento ordinamentale sarebbe necessario per garantire la terzietà del giudice, che deve essere completamente separato dalle parti in causa per essere completamente imparziale. Non vi è dubbio che il processo, come recita l’art. 111 della Costituzione, si deve svolgere nel contraddittorio delle parti, in condizione di parità; ma questo certamente già avviene anche oggi, con un pubblico ministero che proviene da un unico concorso per giudici e pubblici ministeri; che può passare da una carriera all’altra (ora con molte limitazioni, tant’è che il passaggio riguarda solo pochissimi casi); che viene promosso, trasferito e punito disciplinarmente da un unico Consiglio Superiore della Magistratura; che è il titolare di un’azione penale obbligatoria.
L’annunciata riforma stravolgerebbe l’attuale architettura Costituzionale che prevede, tra l’altro, non solo l’appartenenza di giudici e pubblici ministeri ad un unico ordine giudiziario, indipendente da ogni altro potere, con conseguente possibilità di passaggio da una carriera all’altra, ma anche un unico Consiglio Superiore della Magistratura che, con una maggioranza di eletti tra tutti i magistrati, si occupa degli appartenenti ad entrambe le carriere garantendo l’autonomia della magistratura.
Si dice che l’appartenenza ad un’unica carriera darebbe un vantaggio al P.M. rispetto al difensore dell’imputato, ma il sospetto che il giudice possa favorire coloro che provengono dal suo stesso concorso non ha alcun fondamento, perché i giudici guardano alla rispondenza agli atti e alla logica degli argomenti spesi dalle parti, e non certo alla posizione di chi li propone; se fosse fondato questo sospetto, anche il giudice dell’impugnazione non dovrebbe far parte della stessa carriera del giudice del precedente grado di giudizio. Di fronte alla importanza della decisione da prendere, in qualsiasi causa, non conta assolutamente nulla l’appartenenza alla stessa categoria, essendo ben distinte le funzioni.
Per contro, è essenziale che il pubblico ministero abbia in comune con il giudice la stessa formazione e la stessa cultura della giurisdizione, godendo anche della stessa indipendenza, perché la sua azione deve mirare all’accertamento della verità, in difesa della legge, e deve poter essere rivolta nei confronti di chiunque, senza alcun timore di possibili ritorsioni.
Oggi il pubblico ministero, proprio perché organo di giustizia, è obbligato a cercare anche le prove favorevoli all’indagato e non di rado chiede l’assoluzione dell’imputato, se le risultanze non lo convincono della sua colpevolezza. Avverrebbe lo stesso con un pubblico ministero che si è formato nella logica dell’accusa ed è del tutto separato dalla cultura del giudice? Oggi il pubblico ministero è valutato dal Consiglio Superiore della Magistratura anche per il suo equilibrio e non certo per il numero di condanne che è riuscito ad ottenere. Ci sorprende chei fautori delle carriere separate non vedano i pericoli di un corpo specializzato nel sostenere l’accusa che, secondo i promotori della riforma, agirebbe senza essere sottoposto ad alcun controllo.
Un corpo del genere, se non composto da chi condivide la cultura del giudice, dovrebbe invece essere necessariamente sottoposto a controllo, come del resto avviene in molti paesi, e questo controllo non può che essere svolto dal potere esecutivo, con la conseguenza – come emerge dai progetti di legge sulla separazione delle carriere – che l’azione penale non potrebbe essere più obbligatoria, perché lo è in quanto affidata a un magistrato sottoposto solo alla legge.
La separazione delle carriere farà perdere all’Italia una peculiarità dataci dai Padri Costituenti che molti colleghi all’estero ci invidiano, vale a dire avere realizzato una vera autonomia dell’ordine giudiziario, perché solo con un pubblico ministero indipendente si ha la garanzia che potrà essere portato davanti al giudice qualsiasi persona che abbia commesso un reato. La riforma in programma, oltre ad essere contraria alle risoluzioni europee che hanno raccomandato agli stati membri di garantire l’autonomia del pubblico ministero, avrebbe effetti deleteri anche sotto l’aspetto organizzativo, in quanto stravolgerebbe gli attuali assetti, nei quali giudice e pubblico ministero lavorano fianco a fianco, con un assiduo controllo del primo sul secondo, ma nell’ambito di una comune cultura giurisdizionale. Inoltre, la mutazione degli attuali assetti organizzativi richiederebbe un lungo e complesso periodo di transizione, dovendosi anche consentire il trasferimento di chi attualmente riveste la funzione requirente a quella giudicante, nonché dovendosi istituire sia due nuovi consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, sia riformare gli uffici del pubblico ministero, con la nomina di capi e componenti.
In definitiva, non si comprende la ragione per la quale la maggioranza politica insista tanto nel voler raggiungere l’obiettivo della separazione delle carriere, visto che già sono stati praticamente eliminati i passaggi da una carriera all’altra dalle riforme Castelli e Cartabia, a meno che non si voglia pensare che il vero intento sia quello di consentire al governo di controllare l’azione del pubblico ministero.
2/IMPERIA IL COMITATO PROVINCIALE DEL ‘NO’ AL REFERENDUM
