Trucioli

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Quiliano, viaggio nei “Percorsi che resistono” (seconda parte). La storia della ‘Resistenza’ diventa memoria per il presente e il futuro


Nello scorso numero di “Trucioli” abbiamo raccontato una parte dell’itinerario che il Comune di Quiliano ha dedicato ai “Percorsi che resistono”: https://trucioli.it/2024/05/30/quiliano-viaggio-nei-percorsi-che-resistono-prima-parte-la-storia-della-resistenza-diventa-memoria-per-il-presente-e-il-futuro/

di Ezio Marinoni

Proseguiamo ora il nostro viaggio nella memoria.

Roviasca- Il Teccio del Tersé è il luogo dove tutto è iniziato, per la Resistenza di questa zona, merita una trattazione a parte.

L’orrore della guerra si porta via anche tre bambini: via Bruno Ferro ne ricorda uno, di dieci anni, caduto il 19 aprile 1945, preso volutamente di mira da un milite della San Marco, durante un rastrellamento sulla collina di fronte. Altri due bambini muoiono su queste montagne. Dario Banchieri, otto anni, deceduto il 28 novembre 1944 per lo scoppio di un ordigno disseminato nei boschi di Cadibona, mentre è insieme ai genitori. Bruno Olivieri, nato a Plodio e residente a Montagna, muore il 12 maggio 1945, a 14 anni, per le ferite riportate in seguito allo scoppio di una bomba.

Le Grotte dei Ribelli. La Grotta del Comando è stata il quartier generale della Divisione Gin Bevilacqua. Oggi la zona è del tutto disabitata, nel 1943 i poderi ospitavano famiglie di agricoltori, boscaioli e raccoglitori di castagne. Nei pressi della Grotta sorgeva la casa dei Marabotto, dove viveva Assuntina, classe 1928, eroica figura di partigiana che ci richiama al ruolo delle donne nella Resistenza, per troppo tempo poco valorizzato dalla storiografia.

La Grotta Rifugio era un ritrovo occasionale per i partigiani radunatisi al Teccio del Tersé, stretto e scomodo. Al suo interno, il verbo “resistere” assumeva tutto il suo significato umano e politico.

Francesco Calcagno è uno dei martiri dell’eccidio della Madonna degli Angeli. Il 27 dicembre 1943 si odono raffiche di mitraglia provenire dal forte, poi un corteo di auto e moto scorta un carro funebre verso Savona, con i corpi di quei caduti. Calcagno era stato catturato il 19 dicembre, in un rastrellamento. La sera stessa, il fatto che ne segnerà la sorte: alla Trattoria della Stazione di Savona esplode una bomba che ferisce quattro camerati. In assenza di prove, i fascisti scelgono sette persone quali “mandanti morali”, tra cui il Calcagno. Nel marzo 1944, un distaccamento garibaldino prenderà il suo nome.

Valleggia- Angelo Aonzo, il partigiano “Balletta”. La sua vita finisce sul traguardo della libertà tanto agognata, il 13 maggio 1945 all’ospedale San Paolo di Savona, in seguito alle ferite riportate in uno scontro a fuoco alle Murate di Valleggia, tra la San Marco e la II Brigata Falco della Divisione SAP Antonio Gramsci.

Cirano Bellotto “Osiglia”. Classe 1923, è catturato a Torre Mondovì, grazie a una spia fascista, il 27 ottobre 1944. «Così impari a fare il partigiano» esclama, sprezzante, il tenente fascista Angelo Rizzo, prima di procede alla fucilazione. Davanti al plotone di esecuzione, le ultime parole del giovane partigiano sono una “Ave Maria” e un “Viva l’Italia”.

Cesare Briano. Viene catturato nei boschi della Baltera, il 4 aprile 1945. La Banda Ferraris, della Guardia Nazionale Repubblicana, lo costringe a scalare un dirupo con una cassetta di munizioni sulle spalle, mentre veniva picchiato con il calcio dei fucili. Verrà fucilato accanto ad un castagno, in modo sommario, il suo corpo senza vita precipita per lo stesso dirupo.

Dalmazio Briano risulta “internato militare italiano” dall’autunno 1944, quale militare deportato in Germania, che ha scelto di non collaborare con le truppe nazi-fasciste operanti in Italia. Sopravvive alla dura vita dei campi di concentramento, fino alla Liberazione; potrà tornare in Italia soltanto nel 1947, minato nel corpo e nella mente dalle esperienze subite e morirà poco dopo. A lui è dedicato il campo sportivo di Valleggia.

Mario De Grossi. Cade nell’ultimo giorno di guerra, quasi una beffa, in un combattimento contri i San Marco in fuga. Lo scontro avviene alle Murate, un gruppo di case nella piana di Valleggia, e dura alcune ore. Il partigiano “Fiume” muore, colpito alla testa, all’altezza dello stabilimento Shell.

Giuseppe Delfino ha ben due nomi di battaglia: “Walter”, quando opera alle Fornaci di Savona e “Danilo” quando si sposta a Vado e Quiliano. Calderaio di professione, sarà commissario politico sino alla Liberazione. In questo ruolo, riesce a trasmettere il senso di una “scuola di libertà” ai suoi militari, a partire dal rispetto e dalla dignità dovuti ad ogni essere umano. Sindaco di Quiliano, nelle fila del P.C.I., dal 1953 al 1962.

Ernesto De Litta “Selce”, 19 anni, di Vado, è passato per le armi la sera del 9 ottobre 1944; catturato presso l’osteria “Da U Tognu”, dove è stato catturato il 6 ottobre; subirà tre giorni di interrogatori e sevizie, ai quali resiste senza tradire i compagni. Un testimone oculare dell’esecuzione ricorderà il suo saluto a pugno chiuso verso i fucilatori e l’ultima frase: «Compagni vendicatemi».

Giacomo Malaspina muore il 6 dicembre 1944, in una camera a gas del castello di Hartheim, in seguito ad inalazione di monossido di carbonio. Originario di Sezzadio (AL), lavora come operaio alla Società Italo Americana per Petrolio (poi Esso) di Vado Ligure. Qui viene arrestato con l’accusa di essere un collaboratore delle forze partigiane.

Allievo Peressi. A lui è stata intitolata la scuola elementare di Valleggia. Originario di San Daniele del Friuli, lavora nello stabilimento della S. A. Materiali Refrattari di Vado Ligure, luogo di incontro e diffusione della stampa clandestina. Egli è tra gli scioperanti del 1° marzo 1944, viene tradotto all’Istituto Merello (campo di detenzione fascista, a Bergeggi, dove si è inaugurato ad aprile 2024 un monumento alla memoria), poi a Villa Negro a Genova, infine tradotto a Mauthausen, dove morirà il 20 settembre 1944.

Nicolò Pollero è un operaio specializzato che lavora all’Ilva, viene arrestato senza motivazioni dopo lo sciopero del 1° marzo 1944. Deportato in Germania, muore nel 1945 nel campo di Ebensee. Il suo esempio ci ricorda come la lotta operaia e la lotta di classe si siano saldate, soltanto in Italia, con la lotta partigiana, creando una particolare specificità nella nostra Resistenza al nazifascismo.

Giuseppe Rossi è nella sua casa, l’8 gennaio 1945, in via Diaz, ferito dopo uno scontro a fuoco con la G.N.R. I suoi compagni riescono a trasportarlo a Savona, all’ospedale San Paolo, dove morirà. “Wladimiro” si merita il triste epitaffio di «primo sappista caduto per mano assassina mentre difendeva i suoi ideali per il risorgimento della Patria».

Tancredi Vallarino. Tiassano è una piccola borgata, da qui “Zazà” fugge nel 1943 per salire in montagna, dopo aver partecipato alle campagne militari di Francia, Grecia e Russia. Nel novembre 1944 è ferito da schegge di granate nella battaglia di Rocce Bianche. Il giorno della Liberazione scende a piedi nudi da monti e riprende la sua vita da contadino. Sarà assessore e vice sindaco di Quiliano dal 1948 al 1951.

Cadibona- Don Carlo Curioni e i fratelli Cecchin. Il 17 agosto 1944 militi della San Marco catturano due partigiani di Montemoro, i fratelli Amanzio e Costanzo Cecchin. Il parroco di Cadibona è chiamato ad assistere i due prigionieri, destinati alla fucilazione. Di fronte al plotone, Amanzio riesce a fuggire, Costanzo muore sotto i colpi degli esecutori. Amanzio si ammalerà, dopo la guerra, finendo i suoi giorni in manicomio, per un trauma da cui non era riuscito a riprendersi.

Giobatta Pollero. Giovanni Battista è un commerciante di frutta quilianese che, il 22 luglio 1944, raggiunge Dego per aiutare un parente nei lavori agricoli. Entrambi vengono catturati da fascisti in rastrellamento, in cerca di vendetta per la morte del loro comandante. Giobatta Pollero, il cugino Giovanni Battista Vincenzo e Fortunato Rizzo, tre innocenti, vengono fucilati sul posto, subito dopo la cattura. In località Porri di Dego un cippo tardivo li ricorda.

Pietro Oliveri. Il 29 aprile 1945 l’Armata Rossa libera il campo di Neuendorf, dove è recluso Pietro Oliveri. Avviato verso Stettino, il 4 maggio è incaricato dai soldati russi, insieme ad altri ex detenuti, di rimuovere quattro mine dalla strada; una di esse esplode e provoca la morte di sette italiani; per Pietro, è una crudele beffa del destino, la morte dopo la liberazione.

12 agosto 1944, il bombardamento di Cadibona. Avviene nello stesso giorno di quello di Tosse, poco prima di mezzogiorno, quando bombardieri anglo-americani giungono dal mare e si dirigono verso il Colle di Cadibona, dove inizia il bombardamento, con obiettivo la ferrovia. Vengono contati quaranta storni di sette aerei ciascuno: cinquantasei le bome lanciate sulla vallata, alcune centinaia nell’area del Monte Ciuto, e del suo forte, causando sei morti, molti feriti tra i militari italiani.

«E con aprile scese dai monti la speranza».

Questa frase è scritta sulla roccia, su un sentiero che conduce da Quiliano a Roviasca. Non soltanto ad ogni aprile, in occasione del suo venticinquesimo giorno, ma tutto l’anno, ricordiamo gli esempi che ci parlano di libertà e continuiamo a viverli e a trasmetterli alla società di oggi, bisognosa di libertà, seppure in modi diversi, non meno di allora.

In conclusione, i “Percorsi che resistono” sono un messaggio pace e libertà che vale oggi e sempre, a futura memoria della difesa della democrazia contro le dittature e gli autoritarismi.

Ezio Marinoni

Oratorio S. Sebastiano-Valleggia_(Quiliano) Foto di Davide Papalini


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