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Ucraina: anche Unione Europea esce dal guado?

Con l’Ucraina, anche l’Unione Europea potrà uscire dal guado?

di Antonio Rossello

Volodymyr Zelensky

La concessione dello status di candidato offre a Kiev l’opportunità di proiettarsi nel dopoguerra ma accelera il dibattito sulle regole di funzionamento interno e sul ruolo geopolitico dell’UE.

Ucraina terra di mezzo; già etimologicamente dall’antico slavo orientale il suo nome sta a significare “al margine”, o “sul confine”, oppure “in periferia”. Dall’implosione del colosso postsovietico, tre decenni or sono, è un Paese sospeso tra un Oriente da dimenticare ed un Occidente ammiccante. Dal 24 febbraio di quest’anno, ormai 120 lunghi giorni, giace nel guado di una strenua resistenza all’offensiva militare condotta dalle Forze armate della Federazione Russa, per invadere brutalmente il suo territorio, segnando così una brusca escalation di una crisi già sussistente nel Donbass dal 2014.Da quella fatidica data, il mantra dei governi occidentali è stato quello di aiutare l’Ucraina a vincere questa guerra. Come? Fornendo ad essa tutte le armi più potenti di cui ha bisogno, per fronteggiare il Cremlino che combatte senza esclusione di colpi e che minaccia l’uso di armi chimiche o nucleari. Per stabilire, inoltre, una deterrenza prima che si possa verificare quest’ultima esecrabile evenienza, verso la quale i paesi e le organizzazioni occidentali non potrebbero escludere una diretta risposta militare. Poi, le sanzioni. Ma, qui, nessuno finora ne ha veramente capito gli effetti sull’economia e la finanza del nuovo oltrecortina, laddove c’è una Cina ambiguamente pronta a dargli manforte.

Per il mondo libero e democratico pro Kiev resta la convinzione che ogni dimostrazione di debolezza non fa altro che tentare l’aggressore. Con il passar dei mesi, però lo scontro d’armi non si è affatto smorzato. Mantenendosi non meno devastante, tuttavia rischia di diventare crudelmente banalizzato, almeno per un po’. Anche perché, visti i rincari e le penurie di tutto quanto rappresenta l’effetto di questa guerra sulla nostra quotidianità, le nostre opinioni pubbliche stanno diventando più insofferenti al fatto che sul fronte ucraino piovano le bombe. Fischino le pallottole. Non si contino le vittime delle stragi e le macerie delle devastazioni.

E si sta pure demotivando il fiero fronte interno ucraino, quello che aveva retto sino allo schiacciante fallimento dell’iniziale attacco russo, che ha quindi sostenuto la seconda fase guerra in corso in Ucraina da diverse settimane, concentrandosi principalmente nel massacrato Donbass. Le sfibrate forze ucraine, persa la capacità di movimento in cui primeggiavano, con sorpresa di quanti ancora speravano in una soluzione a breve del confitto, hanno dunque subito una quasi guerra di posizione, un cruento tentativo russo di schiacciamento, lento e più adatto alla superiorità militare attualmente a disposizione dell’invasore. Sarebbe soltanto una ripetizione soffermarsi su immagini che sono sotto gli occhi di tutti.
La situazione sul campo pare registrare un gravità tale che, a pochi giorni dall’importante vertice di Madrid, in programma dal 28 al 30 giugno, anche il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, non manca di affermare “che questo conflitto possa durare per anni”, con l’obiettivo evidente di prevenire la più che presumibile fatica strategica da parte degli alleati di Kiev e della loro opinione pubblica. Le consegne di armi pesanti assicurate da questi ultimi, a cominciare dagli Stati Uniti, mirano a ristabilire gli equilibri in quella che si sta trasformando in una guerra di logoramento. Dovranno pertanto continuare in modo adeguato, costi quel che costi.
Al momento non si intravedono elementi sufficienti per ipotizzare sviluppi militari o diplomatici della crisi, se non dire che allo stato i generali purtroppo surclassano i negoziatori, trasformando in una chimera l’agognato cessate il fuoco. Non fra tutti i nostrani benpensanti, teorizzatori dell’Ucraina baluardo estremo dell’Occidente contro l’invasione da Est, è poi chiaro che Volodymyr Zelensky, quale presidente di una nazione democratica, non sarebbe criticabile se decidesse che, indipendentemente dall’avanzamento del nemico sul suolo patrio, il numero dei compatrioti caduti fosse giunto al limite da imporgli di fare pace.
E’ solo certo che, se l’Ucraina fosse nuovamente costretta ad accettare un armistizio sotto minaccia, come nel 2015, in Occidente comunque non mancherebbero, barcollando nel mezzo di un intreccio di interessi o contraddizioni che non aiutano a risolvere i miti e vedere la verità, guerrafondai ad arrogarsi il diritto di sostenere che la perenne validità dell’obiettivo di infliggere alla Russia un dolore sufficiente da escludere una nuova aggressione.
Ahime! La congiuntura non prelude alla trattativa, al contrario, ciascuno dei due campi si sforza di ottenere la posizione più favorevole possibile sul terreno. La storia insegna che due condizioni soltanto possono aprire la strada alla diplomazia: la disfatta di uno dei due avversari, o il perdurare di uno stallo tanto congelato quanto mortale. Quest’ultimo caso, su una scala enormemente più estesa, sarebbe simile agli otto anni di conflitto a bassa intensità vissuti dagli ucraini nel Donbass, mai sopito dagli accordi di Minsk rimasti inapplicati.
Nel frattempo, l’Ucraina continuerà ad accumulare enormi perdite umane e materiali, senza probabilmente poter più vantare vittorie intermedie brillanti come quella ottenuta con la disfatta, a marzo, delle forze russe lanciate alla conquista di Kiev. In assenza d’altre prospettive, a parte un eventuale contrattacco nella regione di Kherson, vicino alla Crimea annessa nel 2014, mantenere la posizione nel Donbass rappresenta per il momento il vero scopo perseguibile da parte dell’esercito ucraino.
Da tempo, per ragioni sia pratiche sia morali, si discute regolarmente delle aspirazioni dell’Ucraina di entrare a far parte delle organizzazioni occidentali: Unione europea e Nato. Se la seconda pare essere stata per ora accantonata, la prima resta sul campo. Nel momento attuale, la prevedibile scarsità di successi militari rende essenziale per Kiev almeno la vittoria politica costituita dal riconoscimento formale dello status di candidato all’Unione Europea (UE) in occasione del Consiglio Europeo del 23 e 24 giugno.
Una mossa geopolitica audace, provocata dagli eventi bellici, che parimenti ricorda che il blocco avrà bisogno di un’importante revisione in vista del futuro ampliamento. L’invasione russa dell’Ucraina ha rafforzato il sentimento europeista nei paesi membri dell’Unione europea. La tendenza è presente anche in Italia, un paese che negli ultimi anni aveva espresso crescenti sentimenti euroscettici. Nel contempo, la guerra in Europa orientale ha già provocato agli occhi dei cittadini un ridimensionamento degli standard di vita in tutta l’Unione. Da qui le ragioni pratiche, perché è nel nostro interesse avere un nuovo grande alleato in una posizione strategica. Anche per guadagnare un ruolo diverso sul piano globale.
Vi sono però anche ragioni morali, perché l’Ucraina è un paese europeo in termini di storia, cultura e, sempre più anche in termini economici, di contatti tra le persone e persino di affiliazioni ecclesiastiche. Se un paese del genere vuole diventare parte dell’Europa anche politicamente, se il popolo ucraino ha deciso di diventare europeo, chi potrebbe avere mai il diritto di sostenere il contrario?
Antonio Rossello
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A. Rossello

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