Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Finalpia, Mario Cocco, medico partigiano. Una piazza in sua memoria. Il giorno che perse 57 suoi compagni. Il papà operaio in porto a Savona consentì la fuga di Pertini, Turati, Rosselli e Parri

In ricordo di Mario Cocco “ Medico e Partigiano “ in occasione  della dedica in sua memoria, della piazza in prossimità del molo di Finalpia, il 25 Aprile 2022.

di Gabriello Castellazzi

Mario Cocco nacque nel 1924 a Savona. Il padre, operaio del porto, aggiustò il motore della barca che, nella notte dell’11 dicembre 1926  consentì la fuga dalle rappresaglie fasciste, di Sandro Pertini, Turati, Carlo Rosselli e Ferruccio Parri.

Compiuti dieci anni, la sua famiglia si trasferì a Finale Ligure mentre il padre si imbarcava per lunghi periodi di lavoro sulle navi. Dopo i primi studi, a diciannove anni, l’8 settembre 1943, nello sbandamento generale si trovò militare ad Albenga. Avendo già maturato uno spirito antifascista decise di raggiungere una zia che abitava tra le montagne del parmense. Per sfuggire ai rastrellamenti raggiunse poi Bologna, dove casualmente fu notato da una staffetta partigiane che, compresa la situazione, lo accompagnò ad un distaccamento della Brigata Garibaldi, sull’Appennino Tosco-Emiliano.

Il dr. Mario Cocco presentava ancora vistose ferite al volto da partigiano

Qui (con il nome di battaglia “Ligure”) partecipò a diverse azioni militari: la più drammatica e decisiva fù la battaglia di Purocielo, durante la quale persero la vita ben 57 suoi compagni. Lui, ferito piuttosto gravemente al volto, venne ricoverato all’Ospedale Sangallo di Firenze. Dopo la convalescenza riuscì a ritornare in Finale il giorno 26 maggio 1945.

La decisione dell’Amministrazione Comunale di dedicare una Piazza in sua memoria, a qualche anno dalla scomparsa, deriva dal profondo senso di umanità che ha sempre contraddistinto la sua azione nella comunità: anima del volontariato, fece crescere la sezione dell’AVIS finalese, che diresse per molti anni. Sul “Lungomare” organizzava anche visite mediche gratuite di prevenzione. Medico di base e Anestesista presso l’Ospedale Ruffini, per alcuni anni ricoprì la carica di Assessore Comunale ai Servizi Sociali.

Mario Cocco mi ha sempre onorato della sua amicizia e nelle lunghe passeggiate, che a volte si facevano sui sentieri del nostro entroterra(San Bernardino verso “Ciappu de Cunche-Campo Rotondo-Monte Tolla”- ecc.), spesso mi raccontava di avvenimenti della sua vita passata, prima da partigiano, poi da medico.  Alcune delle sue vicende le ho scritte, con sua approvazione, aggiunte a quelle di altri personaggi finalesi, e poi pubblicate grazie all’aiuto della “Libreria Cento Fiori”.

Qui di seguito il racconto dell’avvenimento più drammatico della sua vita: la sopracitata tragica “Battaglia di Purocielo”, del 10 Ottobre 1944. Come premessa, faccio precedere la narrazione dal resoconto ufficale redatto con la consulenza del comandante della BrigataGaribaldi:                                                                                                                       “Quando l’alba sbiancò il cielo, una leggera foschia salì e avvolse i costoni che facevano corona alla conca di Purocielo. A Ca’ di Marcone, distante poco più di 200 m. dal piano, vi accorsero “Raf”, “Tonio”, “Rico”, “Tonino” e il “Ligure”. I tedeschi, risalendo la dorsale di Poseda, verso le dieci raggiunsero il crinale, ma come vi misero piede furono costretti a retrocedere poiché dal cocuzzolo del monte il Bren partigiano cominciò a sparare. Al riparo delle rocce, le Spandau tedesche spararono ininterrottamente, poi tentarono di avanzare…(segue il resoconto dettagliato).

Al termine della battaglia c’era “Rico” con un polmone forato e “Tonio” che, per soccorrere “Rico”, aveva avuto una gamba straziata, “Pucci” con un piede sanguinante e il “Ligure” con la faccia sfregiata da una pallottola di Mauser.

Ecco quanto mi riferì Mario, il “Ligure”, su quello scontro che lo vide molto vicino a perdere la vita: “Ricordo quando eravamo circondati, lassù in montagna. I soldati tedeschi sparavano raffiche di mitra senza un attimo di tregua, le pallottole fischiavano, colpivano i muri del casolare dove eravamo rifugiati, ed entravano dalle finestre uccidendo.  Se senti che la tua fine può essere vicina, l’angoscia ti attanaglia.

Il comandante “Tito”, ad un certo punto, diede il segnale decisivo:  uscire allo scoperto e trovare un passaggio per sfuggire ad una morte certa. Di fronte al  casolare c’era un prato in forte pendenza. Qualche pianta poteva fare da riparo.  Anni dopo andai a rivedere quel prato, così bello e  verde, sotto un cielo azzurro. Ebbene, quella mattina il prato era la mia strada per la vita.

Tutti insieme ci siamo lanciati di corsa, la salita rallentava i passi, le pallottole colpivano e i compagni cadevano . Anche io ero già stato colpito in una parte del volto, sanguinavo, ma nella furia della corsa disperata non sentivo alcun dolore. Quanto tempo ci misi ad attraversare quel prato, non so dirlo. Una lunga salita che percorrevo a zig-zag, nel tentativo di evitare le pallottole.

Ad un certo punto mi ritrovai in cima alla salita; ero ancora vivo, un compagno ansimava vicino a me. Bisognava scendere sull’altro versante: pensavamo di essere vicini alla salvezza. Sentivamo colpi di “Bren” provenire da altre direzioni; ma non c’era tempo per fermarsi e capire esattamente da dove partissero le raffiche, sapevamo di essere inseguiti. Ci siamo guardati negli occhi:  “da che parte andiamo?” chiese lui. Io non sapevo cosa rispondere, alcuni attimi di incertezza e lui prese la decisione:

Io scendo di qui”, e saltò veloce per un piccolo sentiero, forse pensando che anch’io gli andassi dietro. Invece , non so ancora per quale motivo, per quale strana ragione, io scattai nella direzione opposta. Poco dopo un raffica di mitra risuonò nell’aria. Mentre volavo giù per la discesa, scorsi in lontananza dei cespugli adatti per un nascondiglio. Li  raggiunsi, poco dopo il crepitio del “Bren” cessò.

Stavo in silenzio, quasi senza respirare, nascosto tra i rami bassi. Il tempo passava lentissimo, in un angosciato accavallarsi di pensieri: qualcuno mi aveva visto? Chissà gli altri dove erano andati a finire. La sensazione di essere ancora vivo, ferito ma vivo, mi dava coraggio. Il sangue non mi bagnava più il volto e le ore passavano.

Pensavo: “Forse ce l’ho fatta”.

Il silenzio avvolgeva tutto. Tra il fitto dei rami vedevo i fiori colorati e gli uccelli che volavano nel cielo. Al calar della sera, mentre lentamente scendeva il buio, finalmente potevo uscire  allo scoperto . Con difficoltà camminai carponi, in una luce crepuscolare. Ad un certo punto intravvidi un sentiero e dopo qualche centinaio di metri una casa.

I cani incominciarono ad abbaiare furiosi… qualcuno si affacciò guardingo sull’aia. Erano montanari , amici dei partigiani: la salvezza! Il giorno dopo presi contatto con gli altri compagni sopravvissuti al micidiale rastrellamento. Tutti giovani come me , tutti decisi, dopo tante incertezze, a resistere in quella macchina infernale messa in moto per schiacciare la libertà insieme alla nostra vita.

Solo allora venni a sapere che quella raffica di mitra sparata su di noi, all’inizio della discesa, aveva falciato il mio compagno. Una vita piena di speranze era stata stroncata in un attimo,  perché aveva scelto inconsapevolmente il sentiero sbagliato. Avrei potuto essere io, ma un disegno misterioso aveva deciso diversamente”.

Gabriello Castellazzi

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