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Un anno da Draghi o 100 anni da partitastri? Il Paese reale è più distante da Paese legale

È passato un anno dalla nomina di Mario Draghi a Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, su proposta del Presidente della stessa, Sergio Mattarella. E dalla lettera aperta che ho scritto un anno fa e che ha inaugurato questa “Dragheide”.

di Sergio Bevilacqua

Da tempo il Parlamento non riesce ad adempiere alle sue funzioni principali, e ciò favorisce l’uso di dispositivi sostitutivi previsti dalla Costituzione, come le deleghe al Governo su materia legislativa, l’uso del meccanismo della fiducia, lo stato d’emergenza o la stessa proposta del Capo del Governo da parte del Capo dello Stato.

Il Paese reale è così sempre più distante dal Paese legale, e la democrazia svanisce quasi nei suoi contenuti concreti, fino a rimanere scatola vuota, meccanismo per agenzie di promozione elettorale d’individui a incarichi importantissimi di rappresentanza di tutti gli italiani, ove si confonde, nel “parlare” da cui deriva “Parlamento”, la parola vuota appresa in superficie e la parola piena, gravida di contenuti vissuti e di esperienza.

È vero che lo Stato è un organismo complesso che guida gli eletti per sua inerzia a figurare in un modo o nell’altro, fino a renderli mimetici rispetto ai propri incarichi, ma poi la qualità si vede… Mario Draghi è un uomo che conosce moltissimi delicati meccanismi degli Stati, sa quello che dice e quello che fa (poi forse sa anche qualcosa che non fa, e non lo dice…). Per lui, trovarsi di fronte questi eletti del blabla, che non han saputo combinare niente e che si sono accodati, timidi e opportunisti alla sua nomina, standosene buoni fino a quando c’era da guadagnare da lui, e iniziando a rompere le scatole immediatamente dopo, con i soliti metodi variamente populisti e arbitrari, appena c’è da prendere, invece, dall’elettore, suona provinciale e disgustoso anche a me, che capisco bene molte espressioni facciali e anche ormai commenti verbali espliciti del capo del governo.

Ho conosciuto in questi anni molti politici parlamentari, soprattutto del centro-destra ma anche dell’altra parte, e li ho trovati tutti sotto alla sufficienza, con rarissime eccezioni, che si trovavano però a essere danneggiate dalla cattiva compagnia. Brave persone, eh, non discuto i loro requisiti morali e professionali d’origine… Ma per far politica occorrono organizzazioni, funzionanti, che si chiamano Partiti. E in Italia non ci sono più da tempo: quest’assenza di dimensione societaria organizzativa li costringe (anche i leader) a ridicoli esercizi di onniscienza e alla costruzione di personalità che Freud definirebbe paranoiche od ossessive (trascurerei quelle isteriche, perché non rendono nella comunicazione, unico campo che gli importa).

Il politico è una professionalità organizzativa, e senza organizzazione non è professionalità. Senza partiti non ci sono politici degni di questo nome. E così si notano, con orrore e scherno degli osservatori consapevoli, gli infantilismi, gli atteggiamenti costruiti, la mimica, di chi, a forza di esposizione mediatica, ha imparato ad emettere segni anche senza avere contenuti. E alle spalle, il nulla: se stesso, e basta, con la mitizzazione del ruolo troppo importante della guida di una comunità, che ricade solo sulle sue esili spalle e sull’abilità retorica della seppia, ove il nero confonde tutto intorno e anche il fatto di non essere più di una specie di calamaro. Nemmeno cernia, non branzino, non orata: perché da soli si fan solo brutte figure. Anche i migliori.

Draghi vuol dire questo, quando dice che la misura fa presto a colmarsi e che, questo Parlamento di topi arrembanti, se ne trovi un altro, che sappia fare meglio di lui, che pur non è perfetto e lo sa… Perché pure lui la sua organizzazione se l’è costruita, pagando i topi arrembanti con molti ministeri e sottosegretariati ove quelli possano figurare o imparare come le scimmiette, purché non facciano troppi danni…

Che ci siano dei dubbi sull’annetto di Draghi, sono il primo io a dirlo, ma va detto che chi non fa non sbaglia… E che il resto, questo Parlamento privo di veri partiti, sia il peggio che abbia mai proposto non l’Italia democratica soltanto, ma l’intera storia delle democrazie occidentali (e non solo… comunico che anche il Parlamento del Rwanda è migliore) del dopoguerra, è il fattore tragico che balza agli occhi di tutti, se non sono stati coperti con prosciutto e mortadella.

E adesso che si profilano scadenze elettorali, i topi iniziano a fibrillare per altro formaggio: finora gli animaletti il formaggio lo prendevano da Draghi e dalle istituzioni, presto sarà il popolo a fornirlo, col voto…

E Draghi, abbandonato da questi pressapochisti opportunisti brancaleonici (nel senso del celebre Brancaleone della celluloide tragicomica e della sua ridicola armata, migliore dei partiti in Parlamento, per un motivo o per l’altro) giustamente s’arrabbia.

Ripeto: avrebbe potuto fare di più e meglio, per principio. Ma con un’aula cosi deteriore, ha non uno ma mille alibi.

E lo dice uno che è stato consulente di Sabino Cassese, Francesco Rutelli, Riccardo Illy, Massimo Cacciari e se non ne cito di destra non preoccupatevi, perché ci sono stati anche quelli, e per anni e anni. E che è molto orgoglioso di aver capito, attraverso i fatti, in Italia e all’estero, che cos’è il sistema democratico e come funziona.

Allora: meglio un anno da Draghi o cento anni da squallidi, sedicenti, partitastri italici? Per la salvezza della mia anima o della mia memoria o della mia serenità, non ho il minimo dubbio: un anno da Draghi.

Sergio Bevilacqua

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