Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Albenga: l’isola Gallinara come si chiama nel dialetto albenganese? Soltanto isu”a

Una pacifica disputa, tra interrogativi, per esperti dialettali. Piero Ballarin: “Una domanda sulla lingua locale: l’isola Gallinara come si chiama nel dialetto albenganese?

L’abbraccio dall’entroterra ingauno all’isola Gallinara
Giovanna Campari!: “Isua” senza -r-? Lo chiedo perché alcuni dialetti liguri hanno “ìsuřa” con una -r- pronunciata diciamo “all’inglese”…
Dedy Lertora: L’Isua.
Adriano Ghiglione: A me risulta: ” l’íz^ua ” oppure ” a Galinàra “.
Piero Ballarin: senza la r. Tieni conto che il dialetto (io la chiamo parlata) è vario da paese a paese e tra frazioni dello stesso paese.
Gerry Delfino (Il Giardino Letterario): Decisamente alla Gastaldi  isu”a dove le ” stanno per la r tipica di Albenga. Non occorre aggiungere Gallinara, perchè  per gli albenganesi l’isu”a.
Baccio Emanuele Maineri nacque a Toirano presso Albenga il 21 agosto del 1837.Frequentò un regolare corso di studi presso vari Collegi della riviera ligure: dapprima il Collegio Ghiglieri di Finale Marina retto dai Barnabiti, dove ebbe come maestro il padre Pesce, che egli ricorda con simpatia; poi il Seminario Albenganese (come alunno esterno); infine il Collegio Oddo di Albenga.Fu direttore letterario ed artistico del «Diritto» uno dei più autorevoli giornali della capitale, e direttore dell’«Ateneo Italiano» periodico di Tito Mammoli. Collaboratore di vari giornali e riviste, autore di una sessantina di testi dedicò alla Liguria opere come Ingaunia (1884), Le conchiglie del Torsero e I turchi al CerialeLa leggenda del Buranco. I numerosi suoi scritti possono dividersi in tre serie: lavori storici; lavori educativi, biografici e critici; romanzi e racconti.
Morì a Roma il 24 marzo 1892 all’età di 68 anni.

Trucioli.it pubblica alcune pagine tratte dal libro ‘Ingauna’ ( Note Liguri, di B.E. Maineri. Stampato a Roma da Forzani e C. Tipografi del Senato, 1884). Un capitolo, da pagina 205 a 245, è dedicato a  l’Isola Gallinara. Il linguaggio e scrittura è quello di fine ‘ottocento.

Con diversi paragrafi: ” La vendita  della Gallinara  e il signor Gastaldi. L’isola secondo gli antichi, San Martino ne fa sua stanza. Ilario doma le serpi. San Pietro nella Gallinara e sul monte di Toirano. L’isola e il continente. La traversata. La nuova signoria  e gli abitatori selvatici. La palazzina e papa Alessandro II. La pendice deserta, le isole  della Disperazione e di Ogigia. Il signor Franza- Salzig e la Gallinara. Le grotte. Lo stato presente. La torre o torrione. Fantasmagorie del passato. Addio, Gallinara. Di nuovo in mare. La sera.”
“Chi – lasciata Genova o Nizza- arrivi al capo di Novi o delle Mele, vede tosto lontan lontano l’isola di Albenga, che, simile a cigno festoso, si solleva con maestà solenne dal mare. L’isola Gallinara o, alla latina, Gallinaria, che paea avesse lasciato il nome antico per intitolarsi fedelmente dalla storica città vicina, ha mutato, non sono molti anni, signoria; e fu monsignor Raffaele Biale che, nella sua qualità di batae di Santa Maria alla isola gallinara, con privata scritta del giorno 3 di aprile 1886, la cedeva al signor Leonardo Gastaldi, da Porto Maurizio, per corrispettivo di annue 75 lire di rendita italiana.
Il governo ne contrastò l’atto, e credo la questione siasi sciolta con obbligare il nuovo proprietario a corrispondere invece  l’annua rendita di cento lire del debito pubblico.
La vendita destava negli animi degli Albenganesi malumore non  lieve, e giusto; si fecero commenti vivi, muovendosi censure acerbe al Monsignore, il quale, per verità, si rendeva colpevole- e i segni erano palesi-  di grettezza ed amor di denaro. Al quale proposito, in vero, la stessa povertà della somma si ritorceva ad accusa di lui, che avrebbe dovuto ricordarsi di una città, dalla quale in molte occasioni aveva avuto prova di amicizia riverente e di affetto filiale;  per la qual cosa era opinione, in generale,  che per lui sarebbe stato meglio accaparrarsi i sensi  dell’intera cittadinanza  con farlene dono gentile. …In conclusione se i padri coscritti fossero stati più accorti, avrebbero meglio provveduto a serbarsi la proprietà dell’isola diletta.
 Il signor Gastaldi, uomo colto e garbato, venne a fermar sua stanza in Albenga con grandi disegni di innovamento; e, di fatti, innovò e fece lavori oltre le previsioni fiducioso forse troppo di allettare qualche nababbo inglese, di quelli che recansi a respirare le pure e ristoratrici nostre aure dopo aver provato le vicende  della fortuna nelle operazioni ora amiche, or avverse dei commerci e delle industrie, o dopo i favori più o meno burrascosi della politica nella Camera dei Comuni o dei Pari, salendo e scendendo gli ambiti scanni del potere.
Il Gastaldi si prese d’affetto all’isola sua  come un vecchio conte o marchese al castello merlato dei padri, e,  senza tanti scrupoli ed esitanze, ne affermò il proprio dominio con quest’appellazione fastosa degli antichi tempi: Signore della Gallinara.
Della Gallinaria, o Gallinara, gli antichi  ci hanno lasciato un’idea poco grata con queste parole: Insula frugis inops, pascens herbae, ossia; isola povera di produzione, sol capace di poca erba. Nè è il ritratto più severo. Columella, per esempio, e Varrone ne ripetono il nome dalla quantità di galline selvatiche che avevano ivi il loro nido, opinione successivamente  citata da ogni scrittore, in specie del luogo.  Il Catalasso la dice ” montuosa, alpestre ed accessibile solamente da levante, dov’è un piccolo seno detto della Madonnetta, dal quale comincia  un sentiero che guida sino alla cima dell’isola: ivi sono molti elevati virgulti d’elleboro ( la radice della pianta, come si sa,  gli antichi adoperavano contro la pazzia, e la miglior qualità raccoglievano nell’isola di Anticira) che rendono tale parte assai fronzuta.
“A ponente, seguita il cronista, è del tutto incolta, sassosa, dirupata, e non vi si scorge che pochi conigli selvaggi,  che vi tengono i loro covili. Nella sommità havvi un piccola tratto di pianura con un torrione riedificato nel 1586 sotto l’ispezione di Galeazzo di Negro, podestà di Albenga, per quale lavoro si spesero lire 814, soldi diciannove e denari otto, come risulta dagli atti del notaio Enrico Riva, detto anno 1586, 17 luglio, conservati nell’archivio segreto.  Sopra detta torre, ” a memoria delle riedificazione”, si osserva una pietra di marmo con l’arma della Serenissima  Repubblica, che costo 12 lire. Si vedono ancora alcuni avanzi di antichi fabbricati e una cisterna…
“Gli Albenganesi, cui stava a cuore  che di questi prodigi se ne conservasse la memoria, non contenti di vederli ricordati in più storie, vollero che l’isola stessa ne esibisse un piccola attestato mediante una cappella, sebbene piccolissima, che in onore dei santi vescovi Martino e Ilario fecero innalzare là ove quelle serpi erano state confinate, cappella che anche oggi può vedersi verso la parte di ponente…
A compiere la cronaca bonaria giova notare che altri santi avrebbero abitato l’isola angusta tra i quali San Benedetto Revelli, ivi dimorato con monaci dello stesso ordine nel piccolo monastero costrutto sotto il patronato di San Benedetto. Ma siccome il Revelli passava ad altra vita nel 900, e il convento di cui si parla venne fondato soltanto nel 1160 circa,  secondo la bolla di Alessandro III, è chiaro che il novellatore ha preso lucciole per lanterne.
Or  chi lo crederebbe ? Vi fu chi, non pago di coteste panzane, piacquesi adornare la tradizione, di maggiori fregi indietreggiando sino al primo secolo dell’êra di Cristo. Costoro immaginarono che S. Pietro nel tornare a Roma dopo il concilio di Gerosolima, combattuto  da venti contrari, avesse a ricoverare alla Gallinara; donde uscito, passasse in Vamsella, da poi Varatella, o valle Tiglia – Baratella, in vernacolo – val di Toirano, per salire al monte soprastante, il quale prese perciò il nome del primo apostolo, tuttora serbato.  E quasi ciò non bastasse, altri corregge ed aggiunge, che, in quel tempo,  San Pietro, fuggiasco per l’editto dell’imperatore Claudio,  che lo colpiva con gli Ebrei, se ne venisse accompagnato dalla moglie perpetua e dalla figlia Petronilla; ma non insistono sul ricovero della Gallinara, solo dicendo ch’ei si smarriva tra i gioghi appennini, donde . dopo molto errare – giunse al sommo del monte sopra Toirano, ove fondava il monastero, del quale oggi ancora si scorge l’umile chiesa con l’effigie a fresco del fondatore e di sua famiglia. Il quale fatto pongono verso il 54esimo anno, dopo la sua predicazione, nel tornare , come disse, a Roma.
Assurda eziando e senza fondamento è la tradizione che la Gallinara, in epoche remote, “fosse tanto vicina alla terraferma, che un uomo di potesse comodamente tirar un sasso dalla spiaggia di Vadino”. ..
Dalle rive di Albenga fu varata la bella gondola del signor Gastaldi. Una comitiva  assai scarsa; il Signor della Gallinara, l’egregio Nicola Ardoino- Genta, mio fratello ed io, oltre l’esperto orinario navicellaio. Con altri amici e conoscenti
, compreso il bel sesso, s’era rimasti d’intesa di trovarci al ritorno nel giardino dell’avvocato Filippo Cappato, ove la sera ci attendeva comune e geniale convito. Il bravo capitano Luigi Vita, venuto a rendere più lieta la giornata dal vicino Zuccarello, ove si trovava  alla direzione dei lavori del nuovo forte, non potendo con noi avventurarsi al mare,  del quale soffriva le noie, ci augurò la buona traversata; di fatto, la mareggiata era piuttosto grossa, e la gondola faceva movimenti alquanto bruschi; ma i vigorosi colpi di remo del navicellaio non tardarono a darele direzione; onde prendemmo tosto a discostarci…
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