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Ma Draghi vuole andare oltre? Tra astensionismo, patitastri e apparatčiki del PD

La via della democrazia passa dal pluralismo e da partiti concorrenti, organizzati in rappresentanza seria e responsabile del popolo.

di Sergio Bevilacqua

Vedo oggi, a valle di una importante tornata elettorale, due fenomeni prevalenti. Uno, l’astensionismo, segno del distacco della gente dalle proprie rappresentanze istituzionali, i partiti, questi partitastri.

Due, tra i commenti dei vari politici, una grande differenza. Differenza non di idee o di ideologie o di visione (che ben conosciamo e che sappiamo distinguere) ma di peso politico in senso proprio e primario: di efficienza della rappresentatività nostra, del popolo. Si vedono nella destra (e, guarda caso, mi sovvengono persone più di Fratelli d’Italia o al limite di Forza Italia) presenze anche elevate, forse anche più che della sinistra, ma le parole di questi ultimi esponenti sono più “pesanti”. Perché?

Perché i loro elettori si sentono rappresentati, e, sottolineo, non da loro, da quelle “persone”, ma da una organizzazione.

Cosa vede la gente dietro questi non solo apparatčiki del PD? Vede sindacati, patronati, cooperative, un terzo settore che svolge servizi sociali, molte associazioni culturali spontanee, anche aziende private, e grandi: insomma un tessuto sociale che ha un suo riferimento in qualche modo politico in una organizzazione di partito che ha dimestichezza con questo colloquio e sinergia (anche troppo, come sembrano indicare i numerosi casi giudiziari in corso…).

Stessa cosa per la Lega, ma solo in Veneto, con gli ormai consueti plebisciti per Zaia. Altrove, Salvini continua a parlare ingenuamente di “movimento” (che è semplice disorganizzazione) e il leader di Fratelli d’Italia in una desolante prima persona singolare, io, io, io, nessun NOI, come fanno anche i suoi.

Il paradosso è poi che chi ha abbracciato con più determinazione quella via destrutturata e anti-organizzativa, il M5S, mettendo in discussione addirittura il principio della rappresentanza costituzionale tramite organizzazioni formali, i partiti, sta cercando di salvare il salvabile organizzandosi in modo tradizionale.

È urgente aggiustare la catena democratica, che è caduta con la cleptocrazia dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, ed è stata tenuta giù dei deliri grillini e dall’odio popolare. Abbiamo buttato il bambino con l’acqua sporca e ora, in attesa di una Legge sui Partiti che non potrà venire, a-la-fois:

  1. dal Parlamento (mica scemi, la statistica degli arrivisti lì è troppo grande…);
  2. dal Popolo con un referendum propositivo, un popolo che ha metabolizzato odio esacerbato ed erroneo per la forma organizzativa del partito in sé, non riconoscendo la differenza con le forme malate che la magistratura ci ha mostrato e i veri deliri (o ingegnerizzate bugie?) di Grillo-Casaleggio hanno confermato,
  3. dal Governo… E chi glielo fa fare a Mario Draghi, all’esecutivo, cioè al Governo, di migliorare con una Legge partiti seri l’efficienza del Parlamento, suo controllore e padrone?

Invece dal Presidente della Repubblica sì: ecco lui sì, dovrebbe prendere l’iniziativa in questo caso, una iniziativa che rimanda al suo titolo: la repubblica, la cosa pubblica. Non c’è intervento più appropriato per una tale carica, appunto repubblicana, che rimettere su la catena alla bicicletta repubblicana e democratica e farla andare di nuovo.

Oppure come sempre, le persone di buon senso e di senso dello Stato democratico e benefico. Ma queste hanno bisogno almeno di un laboratorio politico. E mi viene in mente Reggio Emilia, città ben conosciuta per referenzialità politica in Italia. Se Reggio è stata capitale politica, non è grazie al Partito Comunista, ma allo spirito organizzativo che ha il popolo reggiano (emiliano anche), paziente (anche troppo) e sempre disposto a intendersi pacificamente in modo comunitario. Perché queste qualità del popolo reggiano, che hanno fatto la fortuna del centro-sinistra non possono oggi fare la fortuna del centro-destra? E così la fortuna in Italia del pluralismo e della democrazia moderna, e conclamata in tanto di famiglia europea e occidentale?

Il problema non è solo vincere una elezione, che poi fa quasi storia a sé, com’è proprio degli Enti Locali, ma fare di Reggio Emilia, ad esempio, grazie allo spirito dei reggiani tutti, un laboratorio politico per un Partito serio per il centro-destra al fine di attuare pluralismo e alternativa nella casa comune dell’Occidente e dell’Europa, sotto la stella polare della democrazia, politica e amministrativa. E non costringere la sinistra ai piaceri perversi dell’egemonia.

Andiamo allora OLTR.E.: R. E. puntati, come Reggio Emilia laboratorio o R. E. puntati come Repubblica Europea, finalmente!

Sergio Bevilacqua

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