Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Savona non dimentichi/ Ferro magistrato schivo, timido, di rara preparazione giuridica. In tribunale, Corte d’appello, Cassazione. Al liceo Scuole Pie fu Principe dell’Accademia

Vincenzo Ferro, 86 anni, se ne è andato e Savona non dimentichi un figlio illustre. Una toga che ha onorato e servito la Repubblica, la democrazia, nel totale disinteresse personale, ma per la giustizia terrena. L’ultima volta l’ho incontrato e ci siamo fermati a conversare, in via Astengo. Era il 13 settembre, lunedì. I convenevoli. I ricordi: nella sede del vecchio e del nuovo tribunale. Non era il primo incontro casuale. Ma il dr. Ferro sempre parco, interessato alle notizie, mi è apparso più accondiscendente, aperto, collaborativo, con una davvero rara confidenza al cronista dei capelli bianchi.

di Luciano Corrado

Anni ’90, il saluto al presidente Guido Gatti, parla Avolio, con i giudici Renato Acquarone, Vincenzo Ferro, Francantonio Granero, Giancarlo de Donato, a sinistra Franco Becchino (foto Salvatore Gallo- archivio trucioli.it)
Savona, foto d’archivio di trucioli.it: anni ’80, da destra, l’allora senatore del Pci, Giovanni Urbani, il sindacalista Cigl Giancarlo Pinotti e Vincenzo Ferro quando era giudice del tribunale di Savona. (foto Salvatore Gallo – asrchivio trucioli.it)
Il dr, Vincenzo Ferro alla scrivania dell’ufficio

Per lavoro avevo seguito, dall’inizio alla fine, nell’estate del 1974, il ‘giallo Berrino‘: il sequestro, le ricerche, il pagamento del riscatto (300 milioni di lire), la liberazione, le indagini, l’inchiesta, l’istruttoria ed il suo epilogo clamoroso. Non ci fu sequestro secondo il responso della giustizia.

Il dr. Ferro era il giudice istruttore che, con l’allora procuratore della Repubblica, Camillo Boccia, decise di ricostruire gli ultimi giorni della prigionia, prima della liberazione. Una ricognizione ‘in loco’, con la presenza del ‘rapito’, dei difensori, dei cronisti.

Scriverà il pittore Berrino nelle sue memorie: “…Arrivammo nei pressi di un rudere da me ben conosciuto (sulla collina di Alassio fronte mare ndr). Infatti erano pietre che amavo segretamente e se ne avessi avuto il tempo ed i mezzi avrei voluto restaurare  quella proprietà in rovina, ma situata in una posizione meravigliosa. Li ricordavo bene quei ruderi.  Nella parte a sinistra di chi guarda il mare, campeggiava una scritta bianca, un archetto sul lato destro addolciva il tutto  con molta architettonicità. Là i miei rapitori ebbero un colloquio assai concitato…..Ero legato con una funicella di naylon alla gamba destra ed al polso sinistro…”.

Il dr. Ferro, nella calura estiva, sudore in fronte, calmo, puntiglioso, incalzante, via via contestò a Berrino contraddizioni e discrepanze circostanziate, trascritte dal cancelliere e rilette a voce alta. Tralasciamo domande e risposte anche negli aspetti più intimi, ma non irrilevanti, come i resti ‘non trovati’ dell’asserita defecazione.

Poi venne il giorno dell’interrogatorio al secondo piano del vecchio palazzo Santa Chiara, nella stanza del giudice istruttore, il dr. Ferro appunto. Colpo di scena, Berrino da parte lesa si trovò indagato, agli arresti, destinazione carcere ed il tentativo sventato parrebbe, per un soffio, di ‘gettarsi dalla finestra’.

Ebbene ora sappiamo che quella decisione  consterà al dr. Ferro il trasferimento. Non ne aveva mai fatto cenno prima, almeno con il cronista che pure in altre circostanze ebbe modo di scambiare idee su quella vicenda che tenne banco ed in scacco l’estate alassina e non solo. Prime pagine di  quotidiani e settimanali, presenza costante della Rai. Tra scoop veri e fasulli, dichiarazioni di fuoco dei legali, riportate soprattutto nelle edizioni pomeridiane. Basti pensare alle presenza del prof. avv. Pietro Nuvoloni emerito giurista che seguiva spesso processi ecellenti con eco nazionale. Ma anche l’avv. Isidoro Bellando  che non lesinava durissime prese di posizione. Entrambi chiamati ad assistere i fratelli Mombelli  finiti in manette ed accusati di essere  autori materiali del sequestro, ma dichiarati innocenti con sentenza passata in giudicato.

Il dr. Ferro trasferito per un’inchiesta che, a quanto pare, era seguita con particolare attenzione anche ai ‘piani alti’ del palazzone di giustizia a Genova. E ancora l’incontro di quel lunedì pomeriggio:”….Trasferito, mi hanno fatto un favore”. Gli anni di un tribunale, a Savona, sempre sotto organico. Ispezioni e procedimenti disciplinari. Il presidente Tartuffo,  un presidente di sezione Guido Gatti,  giudici Avolio, Meloni, Storace, Becchino, Acquarone, De Donato, il giovanissimo Frisani.

La Berrino story ebbe tanti risvolti, la durissima reazione del difensore, principe del foro, Ernesto Monteverde.   Tra i difensori di altri impuntati anche l’avv. Umberto Ramella, grado 33,  in Liguria, della massoneria di Piazza del Gesù.  I due fratelli Mombelli (uno è in vita e vive nell’ospizio Trincheri di Albenga (trucioli.it ha pubblicato solo in parte le sue memorie) indicati e accusati da Berrino;  oltre due anni di carcere da innocenti, almeno per verità giudiziaria.

Ancora ‘il tema Ferro’ nella conversazione di quel lunedì. Monteverde era  il penalista di fiducia nelle cause contro il Secolo XIX ed i suoi giornalisti. Mi aveva assistito, con abituale passione e maestria, unitamente all’avv. Romano Raimondo, da imputato per diffamazione e rivelazioni del segreto istruttorio, dopo la querela di Alberto Teardo parte lesa. Accadeva due anni prima che esplodesse lo scandalo con la sequenza di arresti ed accuse gravissime, un terremoto politico e giudiziario senza precedenti in Liguria e che aveva preceduto la tangentopoli di Milano.

Monteverde tra gli artefici della ‘punizione- trasferimento’ del giudice Ferro ? Ricordavo  che in quei giorni, il ‘maestro del foro’ era particolarmente ‘indignato’. Ed avrebbe bussato alla porta dell’ufficio dell’allora procuratore generale di Genova. Non era solo, con lui il collega Raimondo Ricci, parlamentare del Pci e presidente Anpi, co-difensore di Berrino.

All’epoca, da cronista, ebbi un’altra indiscrezione, tutta da verificare. Parte dei soldi del ‘riscatto’ sarebbe servita per saldare i debiti di un legale abituale frequentatore del casinò di Sanremo. E anche il dr. Ferro si è detto informato di quella ipotesi, peraltro rimasta tale. Forse era una pista da seguire, ma emersa molti anni anni dopo? Una delle verità al di là dell’esito finale scritto con una sentenza che non lasciava scampo, dal giudice istruttore dr. Michele Del Gaudio. Il magistrato titolare, con il capo dell’ufficio, dr. Francesco Granero, dell’inchiesta Teardo e dei clamorosi sviluppi. Del Gaudio che di fatto ha confermato le  tesi accusatorie  di Ferro, mentre fu assai più tiepida,  la posizione della procura della Repubblica con il dr. Boccia.  Non condivideva l’arresto di Berrino che  fu subito rimesso in libertà, dopo una notte in cella, anche per motivi di salute.

Pare davvero superfluo rimarcare che il dr. Ferro ha portato con se tanti anni di lavoro e probabilmente tanti aspetti inediti che non sono mai stati affrontati, rivelati, dalla cronaca e dai cronisti. In altri incontri  casuali mi aveva accennato ad alcuni processi per diffamazione a quotidiani nazionali che si era trovato ad affrontare in Corte di Cassazione. “Credo siano interessanti ed utili da rileggere per un cronista”. E hanno fatto giurisprudenza in materia.

Del giudice Ferro non possiamo dimenticare la impenetrabile riservatezza quando indossava la toga. Sempre gentile, disponibile, ma sbrigativo, non sciupava una parola in più con chi era ‘a caccia’ di notizie. Semmai consigliava, per evitare “brutte figure”, “perdita di credibilità”, di dare in pasto panzane ai lettori. E poteva pure accadere di essere garbatamente redarguiti. “Non avete seguito con diligenza il processo…”. “Non avete letto gli atti….”. A volte capitava di prendere una ‘cantonata. Ferro apparentemente distaccato, eppure attento  lettore anche della cronaca locale. Tra le persone che a palazzo apprezzava e si intratteneva, Giovanni Nuti, per oltre 30 anni impiegato  nel tribunale nel ruolo di cancelliere e da pensionato, dopo il 1972, si dedicava alla libera professione con uno studio di consulenza  in via Ratti con il collega Barberis.

Come dimenticare che Ferro ha seguito, tanto per fare qualche esempio, i fallimenti del Savona Calcio, dei cantieri Baglietto. Migliaia di sentenze, ordinanze in materia civile e penale, persino codice della navigazione. Le sue dotte motivazioni, come nel processo Teardo, dove ha retto l’impianto accusatorio, ma non l’imputazione di associazione di stampo mafioso. Le argomentazioni di Ferro in primo grado, soprattutto in diritto, sono state confermate in appello e poi in Cassazione. Anche per un uomo di legge le soddisfazione morali, umane, nell’adempimento del delicato lavoro, sono una componente non trascurabile.

Il dr. Ferro nel gennaio 2008 aveva concluso la sua brillante e stimata carriera. Sempre da persona semplice, quasi timida, arrossiva facilmente, lontano dai salotti e dai circoli elitari, dalle frequentazioni mondane e del potere di turno. Semmai molto interessato alle sorti e alla storia della sua Savona. Nel 1964 entra in magistratura classificandosi primo assoluto all’esame da ‘aggiunto giudiziario’. Primo incarico da pretore penale a Genova fino al 1969. Fino al 1998 giudice al  tribunale civile, a Savona, alla fallimentare, all’Ufficio Istruzione, alla sezione penale. E ancora, giudice nelle sezioni lavoro, esecuzioni civili, in materia marittima. Fino al 1994 consigliere della prima sezione della Corte d’appello di Genova. Da qui alla Cassazione prima e quarta sezione penale, a seguire prima sezione civile.  Per concludere con la prestigiosa presidenza della Corte d’appello civile nel capoluogo ligure.

Nel novembre 2016 un altro incontro causale questa volta in via Paleocapa, non lontano dalla sua abitazione. Era appena uscito un articolo sul Secolo XIX, con tanto di locandine davanti alle edicole: “Sgarbi affonda il tribunale: Palazzo che sfregia Savona. Il critico d’arte: ci vorrebbe un’inchiesta su questo orrore, sui materiali scadenti e i costi con cui è stato realizzato”. In realtà anche il dr. Ferro ricordava che l’inchiesta si fece, come le perizie sulle palificazioni. Quando è stato inaugurato fu tutto un fiorire di apprezzamenti, da bella notizia per la città e la provincia, commenti positivi riportati nelle pagine locali. Solo qualche anno dopo si saprà dal presidente della ‘Campanassa’, rag. Carlo Cerva, che il progetto tale e quale era stato proposto al Comune di Sanremo come ‘palazzetto dei fiori’.

Negli anni della pensione il dr. Ferro ha soprattutto coltivato amore, premure e dedizione alla famiglia, ai carissimi nipoti. Ci mancherà la sua memoria storica, la schietta pignoleria dei fatti, l’approfondimento, la chiave di lettura,  rimproveri compresi. Sempre circondato dall’apprezzamento che riscuoteva nel mondo forense ligure e dai colleghi. (Luciano Corrado) 

ARTICOLO DEL SECOLO XIX A FIRMA DI GIOVABNNI CIOLINA

L.Corrado

L.Corrado

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