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Il Gran Maestro Emerito della massoneria A.L.A.M.: ‘Si deve ancora credere nella speranza?’

L’avv. Antonio Binni, Gran Maestro Emerito della Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. (Antichi, Liberi, Accettati Muratori): “Si deve ancora credere nella speranza?”. Il titolo della Rivista “Officinae” (novembre 2019) edita dall’Obbedienza di Palazzo Vitelleschi in Roma.

L’avv. Antonio Binni

L’argomento, spesso quotidianamente, ha però continuato ad accompagnarci e, in tutto quest’ultimo periodo di tempo, a particolarmente tormentarci con nuovi interrogativi stranamente nati anche da letture del tutto estranee al tema. Sono emersi così nuovi profili della materia che, inevitabilmente, hanno finito per diventare oggetto di ulteriori approfondimenti per certo utili alla puntuale ricostruzione del concetto.

Nello specifico, ci siamo poi posti il problema in quale tempo consuma la propria esperienza chi spera. Ci è parso, infatti, oltremodo interessante appurare se, chi spera, vive nel presente, o se, all’opposto, abdicando al presente, non finisca invece per vivere nel futuro visto che la difficoltà è nel presente, mentre il suo superamento è differito ad un auspicato futuro migliore. Per completare poi il quadro, abbiamo esaminato la ricaduta della risposta data al problema sollevato, con particolare riferimento a chi non si limita a essere iscritto alla massoneria, ma voglia invece viverla in tutta la sua ricchezza.

Con questo scritto, che, all’evidenza, integra e approfondisce ulteriormente l’argomento trattato in quello precedente, da leggere perciò in contemporanea a quello presente, intendiamo, innanzi tutto, riempire di contenuto tutti i silenzi che hanno caratterizzato quello richiamato all’inizio delle presenti note, facendo, nel contempo, partecipe il benevolo lettore pure delle conclusioni alle quali siamo pervenuti affrontando il problema sollevato sulla scorta di argomenti che, ancora oggi, ci paiono fondati: un approdo, quanto meno, interessante ben potendo costituire un valido motivo di proficuo confronto.

La vita dell’essere umano è notoriamente travagliata. L’uomo, spesso, viene purtroppo a trovarsi in situazioni difficili che lo inquietano, stati d’animo che non lo soddisfano, apprensioni che scuotono l’esistenza fino a rendere la vita difficile e, talora, perfino invivibile. Da qui la nascita del desiderio di un futuro migliore tale da sovvertire l’amaro presente. Sono, dunque, queste semplici considerazioni più che sufficienti ex se per sostenere che la paura del presente costituisce il reale e effettivo retroterra della speranza, la sua fonte primigenia e esclusiva, visto che si spera in un futuro migliore solo se si versa in un presente del tutto insoddisfacente. La speranza, già prima facie, è dunque un sentimento di attesa che si verifichi la cosa desiderata. Non è però un’illusione considerato che la speranza si fonda sul credere, sull’avere fiducia negli uomini e nel mondo.

Si spera, infatti, con la fiducia che, ciò che si spera, si raggiunga effettivamente. Elpis (speranza) e Pistis (fede) sono dunque fra loro indissolubilmente legate perché è proprio solo la fede che il bene desiderato si realizzi nel futuro a sorreggere l’immaginazione facendo così credere il venire meno dei tempi duri. Sperare in un futuro migliore sprona poi a cercarlo con impegno e dedizione. Senza l’impegno, l’attesa è infatti sterile perché è la determinazione che la concretizza. È poi sempre la speranza fiduciosa a determinare un prezioso senso di resilienza alla presente avversità. La capacità di proiettare nel futuro i propri desiderata aumenta inoltre le possibilità di cercare e trovare una soluzione. Da questo profilo la speranza si configura allora come la capacità di vedere la luce laddove invece regna l’oscurità.

La speranza è una energia interiore che permea la vita degli uomini. Anche quando i tempi sono bui. Pure quando è l’unica cosa rimasta dopo che tutto il resto è perduto. In certi frangenti può rappresentare la differenza fra la vita e la morte. Anche nella situazione più disperata, e perfino in quella estrema, si deve rimanere aggrappati alla speranza perché noti sono i suoi successi contro ogni probabilità.

La speranza non va confusa con l’ottimismo. L’ottimismo è un sentimento e, come tutti i sentimenti, ha una natura per definizione ondivaga. In quanto tale, può facilmente tramutarsi in pessimismo quando mutano le circostanze, a differenza, invece, della speranza che, all’opposto, è una forza costante che non si dà mai per vinta. Per questo, la speranza è un’arma potente per paralizzare quella paura che, altrimenti, rende l’uomo impotente. Da questo angolo prospettico la speranza è un antidoto alla paura. Immaginare lo scenario migliore, anziché il peggiore, all’uomo che si trova nella sofferta tribolazione procura sollievo.

La speranza, in quanto proiettata nel futuro, si configura come il luogo della attesa, di ciò che dovrebbe accadere, di ciò che non è o di ciò che ancora non c’è, spazio nel quale si insedia fatalmente l’ansia. La speranza – ormai ben lo sappiamo – presuppone il futuro. Sperare significa prefigurarsi un domani diverso, migliore. Da questo profilo la speranza è allora lo spazio del desiderio, il luogo dell’incertezza perché, quando si spera, non si ha la certezza che quanto prefigurato avrà poi a tramutarsi in realtà.

Da quanto argomentato, emerge con chiarezza che la disperazione nasce dalla speranza delusa, da una speranza che, non essendosi mai avverata, diventa inutile fino al punto di trasformare la vita stessa in un autentico male perché il dolore, non solo si fa continuo, ma diventa in negativo il senso stesso dell’esistere. La speranza, come dicevano gli antichi, è un ingrediente dell’anima. Non fa però parte né della gioia, né della saggezza. Non della gioia, perché è incerto l’epilogo. Né della saggezza, perché quest’ultima conosce solo il presente, il mondo per quello che è, nella consapevolezza che sognarlo diverso significa non averlo compreso in tutta la sua complessità. Il che apre il problema che ci siamo posti all’inizio di queste note, tutto racchiuso nell’interrogativo di quale tipo di tempo viva colui che spera.

Chi si allontana dal presente per un futuro affidato ad altro, buona sorte compresa, sembra a noi certo che non viva interamente quel presente concreto nel quale invece l’uomo saggio si immerge facendo del proprio esistere un esser-ci integrale. Spostando il presente nel futuro, si finisce, infatti, per non vivere mai perché la speranza non è una garanzia, ma semplicemente una proiezione di un domani diverso e migliore. Il tempo del saggio è il presente che il saggio non vuole cambiare, ma semplicemente vivere con la convinzione che ogni istante di vita costituisce un autentico miracolo.

Tanto la gioia quanto la tristezza sono, infatti, stati d’animo che fanno parte entrambi del vivere. Il tempo del presente è il tempo della vita, nella quale il saggio vuole esser-ci. Il tempo del futuro è invece il tempo del mondo che non c’è, che si vorrebbe che esistesse proprio perché rassicurante. Il tempo del presente è il tempo senza desideri che portano al futuro, senza rimpianti che sospingono dentro il passato. In sintesi, è l’attimo che esiste senza nostalgie o illusioni. Il tempo del futuro, all’opposto, è il tempo del momento che non c’è, per definizione, lo spazio dell’insoddisfatto.

È la condizione di chi vuole vivere domani nella convinzione che il domani sarà – finalmente! – come si desidera oggi e, per questo, chiude gli occhi per lasciare spazio alla immaginazione. Solo nel presente c’è l’esperienza del mondo. Solo nel presente si vive appieno la relazione fra l’io e gli altri, fra l’io e il mondo. Per tutto questo si deve evitare la speranza che nega la vita che è solo presente, o, quanto meno, ricorrervi il meno possibile perché spesso non arriva mai, trasformandosi così in una malattia.

Nel presente è invece preferibile confrontarsi con i duri fatti col fermo proposito di modificarli al meglio, giorno per giorno, per realizzare oggi quel mondo nuovo che, chi spera, differisce invece al futuro. Queste note volgono oramai all’epilogo. Prima di congedarci, dobbiamo però interrogarci su quale sia – o debba essere – il corretto rapporto fra il massone e la speranza. Se le argomentazioni addotte in precedenza sono fondate, come a noi sommessamente pare, si deve affermare che il massone non è l’uomo della speranza, ma l’uomo della azione.

Il massone, come tutti i saggi, vive il presente. Opera nel presente. Non spera di vedere modificato il mondo. Si attiva, invece, per modificarlo, indirizzando da subito il presente nella direzione voluta per incardinare quel futuro che vuole costruire. Per definizione, non crede alla speranza generalizzata, dall’esito sempre incerto. Men che mai spera poi nell’uomo della provvidenza che, in cambio della rinunzia alla libertà, offre sicurezza che, propriamente, altro non è che servaggio.

Assieme a tutti gli altri uomini di buona volontà, si fa invece carico della quotidiana fatica di vivere come un autentico costruttore fedele alla sua reale natura e autentica vocazione. Non crede, in definitiva, alla speranza come un evento futuro migliore quanto invece al quotidiano lavoro che assicura e garantisce la modifica dei duri fatti. La massoneria è anche ortoprassi.

Il massone, in quanto costruttore, è uomo d’azione. Uomo che affida il proprio comportamento concreto al presente, l’unico tempo che conosce e vive con piena consapevolezza, lieto di operare per l’avvenire, che pure ha il suo tempo, lasciando invece il futuro a quanti, vivendo di speranza, finiscono poi, inevitabilmente, per morire… disperati!

Avv. Antonio Binni 

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