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Green pass: Decreto per i controlli e app ma è lite sui tamponi. Ecce homo homini lupus

Green pass: il governo emana il Dpcm per controlli e app ma è lite sui tamponi. Altre soluzioni? ? Il miracolo non sia questo: la pena di un’attesa.

di Antonio Rossello
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, del Ministro della Salute, Roberto Speranza, e del Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, Vittorio Colao, ha firmato il dpcm con le prescrizioni di verifica del possesso delle certificazioni verdi COVID-19 in ambito lavorativo. Il decreto interviene per dettare ai datori di lavoro pubblici e privati gli strumenti informatici che permetteranno una verifica quotidiana e automatizzata del possesso delle certificazioni. . Si fa intanto sentire la piazza in un Paese tormentato in vista del 15 ottobre.
Col termine “tumulto popolare” si allude alla rivolta di un gruppo più o meno ampio di persone, che protesta per ottenere determinati cambiamenti o disposizioni riguardo a qualche legge o questione di più o meno ampio rilievo. La Storia ne propone numerosi esempi dalle conseguenze decisive. Dalla Rivoluzione francese alla Primavera araba, ma anche l’Italia vissuto ciò che viene definito “Resistenza”, e da taluni “Guerra civile”, tra il 1943 e il 1945, sono eventi talvolta caratterizzati da azioni che partono dal basso e ridisegnano il volto del mondo. E se abbiamo in mente immagini e idee di questi momenti topici del passato, esse certamente variano secondo i nostri processi cognitivi individuali, cioè talora costrutti fondati, al di fuori del pensiero critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie.
Pure in questi giorni, scorrono sui media nazionali immagini dove gente e gente è inizialmente riunita in angoli noti di centri urbani, poi muove ordinatamente attraverso le vie verso punti nevralgici, laddove più forte può spandersi la eco del dissenso. Spesso fanno capolino i facinorosi, che agiscono per bande, protesi a bloccare il traffico, a fare scempio di beni pubblici e privati, che poi vengono dispersi da agenti in tenuta antisommossa, con gli immancabili blocchi alla circolazione dei mezzi. Seguono, infine, identificazioni e fermi dei responsabili da parte delle forze dell’ordine. Ci si augura sia fatta giustizia, non solo l’inevitabile propaganda politica. Nascono narrazioni: il linguaggio plasma il modo in cui pensiamo e determina cosa possiamo pensare di simili avvenimenti.
Si evincono vari aspetti. Ad esempio, abbiamo visto una massa o una folla? Per la sociologia, la categoria sociale più importante è forse quella di “massa”, una nozione che generalmente descrive un insieme di individui aventi, come comune caratteristica, un comportamento uniforme riguardo a determinati stimoli. Il concetto di “folla” connota, invece, non una caratteristica comune a più individui, ma una semplice prossimità fisica, la quale agisce, in particolari situazioni, sotto stimolo di comportamenti omogenei, indotti da processi di emulazione automatica. La folla è priva di rapporti gerarchici e rapporti di azione reciproca in un certo senso istituzionalizzati e regolati. Perciò la folla è un tipo di aggregato, ovvero di un insieme di individui caratterizzato, al contrario della massa, dalla pura vicinanza personale, non determinato secondo strutture e funzioni.
Ma come si può rispondere alla precedente domanda innanzi ai fatti che si sono svolti a Roma, lo scorso 9 ottobre? Massa, probabilmente. Rispetto alle più recenti cronache, abbiamo assistito ad un salto di qualità, impossibile se non vi fosse stato un significativo sforzo organizzativo, e non una mera enfatizzazione comunicativa, che ha assunto le sinistre sembianze della guerriglia urbana, culminando con l’assalto, esecrabile senza se e senza ma, alla sede nazionale del principale sindacato italiano.
Siamo rimasti frastornati dall’esito turbolento e selvaggio del sommovimento, quasi pilotato, di un’orda, permeata e in parte animata da frange estreme. Il fenomeno, aldilà di ogni comoda e vana speranza di rimozione, rappresenta l’essenza di un pezzo di Italia, che “mal sopporta” e costituisce il prodromo della rivolta. Si è ancora posta la questione dell’ordine pubblico, perché, nonostante gli allarmi a più riprese lanciati, può esserci stata qualche sottovalutazione. L’escalation in atto giustificherebbe il passaggio dall’attuale strategia di contenimento, idonea fintanto che persista un accettabile livello di quiete civile, a più drastici metodi di repressione?
Ma esiste un’altra massa, non identificabile soltanto con chi rappresenta o serve le istituzioni, bensì anche in coloro che hanno o temono di avere ancora qualcosa da perdere. E’ la massa dei benpensanti che si dimostra normalmente contraria alle rivolte, siccome ritiene che esse siano soltanto manifestazioni violente che, anziché aiutare il popolo, finiscono soltanto col danneggiarlo ulteriormente. Si tratta di una distinzione risibile, in verità: non solo perché solitamente fondata su un criterio evanescente, siccome, preannunciate dai media, tambureggiate sui social, le sorprese possono ancora arrivare dal Nord come dal Sud, dagli imprenditori come dai lavoratori, da ogni ambito post ideologico e culturale. Si alimentano con la differenza tra le percezioni della “soggettività” pubblica e l’”oggettività” degli eventi per come si svolgono.
Così, le piazze No Green pass si moltiplicano. Non più solo Roma ma nuovi cortei si sono svolti, si svolgono e si svolgeranno. Decine di piazze italiane gremite di migliaia di persone contro il certificato verde: e in strada scendono sindacati di base, portuali, ferrovieri, tassisti, gente comune. Sarebbe un grave errore ritenerli semplicemente folla, descriverli come una torma di individui che tentano di formare un gruppo compatto, in quanto impossibile trattandosi di persone completamente diverse (giovani, vecchi, donne, uomini, opportunisti, scellerati, ignoranti o fanatici), unite solo da una rabbia comune, immotivata, che si fanno forza del loro numero e della loro fede nei complotti.
Tuttavia, non solo questo, può arrivare a chi guarda più attentamente, intravedendo una saldatura tra visioni contrapposte della politica, che si ritrovano unite contro lo strumento scelto dal governo per contenere il virus e che, in vista del 15 ottobre e dell’entrata in vigore dell’obbligo del certificato per lavorare, può indubbiamente divenire a propria volta uno strumento in possesso di una grande forza di condizionamento. Da qui, l’ennesimo segnale di preoccupazione per chi deve gestire la sicurezza o garantire la coesione civile, innanzitutto non è con la forza che si ottiene giustizia ed ogni violenza va condannata. Non è poi detto che da un così gran numero di persone, in cui è apparentemente impossibile controllare tutti e mantenere un ordine, non possa prima o poi emergere qualcuno che si faccia portavoce di problemi di una parte della cittadinanza, che sia capace di farsi ascoltare dai politici, affinché gli stessi prendano decisioni vantaggiose per tutti.
In questi termini, occorrerebbe cautela in certi giudizi negativi a priori, di fatto figli della supposizione che ogni natura umana sia fondamentalmente malvagia (HOMO HOMINI LUPUS = l’uomo è lupo per l’altro uomo, come affermato dal commediografo latino Plauto nella commedia “Asinaria”), che si affannosamente appellano alla necessità di una mitigazione, in nome delle ragioni dello Stato e della Scienza. Qui, la domanda non è quanto Stato e quanta Scienza, ma quale Stato e quale Scienza. Siamo, infatti, davanti a una non-normalità, nella misura in cui in Italia è in carica governo né politico né tecnocratico, all inclusive, la cui identità composita ci auguriamo sia proficua ai preminenti interessi nazionali, che non possono soltanto essere economici, anche credendo nella libertà del mercato.
Ecco perché, come d’incanto, ridiventa più forte delle la determinazione di molta gente a tapparsi le orecchie, a voltare le spalle alle cerchie più sterili del dibattito pubblico che stanno rintanate su comode poltrone da salotto e, quando siano loro precluse le fanfare mediatiche, anche nelle viscere dei social, salvo poi cadere dal pero e fare la gnola se una loro pagina viene bloccata. Quanti ancora ipotizzano che il popolo sia immaturo, o troppo manipolabile, per decidere autonomamente, poiché compie atti di violenza a causa di uno stato di necessità, per cui è necessario che la politica faccia le riforme più artificiose, attraverso fantasmagorici laboratori politici ovvero alchimie di ruoli rivisti e corretti per partiti e sindacati, senza pensare che soprattutto debba guidare ed educare il popolo.
Se la moderna demografia limita la possibilità di un coinvolgimento diretto del popolo nella gestione della politica, imponendo che debba essere una rappresentanza elettiva a fare da portavoce delle sue necessità, è legittimo l’auspicio di essere piuttosto illuminati su come disegnare concretamente una nuova statualità, mentre la pandemia ha reso evidente che non c’è tenuta democratica senza i saperi sociali in grado di percorrere l’ultimo miglio della filiera degli invisibili. Pertanto, spengano, costoro, i propri ardori da “leoni da tastiera”; smettano di chattare compulsivamente; disattivino i microfoni e vadano in piazza, se hanno veramente qualcosa di convincente da dire, quando il più delle volte sono quisquilie, roba sdozza.
In conclusione, la responsabilità non può che ricadere tutta su questo governo e sul premier. Non potendo più essere il tecnocrate, l’alieno, il super banchiere della Bce, il potente globale o almeno europeo, per non apparire l’uomo che sta consolidando il passaggio da democrazia a tecnocrazia, è ora, prima che sia troppo tardi, che il presidente del Consiglio parli chiaramente agli italiani. Sono in molti a chiedersi quali siano i buoni motivi per cui, ormai ottenuto l’egregio risultato dell’80% di popolazione vaccinata e la curva dei contagi da settimane in significativo calo, l’Italia sia forse l’unico paese dove per poter lavorare, quindi per mantenere effettivo un fondamento costituzionale, ci si debba assoggettare ad un provvedimento draconiano quale il Green pass.
E, ancorché ve ne siano tutte le ragioni, il governo sarà chiamato ad ulteriori vere scelte politiche, non da ordinaria amministrazione, al cospetto del numero ancora elevato di non vaccinati  e della data del 15 ottobre, pena creare un pericoloso limbo, dove si annidano fobia, ira, frustrazione e focolai di tensione. Basta un Dpcm? Una volta giunti alla dead line, gli strumenti della persuasione di stato saranno esauriti, e meno convincente sarà ogni ulteriore monito a vaccinarsi per non avere problemi sul posto di lavoro. Si potrebbe dunque porre inesorabilmente una alternativa: una concessione di tamponi pressoché gratuiti o una assunzione di responsabilità nella direzione dell’obbligo vaccinale? Il miracolo non sia questo: la pena di un’attesa.
Antonio Rossello
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A. Rossello

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