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Draghi e l’LGBTQIA: il difficile confine tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio

Mario Draghi ha deciso, son certo suo malgrado e per politica continentale, di prendere per le corna il toro LGBTQIA (e resto dell’alfabeto). Lo affronterà in una corrida di certo politically correct,  prendendo ciò che è “di Cesare” sul tema, e lasciando ciò che è “di Dio” a chi di dovere. Sono piuttosto fiducioso anche in questo caso sui suoi esiti e sul suo lavoro: il Grande Timoniere è persona di buon senso e buon gusto, di grande realismo e intelligenza.

di Sergio Bevilacqua

Non scontenterà nessuno in particolare, e un poco tutti. Vedremo.
Intanto la materia dei diritti LGBTQIA (ma non può finire lì, l’acronimo…) fa friggere un pò tutti. E, in queste ore, la popolazione di Arezzo, ove, com’è usanza ripetuta, si svolgerà l’ennesimo evento di comunicazione di massa denominato, ormai universalmente, Gay Pride, festa dell’orgoglio omosessuale, corpo storico, ma tutt’altro che “mistico”, della controversa comunità LGBTQIA ecc. ove oggi sembrano alla guida le associazioni transessuali.
Sono 25 anni che esistono queste manifestazioni. Le ho seguite nei decenni per capirne gli effetti socio-comunicazionali: ho visto Gay Pride a Roma, New York, Buenos Aires, Milano, Genova, Bologna, Reggio Emilia e in altre città, in alcune di queste ripetutamente.
È un formato di evento che, dietro l’apparente innocuo “colore”, nasconde profondo inquinamento dell’immaginario desiderante e sensuale, che, come ho scritto a più riprese, potrà anche far sorridere un adulto, ma invece risulta invasivo e perturbante per un “giovane” (qui inteso come soggetto in formazione, come spiega l’etologia umana rispetto proprio al fatto sessuale, almeno fino all’età di 20 anni…).
Il risultato di traumatizzare subdolamente, deformare l’immaginario delle persone in formazione o fragili attraverso i segni che si producono nell’evento, è la vera distorsione di un messaggio che nasce e sembra ancora essere di libertà e diritto d’espressione.
Occorre molta attenzione nella produzione di segni dal contenuto erotico, perchè essi hanno significato diverso a seconda che penetrino in caratteri (sistemi etologici) già conformati oppure no. Il che escluderebbe per tali segni (e anche per la pornografia), a priori, l’uso nelle comunicazioni di massa, non essendo possibile per definizione segmentare il target tra
1. resistenti da informare legittimamente e
2. fragili che si contaminano con orientamenti e oggetti del desiderio impropri,
e questo sia ieri che ancora oggi.
Dietro le operazioni di comunicazione di massa (indifferenziata) che trattano forse diritti di persone diverse, ci sono espliciti interessi di allargamento della base statistica degli aderenti alla “diversità”, chiaramente opportuna per ottenere quel maggior potere politico che produce facoltà di soddisfazione del proprio modo di essere, nato o diventato.
Ma l’operazione è sporca: il coinvolgimento transita anche astutamente nel dare scandalo e così traumatizzare; anche col sorriso e la risata, ed è pur sempre “dare scandalo”.
Ma, perché la critica sia efficiente e dunque non essere tacciati di moralismo (la retorica LGBTQI ecc. è ben preparata su questo…), anacronismo e misconoscimento del cambiamento pacifico dei comportamenti umani connessi alla sessualità, irrigidimento violento su canoni superati, occorre aver ben chiaro un punto di partenza.
“Uomo e donna li fece”, ma non _macchine_ maschili e femminili. Esiste una naturale oscillazione dell’oggetto sessuale che è più o meno accentuato e varia da soggetto a soggetto. Questo è un dato di fatto, una “scoperta”, ad esempio, del grande lavoro all’identità sessuale svolto dal processo psicoanalitico.
È tipico negarlo, perchè è considerata socialmente riprovevole questa caratteristica dell’umano-non-macchina.
In regime patriarcale, la questione si è sempre risolta attraverso le regole tipiche del regime stesso, e una retorica di gestione societaria si sovrappone alla variabilità sessuale circoscrivendola, a volte anche in modo brutale (omofobia).
Inoltre, il proficuo ma complesso processo di “liberazione” della donna cioè di suo nuovo e più esteso ruolo nella società (semplifico, da più riproduttrice e madre ad anche soggetto produttivo su tutti gli altri piani del contributo sociale) ha prodotto un nuovo sistema, ove le caratteristiche maschili della gestione societaria hanno lasciato spazio ormai totalmente paritario in termini quantitativi e più importante (credo di poterlo affermare empiricamente, e di averne anche un fondamento scientifico) del “cervello femminile”.
Il cervello della donna non funziona come quello dell’uomo ( Cfr. L. Brizendine, Il cervello delle donne, Rizzoli), e così il suo organismo. Ciò che lega i 2 cervelli di uomo e donna è il logos, che “era in principio”, anche se le sue manifestazioni e i suoi equilibri nel maschio e nella femmina della specie umana sono differenti, pur dialogando efficientemente com’è da sempre nel processo conseguente alla “creazione”.
Cosa significa? Semplifico, per intenderci: alle modalità prescrittive, di matrice morale, forzose, caratterizzate da stringente valore sistemico e da rigoroso principio matematico di non-contraddizione, della natura e conseguente maschile (patriarcale) si sovrappongono e innestano, oggi anche nel sistema del potere, le istanze della natura cerebrale femminile: relative, cangianti, possibiliste, in parte ri-vendicative per il lungo passato (e anche presente…) di apparente e sostanziale soggezione, amorose e delicate, sensibili molto più del maschio ai segnali deboli, capaci di elaborare tantissima varietà con conseguente naturale difficoltà di gestirla e ricondurre a sistema (logos!).
Mettere il possibile e il cangiante al centro del funzionamento sociale, come è nel momento in cui si lede il meccanismo patriarcale, che tende a ricondurre le naturali varianze al modello storico di sempre, comporta come minimo una grande attenzione gestionale, perchè al di qua di ideologie, filosofie e religioni di tipo A o Z o LGBTQ ecc., la specie umana ha bisogno di solidità sistemica, per affrontare le sfide sempre più grandi del suo rapporto con se stessa ingigantita e del suo invasivo rapporto con l’ambiente (Antropocene).
A livello macro-sociologico, non vi è dubbio che lo scardinare il sistema dell’identità sessuale, passando dal “dirigismo morale” patriarcal-maschile alla relatività della varietà logica degli orientamenti femminili, che poi struttura altri poteri, costituisce un potentissimo fattore di cambiamento, insopportabile per certe civiltà (Islam in primis, ma anche tanta Africa animista, un bel pezzo di civiltà latina e frange del mondo occidentale di matrice anglo-americana e WASP nonché di estrema destra e d’ispirazione totalitaria).
In aggiunta, a livello di estremizzazione, tutto il mondo monoteista incontra resistenze, con l’eccezione, marginale demograficamente (ma non così nel sistema del potere, strategico, culturale e finanziaro) del mondo ebraico che, con l’intelligente ermeneutica intrinseca, si misura e reagisce “a ragion veduta”, ottenendo al momento un risultato sociologicamente conservatore, anche se nei fatti più “libertario” del contesto cristiano-cattolico e dell’Islam.
Va peraltro detto che ormai a livello mediatico ha prevalso una narrazione (sic, non una riflessione scientifica) da Cappuccetto Rosso e Lupo.
Come nelle narrazioni, oggi o sei Cappuccetto Rosso o sei Lupo (ed è spesso palesemente falso). Poi potrà pure arrivare il Cacciatore, ma intanto la Nonna è andata.
E in parte è anche giusto, ma qui si vuol buttare pure Cappuccetto…
Il Timoniere Draghi ha preso la rotta del mare in tempesta. E lì si “parrà la sua nobilitate”… Speriamo bene…

Sergio Bevilacqua

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