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Liguria e Basso Piemonte

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La ferrovia Garessio – Albenga (Ormea) ‘stabilimento a cielo aperto’ e la piattaforma di Vado Ligure che disattende l’Europa


La proposta di collegamento della ferrovia Ceva – Ormea col Raddoppio Ligure di Ponente sostenuta dal Comitato Treno Alpi Liguri unisce l’aspirazione valtanarina di rendere sostenibile a medio-lungo termine la linea ferroviaria con opportunità di progresso nella Riviera (riduzione della congestione stradale e del consumo di suolo) e l’esigenza di ridurne la dicotomia col cosiddetto “entroterra” (agevolare le esportazioni oltralpe dalla Piana ingauna e offrire a Erli, Zuccarello e Cisano sul Neva un binario che può giungere – in modalità tramviaria – fin lungo il litorale).

Sul versante ligure registriamo già una sorta di arretratezza, poiché l’obiettivo di caricare sui vagoni “sino al 40%” i container della nuova piattaforma di Vado Ligure disattende già le aspirazioni europee di porre su ferro per tragitti oltre i 300 km il 30% del traffico merci terrestre al 2030 e poi il 50% al 2050.

Per quanto riguarda il versante piemontese, l’eventuale prevalere dell’opzione Garessio – Bastia d’Albenga sulla Ormea – Imperia (sulla cui gloriosa storia abbiamo ricevuto un gradito richiamo dall’egr. Dott. Berio) dovrebbe essere visto come opportuno compromesso per l’efficienza e la conseguente sostenibilità della modalità ferroviaria in virtù della minore quota di valico.

E’ proprio assicurando il servizio ferroviario in Garessio che la tratta Garessio – Ormea potrà tornare a svolgere un ruolo prezioso per il pendolarismo in valle e per l’accessibilità turistica (interscambio coi bus diretti ad Imperia), in ogni mese dell’anno.

Al recupero dell’attività ferroviaria si può associare la razionalizzazione e lo sviluppo di una filiera forestale con siti di raccolta assortimenti legnosi e lavorazioni posti nelle varie stazioni, a partire da Ormea: l’Alta Val Tanaro potrebbe giovarsi della ferrovia come un unico “stabilimento a cielo aperto”, in cui i trasferimenti degli assortimenti legnosi e i relativi semilavorati da un centro di lavoro all’altro possono avvenire con ridottissimi costi e impatto ambientale, creando posti di lavoro duraturi, con buona pace degli importatori di legname dai paesi del Terzo Mondo.

A Garessio, per esempio, un centro di lavorazione del legno potrà destinare gli scarti ad una centrale di co-generazione che recuperi il calore per teleriscaldare gli edifici più vicini, tra cui una piscina coperta, che offra un’alternativa alle serate invernali al bar…

Continuando a declinare le opportunità suggerite dalla ferrovia in Garessio, la stazione potrebbe essere avvicinata all’asse del paese, cogliendo l’occasione per riqualificare Largo Roma ed un piazzale adiacente così squallido che risultava più gradevole quando ospitava i trasformatori dell’ENEL: la bellezza, oltre che l’efficienza, dovrebbero essere costantemente perseguite da una buona amministrazione.

In Garessio si è festeggiata giustamente la prima riapertura di un hotel, ma ci si potrebbe preoccupare del pessimo biglietto da visita offerto dalle rovine dell’ Hotel Miramonti e della piana infestata da vasti capannoni sottoutilizzati in attività manifatturiere eseguibili ovunque (quindi traslocabili in ogni momento), e cercare invece di valorizzare innanzitutto le risorse inalienabili dal territorio: oltre all’acqua, i boschi, le vigne e le cascine, l’aria salubre, gli edifici storici, le competenze e la voglia di fare dei pochi abitanti rimasti, magari con l’aiuto dei molti villeggianti ancora affezionati.

Stefano Sibilla


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