Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Cairo Montenotte e le schegge impazzite


Già dal mattino presto si intuisce che per tutto il giorno la vita scorre con ritmo abituale. Poche pagine esangui non fanno lieto il libro che si pone nuove domande. Si copre di risposte, di ipotesi credibili, di lunghe spiegazioni. Attende altri interventi e sfide complicate, non teme la complessità del mattino.

Nella via gelata lungo il campo sportivo e poi oltre la ferrovia, passa un uomo con la barba bianca, porta un cane scuro sulla neve pesta, prima delle sette e trenta. Pozze d’acqua sporca come laghetti gelati in mezzo alla strada; nel palazzo sulla sinistra tutte le finestre sono chiuse, ma improvvisamente le bidelle alzano le tapparelle alle numerose finestre delle aule, con strappi decisi, una dietro l’altra. Le aule sono illuminate e ancora vuote; nel cielo terso, a levante, poche nuvole stirate si colorano di rosa. Passano macchine, prima delle otto, gente che va al lavoro, il cane cammina veloce verso casa, tenuto al filo dall’uomo vestito di scuro.

A casa il libro è aperto, posato sul tavolo. Lo troviamo come lo abbiamo lasciato: il gatto non lo ha toccato. Ha pagine piene, senza rientri all’inizio dei paragrafi, una griglia scura di parole ben aggrappate nelle righe, resistenti e forti, con qualche virgola ogni tanto.

Quel pomeriggio freddo e poi umido di febbraio, qualche nuvola scura, la neve ghiacciata ai lati delle strade. La giornata non promette nulla di buono a quanto sembra, ma non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle condizioni atmosferiche: quello che si vuole fare si può fare ugualmente, a meno che non si voglia andare a spiaggia, ma non è il tempo giusto. Le mele messe nella fruttiera si possono mangiare e anche le pere un po’ compatte. Le foglie che erano sparse al bordo dei fossi ora la neve le ha ricoperte.

Nuvole in cielo seguono il vento e il sole passa come un astro eterno, infonde buonumore. Nell’orto del paese vicino ci sono ancora cavoli e porri, ammorbiditi dal freddo che hanno sopportato bene come fanno gli esquimesi. I maggiori nemici dei cavoli sono gli insetti, ma il freddo li fa scappare fino alla primavera successiva. I cavoli finiscono in cucina, ma gli insetti dove vanno d’inverno? Molti depongono le uova in punti riparati, anfratti e fessure, per la continuazione della specie e poi si addormentano per sempre.

Oggi è già il giorno dopo, qualcosa faremo ancora noi nel corso della giornata, prima che arrivi la notte delle canzoni a Sanremo. Riempiremo la giornata di contenuti, non lasceremo che diventi una giornata qualunque. Azioni e spostamenti per piccoli viaggi, per tutto il giorno, verso la costa e ritorno, verso il Piemonte e ritorno, verso le Moglie. Però una volta messo il punto, tutto è terminato e come se non fosse successo nulla. In fondo le giornate passano con azioni e occasioni che non fanno storia se non per le persone coinvolte o per qualcuno che volesse prendere nota.

Modifica immagineMa tessono legami di amicizia e di condivisione che sono già un poco un cammino variegato di piccola storia quotidiana, proiettata verso domani.

Ora la pagina si può aprire e dilatare come una fisarmonica, si può inserire tra una riga e l’altra, come fossero tanti scomparti vuoti di un portafogli a fisarmonica, altre righe più dense, di parole cremose ma compatte, con un sacco di gusto, al profumo intenso di violetta o di glicine in fiore.

Imbottire gli scomparti di verde rigoglioso, foglie di lattuga o di boraggine, cavolo nero ed erba cipollina, ampliare il senso del dire e del leggere assorto con frammenti di squisita fattura, tutti inseriti tra le righe come un panino multistrato, morbido e bello caldo. La pagina si dilata e si tende il senso interamente trascinato e inserito tra le righe deformate ma riconoscibili.

Tante parole dette quando non servono, commenti inutili per riempire il vuoto che accerchia. Le parole nella testa aiutano a vivere, quelle che crescono sulla lingua sviliscono chi le getta intorno come semente scaduta. Non nascerà nulla da queste, finiranno alle ortiche. Suoni nel vuoto, zavorra che precipita, fragorosa e stridente; chi rimane bloccato in mezzo a quelle parole fastidiose ne esce con le orecchie piene di frammenti scompagnati, inservibili ad ogni uso. Quando saremo liberi dalle parole superflue sarà una leggerezza impagabile che ci soddisferà pienamente; lapidee frasi immodeste scolpite dalla parte del lastrico come pietre d’inciampo, sulla rotondità dei ciottoli.

Le usate senza parsimonia buttandole dove capita, fragili sicumere frastagliate sotto file di portici nella città vecchia, agglutinate parole d’antefatti spinte fino al limite, trovate ancora il controcanto delle serate di primavera, delle novene profumate di rose, abbacinate mattine di rugiada. Risposte biologiche ancestrali continuano nella moderazione delle cellule sollecitate al nostro interno, un quid oltremodo calibrato, un lampo di quasar in dissolvenza, dalle fessure atemporali del sistema cerebro – visivo – auditivo sfuggono frammenti di scrittura che mi ritrovo poi inserite nelle pagine del mio libro, queste parti incontrollate che vogliono entrare nel libro direttamente senza mediazioni e lo fanno quasi a mia insaputa, pare che debba lasciare loro tutto lo spazio che si prendono, senza che io lo sappia a priori.

Devo accettare queste schegge impazzite che escono ed entrano a loro piacimento? Sono prodotti del mio pensiero e quindi sono costretto a lasciargli lo spazio di cui hanno necessità? Mi sento a disagio come quando mi trovo in un sogno sgradevole e voglio uscirne, cerco nel sonno di lasciare quella realtà onirica per ritrovarmi subito nel mondo dei viventi, ma rimango a lungo disperso come in labirinti di porte trasparenti.

Bruno Chiarlone Debenedetti


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B. Chiarlone

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