Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Viaggio tra pesci tossici e killer, alghe infestanti. Il pesce scorpione, commestibile, velenoso anche dopo morto per 24-48 ore

In Liguria il 12% circa delle imbarcazioni esercita la pesca a strascico, il 7% la pesca al pesce azzurro con il cianciolo, il restante la piccola pesca o pesca costiera. Oggi le spadare non ci sono quasi più: in seguito al divieto stabilito dalle disposizioni comunitarie e nazionali, il 98% ha convertito l’attività in altri settori della pesca.  La pesca locale artigianale non si concentra nei grandi porti ma è dispersa lungo la costa. In passato nei piccoli nuclei abitati sorti un po’ dovunque: era sufficiente una spiaggia ben ridossata o una baia per il lavoro dei pescatori, pronti a tirare le barche in secco al termine di ogni giornata. 

Gli impegni assunti dalle Nazioni durante la scorsa COP 21 (la conferenza mondiale sul clima che tratta del fenomeno del riscaldamento globale) che aveva fatto registrare un piccolo passo avanti verso la riduzioni delle emissioni di CO2 nell’atmosfera appaiono superate dagli eventi di estrema gravità della situazione climatica mondiale in atto, che sta portando allo scioglimento dei ghiacci e al riscaldamento di mari e oceani, cui il mar Ligure è definito ‘un oceano in miniatura’ perchè in esso sono presenti pressochè tutti i fenomeni  idrodinamici, che caratterizzano le masse d’acqua oceaniche. E’ un mare vivo, dove si concentrano le forme di vita più diverse, con il conseguente sconvolgimento naturale che ne consegue; non è più così strano imbattersi in specie di pesci aliene anche nelle nostre acque.

Specie aggressive e, spesso, ben più forti di quelle autoctone, che stanno colonizzando il Mare Nostrum. Con la temperatura dell’acqua che cresce molte aree del medio Adriatico, dello Ionio, fino ad arrivare alle coste libiche e tunisine, greche e turche, si sono trasformate in una specie di prolungamento del Mar Rosso. Pesci multicolori e potenzialmente molto pericolosi anche per l’uomo, noti per la loro bellezza ma anche per il veleno e l’estrema tossicità, si sono inoltrati ben oltre i confini geografici del mare che, solo fino a pochi anni fa, li ospitava.
Traghettati dall’aumento delle navi che transitano nel raddoppiato Canale di Suez, o più semplicemente, arrivati a nuoto, si sono stabiliti con successo nelle praterie della Poseidonia Oceanica; le specie di pesci, di molluschi, crostacei in quantità elevate si sono introdotti nel bacino mediterraneo, dove si sono  adattati ai danni di una fauna marina nostrale non preparata a quella che si può considerare una vera e propria invasione. Anche qui occorrerebbe una “cura” alla Macron o alla Salvini !

Nella maggior parte dei casi si tratta di forme di vita molto piccole, comunque, il loro numero sta aumentando, e in modo esponenziale. Questo dipende da almeno tre fattori. Il primo è ‘incremento del commercio di prodotti ittici, perché i molluschi importati portano con sé molte altre specie dalle zone di origine. Il secondo è l’aumento del numero di imbarcazioni che viaggiano da un mare all’altro, portando attaccati alle chiglie o nelle acque di sentina molte specie; non sono solo le grandi navi, ma anche le piccole imbarcazioni turistiche, ed il terzo, come già detto, dall’aumento climatologico.
Già nel gennaio dello scorso anno, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (LUCN) aveva inviato una lettera al Commissario Europeo per L’Ambiente, Karmen Vella, dove si chiedeva di vigilare sull’ampliamento  del Canale di Suez e adottare le misure necessarie così da minimizzare nuove migrazioni di specie tropicali.

Sono più di 830 le specie invasive segnalate nel Mediterraneo di cui circa 600 vi si sarebbero stabilite in modo permanente. Una stima che va dai pesci tossici fino alle alghe infestanti, Lo afferma Legambiente in una nota ricordando la recente comparsa di un granchio tropicale (Percnon gibbesi, originario delle coste atlantiche americane) nelle acque di Portofino a metà luglio.

Una su quattro di queste specie, cioè poco più di 200, è presente anche lungo le coste e nei mari italiani.

Alcune di queste nuove specie sono state scoperte, anche, da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Pavia, dell’Enea e dello Smithsonian Environmental Research Center che hanno usato pannelli di pvc immersi per tre mesi nel golfo della Spezia affinché venissero colonizzati dagli organismi marini. Le analisi sono poi state condotte nel Centro Ricerche Ambiente Marino dell’Enea di Santa Teresa.

Sono classificate come alloctone solo le specie che provengono da ambienti che non sono in connessione tra loro. Un pesce dell’Oceano Atlantico che si diffonde anche nel Mediterraneo passando attraverso lo Stretto di Gibilterra non è una specie aliena, mentre uno del Mar Rosso che passa attraverso il Canale di Suez, che è stato creato dall’uomo, invece sì.

Percnon gibbesi  è un granchio appartenente alla famiglia Grapsidae, immediatamente riconoscibile per il carapace estremamente sottile, le zampe lunghe ed appiattite e la colorazione vivace, bruna con strisce rosse e anelli gialli nei pressi delle articolazioni, è prettamente erbivoro, al contrario della maggior parte degli altri granchi mediterranei, generalmente detritivori o carnivori. Si trova nei primi centimetri al di sotto della superficie, su rocce ricche di anfratti, in cui si nasconde velocemente se spaventato.

È una specie originaria delle coste atlantiche americane, dalla Florida al Brasile, e africane, da Madeira al Golfo di Guinea (Galil et al., 2002), ma la sua presenza è da anni stabile anche lungo le coste pacifiche americane, dalla California al Cile.

Nel 1999 fu avvistato per la prima volta in Mediterraneo, precisamente lungo le coste di Linosa (Relini et al., 2000), arrivato probabilmente tramite acque di zavorra di navi provenienti dal continente americano; da allora la sua diffusione all’interno del nostro mare è stata piuttosto rapida, con segnalazioni provenienti dalle Baleari (Garcia & Reviriego, 2000), da Malta (Borg & Attard-Montaldo, 2002), dalle coste della Sicilia fino alla Campania, dal sud della Sardegna ed ormai anche dall’isola d‘Elba.

Il pesce scorpione e pesce tigre

A preoccupare “è la veloce espansione geografica del Pterois miles (Pesce scorpione), originario del Mar Rosso“, di cui “un individuo è stato osservato lungo le coste siciliane”; il suo habitat naturale è il mar Rosso e gli oceani Indiano e Pacifico, accidentalmente introdotto in Florida all’inizio degli anni ’90 ha successivamente invaso tutto il mar dei Caraibi e buona parte delle coste atlantiche occidentali.

La specie è particolarmente pericolosa per la salute umana poiché ha spine velenose, molto lunghe e sottili, in corrispondenza delle pinne dorsale, anale e pelviche. Il veleno si mantiene attivo dalle 24 alle 48 ore dopo la morte del pesce, per cui la pericolosità della specie resta elevata anche su esemplari morti da diverse ore, quindi riscontrabili anche sul mercato.

La puntura del pesce scorpione crea un dolore forte e persistente, spesso associato a sintomi sistemici come nausea, vomito, febbre, convulsioni, difficoltà respiratoria e diarrea. Nei casi più gravi, la parte colpita può andare incontro a necrosi locale e a una perdita della sensibilità che può durare anche per molti giorni.

La specie è commestibile e può essere cucinata in vari modi (stando molto attenti a non pungersi durante le operazioni di pulizia).

Il pesce palla

Altra specie “potenzialmente pericolosa ed altamente tossico al consumo è il Lagocephalus sceleratus o pesce palla maculato, che ha invaso buona parte del bacino mediterraneo di levante, creando seri problemi ecologici, economici e sanitari in paesi come Grecia, Cipro, Turchia, Libano, Israele, Egitto, dove si sono registrati diversi casi di intossicazione alimentare, alcuni dei quali letali”. Recenti segnalazioni, aggiunge Legambiente, “sono pervenute dalla costa meridionale della Sicilia, dalla Puglia, dalla Croazia e dalla Spagna.”

La sua presenza in acque italiane è stata registrata per la prima volta nel 2013, nell’isola di Lampedusa. Da allora, altri esemplari sono stati catturati nel canale di Sicilia, nel mar Adriatico ed in Spagna. Si distingue facilmente da altri pesci palla per la presenza di macchie scure sul dorso.

Si riconoscono facilmente per la pelle senza squame e per le mandibole provviste di due grandi denti molto taglienti. Le specie potenzialmente catturabili in acque italiane sono almeno tre.

Il pesce palla appartiene alla famiglia dei Tetraodontiti, parola di origini greche che significa “quattro denti”. Questo perché il pesce ha quattro denti anteriori molto aguzzi e sottili che gli consentono di aprire cozze e vongole per il proprio nutrimento. Se ne contano diverse specie, ma tutte sono accomunate dalla peculiare forma del corpo ovale e dall’utilizzo della pinna dorsale ed anale per favorire il movimento. Non viene dunque impiegata la coda come accade per tutti gli altri pesci.

Di certo variano le dimensioni, che possono andare da pochi centimetri, come per la specie nana, fino ai 130 centimetri del pesce palla gigante. La durata media della vita è di circa 10 anni.

In alcune specie tutto il corpo è ricoperto da piccoli aculei. La pelle nel complesso è molto spessa e ruvida e cambia colore in base al contesto. Diventa di colore scuro quando c’è poca luce, riuscendo così a mimetizzarsi, oppure diventa più chiara nelle zone più luminose.

Un’altra caratteristica tipica è la forma delle mascelle sporgenti, simili al becco del pappagallo, il suo veleno può essere mortale anche per gli altri pesci. Fa eccezione lo squalo, che ne risulta immune.

Lagocephalus sceleratus è da annoverare fra le peggiori specie invasive del Mar Mediterraneo, con un notevole impatto sull’ecosistema circostante e sul settore della pesca (Zenetos et al, 2005; Peristeraki 2006; Streftaris & Zenetos 2006; Ozturk 2010). La sua forte tossina chiamata tetrodotossina (TTX), permane anche dopo la cottura dell’alimento e l’avvelenamento può comportare conseguenze particolarmente gravi per la salute, fino alla morte, che può avvenire dopo poche ore dall’ingestione. Questa tetrodossina, è un veleno 1.200 volte più potente del cianuro, e per questo ne è vietata la commercializzazione.

Nel 1992, con il Regolamento (CE) 854/2004, recante “norme specifiche per l’organizzazione di controlli ufficiali sui prodotti di origine animale destinati al consumo umano“, è stata vietata la commercializzazione dell’intera famiglia. Un divieto che è stato diffuso anche a livello europeo. La Tetrodotossina è presente in alcune specie della famiglia Tetraodontidae (pesce palla o fugu). Si tratta di un composto amino hydroxy quinazoline. In specie alcuni “pesci palla”, la tossicità è generalmente elevata nel fegato e nell’ovaio, mentre in specie d’acqua dolce, la tossicità è maggiore nella pelle. TTX è prodotta principalmente da batteri marini, i pesci palla accumulano TTX attraverso la catena alimentare. l’TTX è una tra le più potenti tossine conosciute ad azione paralizzante sulla muscolatura.

Attraverso una serie di manovre eseguibili solo da chef esperti, è possibile rendere il pesce palla commestibile. Di certo si tratta di un’operazione che non può essere messa in pratica da chiunque, poichè il rischio è davvero alto. Basti pensare che in Giappone è richiesta una licenza specifica per poterlo cucinare. Nei ristoranti di Tokyo un sashimi di fugu (nome giapponese per designare il letale pesce) costa circa 120 euro. Gli chef che lo preparano debbono avere una speciale licenza, sono una corporazione esclusiva specializzata nell’arte del togliere fegato, ovaie e le altre parti del pesce che contengono il veleno Il veleno non viene annientato mediante la semplice cottura, ma bisogna isolare le parti interessate. In Italia la sua vendita è considerata illegale.

Galeocerdo cuvier – Lo squalo tigre Galeocerdo cuvier (Peron & LeSueur), e’ un grande predatore (piu’ di 18 piedi = a 5,4864 ml) che abita tutte le acque tropicali e subtropicali del mondo. E’ una delle tre grandi specie di squali nota per gli attacchi nei confronti degli uomini, e sono responsabili di molti attacchi nelle Hawaii. Molte di tali aggressioni non sono fatali ma comportano [per paura] annegamenti con una media di 40 persone all’ anno. Questo ritmo di attacchi e’ sorprendentemente basso se si considera che migliaia di persone nuotano, fanno surf e si immergono ogni giorno nelle acque Hawaiiane. Nonostante queste statistiche gli attacchi di squali restano un argomento di forte emotivita’ nelle Isole. Questa reazione e’ sorprendente in una Stato che dipende economicamente dal turismo e dagli usi ricreativi dell’oceano. Gli attacchi sono dannosi agli affari e inducono le autorita’ ad abbattere gli squali. Sfortunatamente questa reazione istintiva non ha nessuna base scientifica. L’uccisione degli squali tigre e’ contraria alle credenze tradizionali dei nativi Hawaiiani, i quali considerano questi animali sacri a “Auma Kua” o agli spiriti degli antenati.

Lo squalo tigre quando diventa molto grosso puo’ essere altamente pericoloso al di fuori del suo areale. E’ responsabile di un gran numero di uccisioni di esseri umani. E’ molto comune in acque calde. Sebbene qualche individuo adulto sia stanziale, essi sono anche famosi per essere in grado di percorrere centinaia di chilometri. I giovani hanno le caretteristiche striature tigrate ma gli esemplari molto grandi potrebbero esserne privi. Hanno denti superiori forti e seghettati ma anziche’ triangolari, sono a forma di uncino; questo significa che la forza non e’ applicata verso il basso, ma diretta all’interno. Questo squalo e’ noto per frequentare acque molto basse, qualche volta con la maggior parte del corpo esposta, altre volte e’ stato trovato anche a 150 metri di profondita’. Il tigre preferisce le acque profonde al largo durante il giorno, per venire vicino alle scogliere e alla linea di costa durante la notte. Qualche volta si avvicina alla riva anche durante il giorno.  Esso mangia per lo più di notte, specialmente quando si avvicina alla riva o alle scogliere. Questo squalo è stato notato per la tendenza di mangiare qualunque cosa gli capiti a tiro [umani compresi], e spesso vengono trovati nel suo “stomaco” vecchi oggetti di casa e manufatti metallici. Gli piacciono le tartarughe e si apposta in acque basse durante la stagione dell’accoppiamento. Hanno una predilezione anche per i serpenti marini.
I subacquei si immergono con questi squali senza problemi, ma altri, sfortunatamente, sono stati uccisi. In Australia ci sono squali tigre stanziali intorno al relitto del Yongala, vicino a Townsville, in Queesland, e anche a Wolf Rock vicino a Noosa, sempre in Queesland. Molti sub vanno li espressamente per guardarli e non hanno mai avuto problemi.

Il pesce flauto Fistularia commersonii Ruppel, 1838 rappresenta una specie aliena invasiva che ha trovato ormai in tutto il Mediterraneo condizioni molto favorevoli al suo insediamento (Golani et al., 2002). Attualmente, nei mari italiani, F. commersonii è stata segnalata lungo tutta la costa occidentale, dalla Sicilia alla Liguria, e fino all’Adriatico centro-orientale (Orsi Relini, 2010). Questa breve nota descrive alcuni aspetti biologici riscontrati in un gruppo di individui catturati in Liguria tra ottobre e novembre del 2010.

Appartenente alla famiglia Fistulariidae, a prima vista può essere scambiato per un pesce ago (Syngnathus typhle) o un’aguglia(Belone belone), entrambi appartenenti alla fauna autoctona dei nostri mari. Il suo corpo allungatissimo e quasi tubulare presenta all’estremità anteriore la bocca con la quale le prede vengono risucchiate. Si ciba di piccoli pesci, crostacei e molluschi cefalopodi e vive solitamente nei pressi delle scogliere, anche se alcuni individui hanno il loro habitat sulle praterie di Posidonia oceanica oppure su fondi mobili; si tratta di un pesce dallo scarso valore economico per l’uomo, che viene catturato solo accidentalmente.
Il Pomatomus Saltatrix Linnaeus, denominato pesce serra, è uno dei predatori che popolano le coste del Mar Ligure, dove si spinge fino a pochi metri dalla riva alla ricerca di qualsiasi preda più piccola gli capiti di incontrare. Si tratta infatti di un pesce dal comportamento molto aggressivo in fase di caccia, in grado di percorrere grandi distanze grazie alla sua corporatura snella ma allo stesso tempo muscolosa. Talvolta, per i meno esperti, finisce per essere confuso con una ricciola, da cui in effetti non si discosta molto per aspetto. Corpo allungato, slanciato, di colore argenteo nel ventre e verde oliva lungo la parte dorsale, pinne robuste e apparato boccale possente: sono le prime caratteristiche visibili a occhio nudo di questo predatore. Ma non sono le uniche. Occorre infatti soffermarsi sulla bocca, che non a caso gli conferisce l’appellativo “serra”. Possiede infatti due file di denti triangolari aguzzi, che si accostano perfettamente tra loro nel momento in cui il pesce chiude la bocca senza lasciare alcuno spiraglio libero. In questa maniera il pesce serra è in grado di tranciare letteralmente in due parti il corpo della preda in un solo morso, con un movimento fulmineo che non lascia scampo a nessuno. Il suo peso può superare i 10 kg.

La brutalità con cui il pesce serra attacca lo rende un vero e proprio killer del mare. Tutti i pescatori che a Surfcasting si dedicano alla cattura di mormore orate lo temono perché sono due sue facili prede. In sua presenza capita spesso, infatti, di recuperare pesci mangiati per metà. La sua caccia preferita per eccellenza è senz’altro quella di superficie, mirata al cefalo, di cui è ghiotto. Ciò porta il serra a muoversi soprattutto in prossimità di foci di fiumi, dove inizia la ricerca. I momenti principali di attività di caccia sono l’alba e il tramonto. In giovane età tende a spostarsi in piccoli branchi, mentre una volta adulto si muove solitario.

Alesben B.

[1] cianciòlo s. m. [voce merid.; cfr. leccese chianciòla, che indica la stessa rete]. – Rete da pesca simile alla lampara e, come questa, usata di notte; viene disposta in modo da formare un circolo, dentro al quale due barche con forti lampade attirano il pesce: nel recuperarla, la rete si chiude dal fondo, formando un sacco nel quale si raccoglie il pesce. cianciòlo s. m. [voce merid.; cfr. leccese chianciòla, che indica la stessa rete]. – Rete da pesca simile alla lampara e, come questa, usata di notte; viene disposta in modo da formare un circolo, dentro al quale due barche con forti lampade attirano il pesce: nel recuperarla, la rete si chiude dal fondo, formando un sacco nel quale si raccoglie il pesce.

[1] le reti dei pescherecci nordafricani che, solo qualche settimana fa, avevano catturato due piccoli esemplari di squalo tigre (Galeocerdo cuvier)


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