Trucioli

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Albisola, Rita: ‘La mia vita nell’arte tra sofferenze, disgrazie, ingiustizie, un figlio, fino al Progetto Il Colore degli Sfrattati’

Rita Vitaloni pittrice, fotografa e artista. Riesce a dar vita a opere che, a prescindere dallo stile e dal soggetto, suscitano all’istante forte curiosità e alla ricerca di chiavi di lettura che ne possano spiegare appieno il significato. Tra filtri fotografici particolari, elaborazioni digitali, stampe e foto-pitture, Rita costruisce il suo percorso artistico innovandosi e rinnovandosi per non scadere mai nella banalità di un’azione artistica scontata; al contrario mantenendo un alto profilo di originalità. Tutto questo grazie al naturale talento, ad un approccio all’arte sincero, pieno di passione e curiosità, pur tra indicibili sofferenze che ha conosciuto fin da piccola tra privazioni e un padre senza cuore che l’ha abbandonata. L’intervista è di Silvia Reforzo grazie a La Casa delle Arti, al suo presidente Benito Piemontino e al direttore Artistico Diego Gambaretto.

Rita, come è nata questa passione per l’Arte?

L’artista Rita Vitaloni un’infanzia da dimenticare e tante traversie umane ed ingiustizie materiali fino ai nostri giorni

Una domanda che mi sono posta per tanto tempo, perché la passione per i mezzi e le espressioni artistiche è presente in me fin da piccola. Ho sempre provato sensazioni fortissime davanti a certi capolavori d’Arte, che nascono internamente quando mi trovo di fronte a opere di grandi Maestri che mi attirano in modo particolare . Sensazioni molto difficili da descrivere ma veramente vitali come ci fosse una trasmissione diretta con l’opera che ho davanti. Il richiamo per l’Arte non mi ha mai lasciato, anzi man mano che passano gli anni diventa sempre più forte. Quale sia  però il punto di partenza me lo sono chiesto per parecchi anni, da dove e quando è nato questo richiamo, ci sono voluti tanti ma tanti anni per capirlo e ora forse finalmente ho trovato la risposta.

E cosa ci puoi dire della tua famiglia.

Sono la figlia di una donna di servizio che a sei anni era stata messa a pascolare le pecore, non mi vergogno di parlare delle mie origini, anzi ne sono fiera. Figlia di una mamma davvero umile che ha saputo sacrificare la sua vita per aiutare gli altri. Una donna che ha avuto il coraggio di separasi dal marito con cui non andava d’accordo e che le aveva fatto del male. Per mio padre posso dire che è stato tale solo nel momento in cui ha deposto il suo seme, ma dopo quello non è stato per niente un genitore vero. Piuttosto un estraneo per non dire qualcosa di più pesante ed umiliante. Penso al suo comportamento nei miei confronti, giudizio di una figlia che non ha mai avuto un padre. Ora tonando al momento in cui sia nato il mio amore per l’arte, penso sia sbocciato da piccola, infatti mamma non poteva lasciarmi sola e allora ancora grazie che le permettevano che mi portasse con lei dove lavorava. Si è protratto per molti anni, ringrazio coloro che ormai non ci sono più e che hanno permesso questo. Per me comunque è stato pesante, mi ha segnato. Non potevo  giocare liberamente, non potevo urlare. Il mio unico sfogo era di stare in un angolo, tra le mani con un foglio bianco, le matite, i color. Cercavo di giocare disegnando le cose che mi stavano intorno. Penso che da questo sia nato il mio grande amore per il disegno e tutte le espressioni artistiche.

Quale è il titolo della tua prima opera?

Penso che sia difficile per chiunque parlare, giudicare, risalire alla sua prima opera, a darle un titolo. Viene da domandarsi quando si ritiene di avere realizzato un’ opera. Magari decidi di presentarla a un pubblico o farla vedere ad altre persone. Direi che serve una maturazione nel tempo. Per mia esperienza i lavori che ho deciso poi di mostrare a un pubblico non avevano un titolo. Eppure per me erano importanti perché avevo deciso di esporli, non le ritengo un’opera né allora. né adesso. Per me sono dei lavori e se sarà un opera lo deve decidere il pubblico, la crtica e non certamente io. Comunque il primo nome importante a cui sono affezionata e il titolo della mostra “Soqquadro” che ho fatto portando una bi-personale al Circolo del Brandale di Savona con Ida Tonero, Luigi Capra mi avevano dato fiducia e permesso di esporre i lavori. Il titolo Soqquadro l’avevo scelto io perché penso che la parola quadro per me era ed è ancora molto importante e nel significato letterale di mettere a Soqquadro significa mettere in disordine un ordine che mi sembrava solo apparente ma non veritiero. Era già un concetto che avevo nel mio modo di pensare. Hanno poi messo a Soqquadro la mia vita veramente e quello che ormai penso che l’ordine imposto non funziona, bisogna veramente mettere a Soqquadro la realtà per far capire che dal disordine si può costruire il vero e giusto ordine.

C’è un opera a cui sei più legata ?

Il mio lavoro dal 2008 ormai è un ciclo, un progetto IL COLORE DEGLI SFRATTATI perciò non esistono lavori che predomino sugli altri, ma sono come una parola una dietro l’altra che rappresentano un’esperienza di vita vera, ma se devo scegliere fra i tantissimi lavori che ho fatto quelli a cui sono legata di più’ sono quelli sulle Rose dedicate a mia madre Rosa anche se ritengo che ogni lavoro sia veramente un messaggio.

Ad un certo punto su Rita si è abbattuto alla stregua del fulmine un evento tragico che lascerà un segno indelebile nella vita di questa artista. Vuoi parlarci di un dramma che ti ha segnato e diremmo perseguitato?

Vorrei precisare che la parola artista è un termine molto importante e di grande responsabilità- Ringrazio tutti coloro che mi ritengono artista, ma solo il tempo potrà fare da giudice. Un grande grazie a chi finora ha creduto nel mio lavoro. Io non amavo e non amo il mondo delle mostre. Avendo amato l’Arte, ho sempre ritenuto che comunque sia ricerca continua e studio profondo. Dopo la scuola media volevo fare il Liceo Artistico, ma non era la scuola che ti dava una sicurezza lavorativa. Così ho dovuto prendere la strada dell’Istituto Tecnico Commerciale di Ragioneria. Mi sono diplomata. Ho intrapreso un lavoro legato alla professione che ancora oggi svolgo. Per me il Liceo Artistico era veramente quello che volevo fare e dopo un corso professionale di Ceramica, durato un anno, ho capito che potevo affrontare una scuola serale e arrivare a realizzare il mio sogno: diplomarmi al Liceo Artistico Arturo Martini di Savona. Sono stati anni duri, meno male che esisteva il serale, oggi non esiste più, un peccato. Non è giusto, lavorare e studiare è molto difficile ma si può fare. Dopo il Liceo sono stata coinvolta in una serie di mostre e ho organizzato diverse esposizioni. Poi ho deciso di non esporre più e di non organizzare più nulla perché non vedevo in giro molta serietà. Ho trovato l’ Accademia di Belle Arti di Cuneo che faceva corsi per lavoratori e mi sono diplomata ancora con il vecchio ordinamento che durava 4 anni in Pittura. Ho avuto il massimo dei voti e la specializzazione in Grafica concludendo con profitto e lode.

Rita con Diego Gambaretto

Ho frequentato anche un corso specialistico per Curatore. Ora sono al terzo anno di un diploma specialistico in Arte – terapia e spero di avere la forza di concludere. Scelto proprio per leggere l’Arte da un punto diverso dal tradizionale e per entrare in un mondo di aiuto che l’Arte ha veramente dentro. Questo per far capire come io ritengo necessario andare a fondo alle cose, in quello che amiamo. Non ritengo, come molti dicono, che le Accademie rovinano. Non sono è così a mio avviso. Le ritengono antiquate e non è vero. Anzi pongono delle basi che ti fanno maturare. Queste sono state mie scelte che ho fatto e non mi sono mai pentita anche a costo di tanti sacrifici e fatica.

Fin qui abbiamo parlato del mio amore per l’Arte, la mia volontà di entrare maggiormente nella conoscenza di questo mondo. Tutto questo si conclude nel 2006 quando prendo la specializzazione. Fino a quel momento i pochi lavori fatti erano stati eseguiti proprio per un puro interesse verso le materie artistiche e avevo già smesso di partecipare a mostre da tempo. La mia ferma intenzione era di non esporre più, continuare a visitare mostre, ad interessarmi del mondo artistico come osservatore; ciò che una parte di me stessa aveva deciso di seguire. Ma qualcosa, non posso e non voglio dire come un fulmine, mi ha colpito e ha segnato la mia vita. La sofferenza nella mia famiglia esisteva ormai da decenni e avevo visto morire dal dolore mia madre per quella casa lasciata in eredità, da mia madrina di battessimo, a mia madre nel 1989. Dopo essersi sacrificata tutta la vita, per oltre 50 anni, per quella famiglia e avere ristrutturato la casa ereditata perché in condizioni molto precarie; era addirittura caduto il controsoffitto della cucina per fortuna senza conseguenze per nessuno. Le persiane erano pericolanti, tutto era molto precario, senza riscaldamento, impianto elettrico non a norma ed io l’avevo convinta a rimetterla a posto, tra sacrifici, affinché diventasse il focolare della mia futura famiglia.

Un’odissea senza fine, molto particolare. Una delle tante storie sconosciute della nostra società e che quasi mai fanno notizia. Anzi si finisce per essere messi all’indice della società perbenista. I deboli pagano sempre, non hanno voce, né protettori.

Dopo che la casa era stata ristrutturata nel 1998, i nipoti della proprietaria sono andati contro il suo testamento. Eppure non si erano mai interessati di quella casa, della zia. Ma una volta ristrutturata hanno chiesto l’annullamento del testamento. Nel 2000, mi sposo e vado a vivere con mio marito nella casa fatta per crescere la mia discendenza. Nel 2003  la sentenza del tribunale di Savona stabilisce la piena validità del testamento. Nel 2005 la Corte d’appello di Genova è di parere contrario. Mia madre vuole per forza andare avanti e si faccia subito ricorso in Cassazione. Le viene promesso che sarebbe stato fatto immediatamente e paga tutto quello richiesto con l’impegno che non ci sarebbero state altre a spese di causa da sostenere. Non sarà così, anzi credo sia’ gravissimo quello che avviene. Il ricorso verrà depositato solo alla vigilia del termine. Mia mamma ha atteso un anno per quel deposito e pochi giorni dopo morirà. Io sono rimasta spettatrice impotente. E’ stato davvero straziante aver vissuto tutta la sofferenza degli umili: mia madre e mia zia che hanno sacrificato la loro vita per aiutare e questo è stato e continua a essere il risultato.
Nel 2008 altro fulmine a ciel sereno. Io e mio marito veniamo sfrattati da quella casa con un bambino di 5 anni, senza che ci venisse rimborsato nulla di tutte le spese di ristrutturazione dell’alloggio e con l’assicurazione più volte ribadita che non sarebbe mai successo. Non solo è successo, quello che avverrà negli anni dopo non permetterà una crescita normale al bambino e lederà sempre di più noi genitori e l’unica superstite anziana della famiglia, mia zia.

L’esperienza dello sfratto, l’ufficiale giudiziario, finire in mezzo ad una strada non è certo un’eccezione, anche se ormai i media non si interessano più di tanto. Per Rita cosa ha significato. Bisogna anche aggiungere che non sempre i padroni di casa hanno tutti i torti.

Dal giorno che è venuto l’ufficiale giudiziario e che ho visto mettere per strada mio figlio di 5 anni, naturalmente il piccolo non era presente, avevamo il sacro dovere di tutelare un bambino. Non fargli vivere certi momenti che sono strazianti e chi li ha vissuti resta segnato tutta la vita. Io ringrazio che a mia madre sia stato risparmiato di sapere quello che sarebbe successo. Sorella morte le ha permesso di non vivere certe atrocità, per noi vere proprie ingiustizie. Da quel momento qualcosa più forte di me, mi ha spinto a ricominciare a fare delle ‘impressioni’ da portare in pubblico e inizia Il progetto, Il Colore degli Sfrattati. Ogni lavoro è un tassello in più per parlare tramite ‘espressioni’ che vengono dal profondo o create per lo scopo del progetto.

Un lavoro molto difficile e pesante perché ogni ‘espressione’ è frutto di una sofferenza, ogni produzione non si stacca dal vissuto del vita vera che trascorre: soli e umiliati nella sofferenza e nella palese ingiustizia. Qui ci sono tre generazioni coinvolte in questa storia senza fine. Io ho scritto, riscritto, denunciato pubblicamente. A nessuno è mai importato granchè. I lavori che faccio sono proprio delle parole continue che vogliono richiamare l’attenzione dei cittadini. Nel 2018, io come figlia, per una casa che non è mai passata nel mio asse ereditario, sono stata condannata a canoni indennità come li chiamano in tribunale, aumentati tenendo conto dei miglioramenti alla casa per lavori nostri. Ma validi per far aumentare l’importo delle indennità , non per rimborsare le spese di ristrutturazione. Soldi mai percepiti né da me, né da mia madre dal 1989.  Un’indennità di 77.698 euro, neppure i soldi della liquidazione di una vita lavorativa. Hanno impiegato dal 1989 al 2015 per decidere, hanno portato al pignoramento di un’altra casa in cui vive l’unica superstite, mia zia e io ora sono pure senza stipendio. Se non pago una sola rata delle 30 rate in cui hanno diviso la nota ‘indennità’, la casa di mia zia finirà all’asta e dovrò così assistere ad un’altra ‘morte rubata’ sempre che noi riusciamo a reggere. La Corte d’appello di Genova ha ribaltato anche la sentenza di 1° grado sulle spese di ristrutturazione e che aveva riconosciuto con una condanna ad altri 21.000 euro di spese processuali che aumenteranno con un nuovo pignoramento.

Il corso di Arte – terapia da me intrapreso è stata una scelta per me obbligata. E’ impossibile vivere in una situazione del genere, trovare la lucidità di tirare avanti, di uscire ogni mattina e mettersi in contatto con le altre persone e svolgere i propri doveri. In questo corso ho voluto indagare veramente i poteri dell’Arte da un altro punto di vista. Non so se avrò la forza e la possibilità di finirlo, ma lo ritengo molto importante e ho avuto la conferma che i mezzi artistici hanno un grandissimo potenziale. Ritengo importante il ciclo dei lavori del progetto Il Colore degli Sfrattati non perché sono miei ma perché sono espressioni fatte da una persona che ha visto la sofferenza atroce e con la sua famiglia ha voluto, nonostante tutto, cercare di dare un aiuto a tutti. Perché nelle nostra società le persone che vivono ai margini, abbandonate a loro stesse, sono veramente tante anche se si finge di non vedere, schivare. Penso che quando l’ esperienza di vita diventa impossibile bisogna fare uno sforzo enorme. Il tuo vissuto possa contribuire al miglioramento delle condizioni inique che possono capitare ad altri.

Silvia Reforzo

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