Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Nonna Nettin da Loano a Imperia in bicicletta, comprava l’olio da rivendere
a Mondovì dove arrivava pedalando

Un lettera – racconto. Testimonianze di vita e di storia locale straordinarie. Nonna Nettin Burastero ha affrontato, in tempo di guerra, sacrifici e disagi inauditi. Da Loano si recava in bicicletta a Imperia a comprare l’olio e pedalando raggiungeva Mondovì per rivenderlo. Nella cittadina del basso cuneese studiavano i figli, in collegio. E’ uno dei brani scritti da Chiara Bruzzone, origini ad Albenga, ma loanese d’adozione e fiera del suo dialetto. Una vita dedicata all’insegnamento (ragioneria) dal 1965.  Esordio a Imperia, poi Savona, da ultimo a Loano. Migliaia di alunni. Ha sposato un Burastero, il geometra Remigio.  Matrimonio coronato dalla nascita di Cesare. Un Burastero, diceva nonna Nettin, non ‘poteva nascere fuori sede‘, il parto in una casa di Loano. E proprio 35 anni fa Cesare fu strappato alla vita da un banale incidente stradale. Infine il destino ha chiuso gli occhi a Remigio. Padre e figlio, uniti a Troll e Paul, due cani che si sono lasciati morire. Chiara autrice da ‘libro cuore’. Ma non è romanzo. Storie vere d’altri tempi.

Loano l’insegnante  emerita Chiara Bruzzone ved. Burastero (a sn) nella chiesa dell’Immacolata con un cara amica

Carissima Gianna, rispondo pubblicamente al tenero messaggio che mio hai fatto pervenire sulla Gazzetta di Loano. Sono spiacente di doverti dichiarare che, nonostante viva a Loano da 55 anni, non sono in grado di risponderti facendo uso del lessico loanese da te adottato. Le difficoltà che incontro derivano dal fatto che il tuo dialetto mi appare piuttosto diverso rispetto a quello messo in pratica presso la famiglia Burastero.

Noto, infatti, una sostanziale differenza di suoni che attribuisco alla loro provenienza da Verzi e pervengo alla considerazione che il dialetto, a Loano, può assumere due matrici diverse: quella della montagna, di Remigio, e quella del mare, da te adottata. Ti ho comunque inteso e ti ringrazio sentitamente per aver dedicato il tuo palpitante scritto a Cesare, a Remigio, suo Papà, ai suoi Nonni, alla Zia Nicoletta. Hai proprio ragione: dal gruppo, integrato dalla partecipazione dei miei Genitori e da quella dello Zio Gianni, manco più soltanto io. Gli altri appartengono a due generazioni più giovani della nostra e quindi sono esclusi dal nostro assembramento.

LA LAPIDE

Sulla lapide di Remigio la scritta: “ A LORO RICONGIUNTO, A VOI SEMPRE VICINO.” Ho inteso con essa dare espressione alla protezione che in ogni istante della giornata ci perviene in modo chiaro, incisivo, tangibile ma non ho trovato il consenso di Throll, il suo adorato cane, che il 3 febbraio, dopo aver rifiutato cibo ed acqua, lo ha raggiunto. Anche la sua dipartita è stata carica di sofferenza. Ho tardato a risponderti proprio perché impegnata nelle cure che, quasi con accanimento, ho voluto invano dedicargli.

IL MIO DIALETTO INGAUNO 

Non avrei avuto alcuna possibilità di risponderti nel mio dialetto ingauno che ormai uso raramente perché ad uno ad uno sono scomparsi quasi tutti i miei interlocutori. Lo mantengo, però, in due casi: quando parlo ancora con Remigio rivolgendomi a lui con l’avvio di un triste monologo, e quando mi incontro con mio nipote Gianluigi, figlio di Gianni, mio fratello defunto. La loro somiglianza fisica veramente accentuata, ma soprattutto il modo di porsi è talmente simile da generarmi, per un momento, motivo di confusione. Solo quando ricevo risposta in italiano mi rendo conto che dinanzi non ho mio fratello, ma suo figlio. Certamente il suo compianto è sempre vivo in me al punto da ricercare ogni occasione per rinverdirne la memoria. Incisiva la sua presenza all’inizio e alla fine della vita di Cesare.

Con lui intrattenne un rapporto, troppo breve per entrambi, ma molto intenso. A differenza degli altri bambini dell’epoca che, a seguito della soppressione del reparto di neonatologia del nosocomio cittadino, nascevano all’ospedale di Albenga, Cesare nacque a Loano perché un Burastero, a detta della Nonna Nettin, non poteva nascere “fuori sede”. La accontentammo; il parto avvenne regolarmente sul tavolo della cucina nell’alloggio che avevamo preso in affitto al palazzo S. Chiara di Loano, sotto l’assistenza del Dottor Bollorino e di mio fratello.“E’ nato Cesare Luigi Burastero” gridò alle prime luci dell’alba , anch’egli sfibrato per le lunghe doglie. E fu gioia grande per tutti, soprattutto per Remigio, rimasto solo per tante ore in trepida attesa sulla Via Aurelia. Ci colpì una frase che il Dott. Bollorino pronunciò a bassa voce al termine del suo lavoro: “Se pensassimo alla fine che ci attende, non dovremmo considerare l’inizio della vita un lieto evento.” Per fortuna la dimenticammo ma a ciascuno di noi presenti in quel momento tornò alla mente proprio quel tragico 5 giugno 1980 quando toccò ancora a mio fratello, uscito esangue dalla sala operatoria del S. Corona, comunicarci la ferale notizia:” Cesare non c’è più”. Quelle parole, scolpite nella mente e nel cuore di tutti noi, non potevano essere vere. Dopo l’incidente occorsogli poco prima sulla via Aurelia mentre si recava a trovare il cane, Paul, si era prontamente rialzato da terra e aveva tranquillizzato gli astanti con una espressione tipica del suo stile. “Non è nulla” furono le sue ultime parole raccolte con spirito mistico e grande umanità da un testimone presente al momento dell’incidente. Anche Paul, come ora Troll, non resse al dolore che la scomparsa gli procurò.

FUNESTO PRESAGIO DEL DOTT. BOLLORINO

Il funesto presagio del Dott. Bollorino dunque si avverò nonostante l’istintivo impulso di volerlo esorcizzare che espresse proferendo quella frase. Di tristi presagi ne ebbe anche Cesare: di ritorno da un viaggio in Terra Santa, nel luglio del 1979, si chinò per baciare la terra esclamando: ” Questo è il mio ultimo viaggio in aereo” e il tono della voce era così deciso da non consentirci mirati interventi di diniego. Già alle scuole elementari ci aveva imbarazzato portandoci a casa un quadro che aveva dipinto sotto la guida della Prof. Peyrolo Nicolosi, nostra stimata amica di famiglia. Per sottolineare l’effetto della scena riprodotta in cui compaiono tutti i protagonisti e le cose presenti quella sera fatale, scrisse in rosso sul fondo: TROPPI INCIDENTI. Esaurito tutto lo spazio, non poté aggiungere altro. Neanche un punto fermo o esclamativo!

LO STRAZIO PERENNE 

Lo strazio perenne dell’irreparabile perdita colpì inesorabilmente tutti noi ma, tra noi, una sola persona visse la tragedia con dignità esemplare suscitando ancor oggi in me, unica superstite di quella immane sciagura, un profondo rispetto per il dolore che il suo fragile corpo riusciva in modo encomiabile a reggere. Sono certa che tu sai già che intendo riferirmi alla Nonna Nettin.

Ti sono grata, Gianna carissima, per avermi fornito l’occasione per parlare di Lei, certa di meritare i consensi di tutte le persone che la hanno conosciuta e di lei hanno ammirato la fierezza, lo spirito di abnegazione, la capacità di affrontare il domani avendo esaurito ogni risorsa dell’oggi. In Lei rimaneva un vibrante senso di orgoglio che la sosteneva e riusciva a trasmettere anche a noi, offrendoci soprattutto il suo concreto esempio di vita. Se per i figli aveva affrontato sacrifici e disagi inauditi, (ricorderai che in tempo di guerra andava in bicicletta ad Imperia a comprare l’olio che poi, con lo stesso mezzo, si recava a rivendere a Mondovì dove i figli studiavano in collegio), per questo nipote sarebbe stata disposta a qualsiasi iniziativa.

NONNA NETTIN MORTA IL GIORNO DELLA FESTA DELLE DONNE

E’ deceduta l’8 marzo 1987, il giorno della festa della donna. E una donna come mia suocera Nettin io, personalmente, non la ho incontrata mai. Se a Lei toccava di diritto il nome di Donna con la D maiuscola, a Cesarin si confaceva vistosamente, sotto certi aspetti, la U maiuscola per designare il suo essere Uomo. Seducente ed espansivo era accolto dalla gente che per lui lasciava sempre le porte aperte perché gradiva le sue visite e l’allegria che portava con sé . Anche per lui venne il momento in cui il suo carattere vivace si spense e si ritirò nella penombra triste della sua casa dei Meceti. Quivi il ricordo di Cesare e delle giornate felici trascorse insieme, gli restituiva un poco di vita. Riviveva tutte le occasioni importanti cui aveva partecipato ma tra tutte gli balzava di continuo alla mente la festa celebrata nel 1978 dalla Ditta Noberasco di Albenga quando fu invitato con Cesare, alla commemorazione del settantesimo anno di fondazione. Partecipò con la presenza e lo stile del manager, ma soprattutto con una gioia incontenibile per essere accompagnato da quel nipote di cui era tanto orgoglioso e fiero. Se ne andò in punta di piedi nel 1990, dopo una serena degenza presso l’ Istituto della Presentazione di Loano. A tutte le signore che gli facevano visita chiedeva: ”Chi sei? Sei mia moglie?” In realtà per chiudere definitivamente gli occhi attendeva ogni giorno Nettin ma Lei aveva ormai terminato da tempo il calvario dei suoi ultimi anni di vita.

NICOLETTA AMATISSIMA DAI SUOI ALUNNI

Il 4 agosto 2005 li raggiunse anche Nicoletta: a lei il merito di avere diritto a pieno titolo alla P maiuscola per il suo titolo di Professoressa. Amata ed apprezzata all’inverosimile da tutti i suoi alunni, si dedicava all’insegnamento avvalorandolo con una dote che in larga misura possedeva: il carisma della vera docente. Entrava in classe impeccabile sotto tutti gli aspetti, in specie per la strenue preparazione cui aveva atteso fino a pochi minuti prima dell’ingresso. Svolgeva la lezione attenendosi scrupolosamente al programma che aveva preordinato per quel giorno e adottando ogni strategia per mantenere desta l’attenzione degli alunni per tutto il tempo che le competeva. Era rispettosa degli orari e del lavoro altrui, energica e sempre presente con materna affabilità . Io l’ammiravo profondamente perché riconoscevo di essere il suo esatto contrario. Anch’io, però, ero molto amata dai miei alunni. E questo mi consola.

REMIGIO BURASTERO  E’ PARTITO PER ULTIMO

Remigio è partito per penultimo, a me è toccato l’ultimo posto. Responsabilità troppo gravosa per le mie spalle già in stato di avanzato arrotondamento senile e di errata postura.

Eravamo tutti certi che a Remigio toccasse chiudere in bellezza il nostro cerchio. Avevamo le nostre garanzie dalla storia degli Oliva, longevi tutti per eccellenza. Come ricorderai suo nonno Remigio chiuse gli occhi dopo aver spento 100 candeline sulla torta di compleanno. L’ultima festa in famiglia fu celebrata nel 2006 in occasione delle nostre nozze d’oro. La Santa Messa nella Chiesa dei Padri Cappuccini, una cena frugale con i parenti e gli amici, lo scambio di una nuova fede nuziale. Per 50 anni Remigio non aveva portato la prima, ora aveva deciso di mettere la seconda. La mise, in effetti, fino a pochi mesi fa, quando fu costretto a toglierla perché gli era diventata stretta. Si riprometteva di indossarla quando fosse sparito il gonfiore alle dita; è rimasta, invece, dove l’aveva posta, piccolo ma grande pegno terreno di un Uomo che merita anch’egli, a ragion veduta, la U maiuscola. Grazie, Gianna carissima, per l’assenso sincero che da te mi perviene. Ti abbraccio e mi scuso per il tempo che ti ho sottratto. Chiara Maria.

 

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