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Svelata la mappa d’intelligence del Pirata Rojo

Non avevo fatto nulla per mettermi in vista in tutti quegli anni che lavorai al Consolato della Danimarca, in Landstrasse 64, nella città diVaduz. Posso affermare con sicurezza che erano solo tre le persone che mi conoscevano con il mio vero nome di battaglia di “Pirata Rojo” a cui avevano associato il mio volto e la mia voce. Anche perché negli anni 70-80 praticavo il travestimento tout court. Più che altro per il mio temerario divertimento, poiché i dettami delle variesecurity invitavano a vestirsi in maniera anonima, ovvero in maniera conforme: giacca, cravatta, camicia bianca, nulla di speciale.

 

Invece io mi sentivo una primula rossa, azzurra e nera… ostentato tagli di capelli sempre diversi, barba a foggia strana, baffi lunghi, corti, disegnati sulla guancia… In questo modo mi mettevo in vista, ma mi sentivo al sicuro perché nessuno immaginava che con quelle mie fogge vistose volessi sottrarmi ai controlli, passare indenne tra le fila delle spie e delle polizie in borghese.

Cosa che peraltro avveniva regolarmente, tanto che c’era già qualche emulo… Tutti gli altri mi conoscevano con il mio nome ufficiale di Desiderio Pradomine da Curagnata di San Giuseppe, siniscalco di Praellera, grande elemosiniere della Mazzucca, di Rioquè e di Valle Argenta… Con le persone che trattenevo rapporti di intelligence, praticamente eravamo entrati in contatto inizialmente solo con la webcam per scambiarci informazioni cifrate durante le notti di emergenza…

Una di queste persone con cui avevo più contatti era Jerome Angelo Strada di Montevideo che avevo conosciuto nel Principato di Monaco quando rivestiva la carica di ambasciatore dell’Uruguay ed aveva lo pseudonimo di “Liebre Ràpida”. Ll’altro era José Aparecido Nogueira di San Paolo del Brasile, un grafico che lavorava sotto copertura e distribuiva in Sudamerica testi divulgativi, materiale informativo con il nome in codice di “Martim Pescador”… Il terzo era il mio capo progetto al MIT di Cambridge nel Massachusetts, con cui lavoravo per contratto, il suo nome in codice era “Pittore Ermetico”.

Le nostre triangolazioni sovranazionali di intelligence confluivano nel giardino svizzero di Daniel Spoerri, incorporate in scambi commerciali tra gallerie d’arte americane e collezionisti europei; l’arte trattata era quella del “nuveau realisme” lanciato dal francese Pierre Restany.

Quel critico che proponeva “nuovi approcci percettivi alla realtà” lo avevo incontrato per la prima volta nel giardino reale al PAC di Milano;   successivamente mi dette l’appuntamento al suo albergo, nella camera 312 dell’Hotel Manzoni, a cui andai camuffato da collezionista per consegnargli con naturalezza un congruo malloppo in dollari, banconote da 100, ben confezionate in mazzette intonse, un anticipo sulle opere che avrei acquisito…
Questo bastò per avviare la collaborazione e fugare ogni sospetto, anche se pretesi l’anonimato e gli fornii comunque un mio nome di comodo e di riferimento oltre ad un recapito postale a Vaduz.


Chissà se ne diede qualcuno di quei biglietti da 100 all’amico Ruggero Maggi che qualche anno più tardi aveva avuto tutta la camera di Restany e la portò alla Biennale di Venezia…


La terza volta che ci incontrammo mi ero fatto crescere barba e capelli come lui… quando mi vide non mi riconobbe, ne ero quasi sicuro.

Erano così numerose le nostre triangolazioni sovranazionali diintelligence il cui vertice si trovava in quel giardino svizzero, che decidemmo di installarvi un modem che per raccoglierle notte e giorno, per registrarle e ordinarle con criteri a nostra scelta..

Poi affidammo l’incarico a un giardiniere locale, con una gran barba bianca, lui doveva scaricare ogni sera le numerose richieste, radunarle e presentarcele ben ordinate.  Noi le avremmo decifrate e vi avremmo dato corso da uno dei punti europei in cui ci saremmo trovati. Avevamo un patto non scritto con Daniel Spoerri e quando lui si trasferì in Germania noi andammo avanti con il nuovo proprietario che era svizzero.

Bruno Chiarlone

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