Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Borghetto S.Spirito/ Marco e Mirella Oliva: “I nostri 41 anni a La Borghesina e nel cuore Nasino”

Dal borgo agreste-medievale di Nasino, in val Pennavaira, alla Riviera turistica. Marco Oliva aveva 13 anni quando ha iniziato la prima stagione di lavoro al ristorante “Cameriera” di Regione Muragne a Ceriale. A 14 anni, ad Alassio, al G.H. Diana della famiglia Quadrelli. Poi un inverno in Svizzera, quindi all’hotel Foresta di Cervo che apparteneva ad un gruppo svedese. Nel 1971 la gestione di un locale (Bar Napoleon) sul lungomare di Loano. Da 41 anni, con la sorella Mirella,  è contitolare dell’ormai mitica La Borghesina di Borghetto S. Spirito e record  di longevità commerciale, insieme al K 609 della famiglia Lammardo.

Il 16 luglio Marco Oliva festeggerà 64 anni con la moglie Rosalba Vignola di Pogli, frazione di Ortovero, i due figli Alessandro e Claudio. Per il loro papà una vita interamente dedicata al lavoro, senza orari, senza festivi, come accade ai ristoratori. Tanti sacrifici  e fatica vera alle spalle,  sudore, tra difficoltà e patemi d’animo. Eppure resiste il grande amore,  l’immensa passione e dedizione al lavoro, al dovere, ai clienti. Far bella figura di fronte a tutti. L’ambizione, perfettamente condivisa con l’inseparabile ed attivissima sorella Mirella, mamma di Laura.

Gli Oliva senior, figli unici, nati in casa come accadeva ai vecchi tempi. Al massimo si faceva ricorso alla ‘levatrice’.  Il padre era contadino, pastore, unico maniscalco della vallata (il secondo era Caprile, ma a San Fedele d’Albenga). Aveva imparato il mestiere,  diventato leggenda, da Ottavio Rava, il ‘maniscalco di Nasino’ ed entroterra; il figlio è stato  direttore del Banco di Chiavari.

In casa Oliva, a Nasino, la mamma coadiuvava il capofamiglia senza risparmio di tempo e di energie nella cura del bestiame, nella campagna.  Tuttofare, insomma. Marco e Mirella ricordano come fosse ieri, le capre, le pecore, le mucche,  i vitelli, il formaggio e il burro fatti a mano. Squisiti, gustosi e genuini. La raccolta preziosa dei fagioli, patate, olive e produzione di olio, le galline nel pollaio, la stagione delle ciliege, delle mele. “Con tutto ciò che in famiglia si riusciva a vendere, si pagava la bottega e restavano pochi, preziosi risparmi – raccontano – e noi eravamo tra i fortunati“.

Eppure gli anni del dopoguerra erano contraddistinti dall’emigrazione. Marco ha esordito giovanissimo. L’occasione è stata quella di conoscere un compaesano di Nasino, Armando Alberto; gestiva una trattoria-pensioncina molto frequentata sull’Aurelia, tra Ceriale ed Albenga.  “Mi sono fatto coraggio – prosegue Oliva -, al mattino  in cucina, a pranzo aiutavo a servire e sparecchiare tavola, il pomeriggio al bar per i clienti, la giornata finiva a mezzanotte e oltre. A volte coadiuvavo il papà di Armando ad innaffiare la campagna alla Terra del Sole, nelle Campore”.  I figli-eredi Alberto sono proprietari del Aurelio di Ceriale.

L’anno successivo Marco è attratto dalla nomea di Alassio, dei suoi alberghi, del motore turismo che produce una lunga stagione di lavoro. Trova occupazione in uno degli hotel più prestigiosi, il quattro stelle (allora prima categoria) “Diana” con patron Egidio Quadrelli, i figli Giancarlo e Rosanna  che  sono al timone con la terza generazione.  Poi altre stagioni da Nasino ad Alassio, all’hotel Savoia, alla Torcia. A Cervo, in Svizzera.

Un bel giorno sboccia il coronamento di un sogno, mettersi in proprio o quasi. Un’estate al bar Napoleon di corso Roma, a Loano, dove c’era una delle prime sale giochi. L’anno successivo l’occasione della vita, seppure sudata nel corso degli anni. Il ristorante-pizzeria La Borghesina, sulla statale Aurelia, nell’estremo ponente di Borghetto. ” Erano i tempi d’oro del turismo in Riviera – spiegano i fratelli Oliva -, si lavorava fino alla 4- 5 del mattino; il clou della serata era l’arrivo dei clienti che uscivano, alle ore piccole, dalle sale da ballo, molto numerose lungo la Riviera e nello stesso comprensorio loanese. Locali per l’inverno e l’estate, i night. La gente spendeva, si divertiva, c’era spensieratezza e rara disoccupazione. Borghetto era un grande cantiere edile“.

Gli Oliva parlano degli anni in cui la cittadina fu spesso al centro di notti violente, sparatorie alla Chicago. Il far west titolavano i giornali. “Qualche problemino – dicono –  l’abbiamo vissuto nei primi mesi, bisognava un po’ adeguarsi alla realtà, ma tutto sommato Borghetto è una cittadina tranquilla; le nuove generazioni di immigrati sono integrate perfettamente”.

E il lavoro? A La Borghesina la conduzione professionale, diligente, attenta degli Oliva ha prodotto buoni frutti. I giudizi della clientela nel peggiore dei casi lamentano che a volte, nei fini settimana e nel clou delle festività, l’attesa è immancabile. Folla di clienti, molti buongustai della pizza nel forno a legna che ‘chef’ Marco prepara e cuoce da decenni, sempre con lo stesso scrupolo. Utilizzando prodotti di prima scelta, ad iniziare dai ‘segreti’ dell’impasto.

Il tempo corre, il mondo cambia in fretta, velocissimo, si dice. A Borghetto S. Spirito, negli anni settanta e novanta,  ristoranti e pizzerie si potevano contare sulle dita di una mano, due gli stabilimenti balneari  (vedi a fondo pagina la significativa cartina turistica  edizione 1966), poi è via via esplosa, con l’avanzare della cosiddetta crisi, la ‘moda’ del piatto caldo servito sulle spiagge, il proliferare dei chioschi-bar. Meno lavoro per la ristorazione in generale, resistono alla sfida i locali che alla stregua della Borghesina possono offrire cose semplici, genuine, col rigoroso e corretto rapporto qualità-prezzo. Insomma il successo, soprattutto in tempi difficili, si mantiene seguendo il buon esempio dei fratelli Oliva e dei diligenti collaboratori.

Il lavoro-dovere al mare. Il cuore, i ricordi, la nostalgia dell’infanzia e della gioventù, a Nasino.  Le sue tradizioni secolari. Un paese dove gli Oliva avevano visto in attività una decina di negozi, tutte le case abitate, dal centro alle frazioni. Resiste la generazione dei Costa (albergo-bar-ristorante-tabaccheria), a Molino c’era la panetteria-alimentari Geddo, al Beo  i Rubaudo – i nipoti gestiscono la tabaccheria nella stazione di Albenga-; sempre a Molino c’era il ristorante gestito sapientemente dalla mamma del vice sindaco De Andreis. Il ballo era nei locali di Bianchi, d’estate si ballava all’aperto dalla chiesa della Madonna. Le famiglie più benestanti del paese erano i Vico, Geddo, Costa.  Un altra trattoria di successo era gestita da Fiorina e Mario; la figlia- nipote conduce un negozio di alimentari a Martinetto di Cisano sul Neva. Come dimenticare il fascino di chi può descrivere l’attività dei due frantoi, dei frantoiani e dell’unico mugnaio (mulino della farina) del paese. I carri trainati da muli, l’aratro con il bue. Il lavoro quotidiano nelle fasce coltivate e sulle alture per il fieno. Il grano. La messa cantata della domenica, il parroco in talare, i vespri solenni. Gli abiti da festa.

Scriveva Ferdinando Molteni, giornalista al Secolo XIX di Savona, il 14 agosto 1990. Fa parte dello staff del sindaco di Savona, dopo un’esperienza di assessore: ” Dieci anni fa Nasino era un paese in decadenza, decine di case abbandonate, le strade deserte e i pochi abitanti occupati  a curare gli orti e le terrazze  coltivate a peschi. Un piccolo borgo travolto dall’esodo verso la vicina ed ricca Albenga, una manciata di case che  sembrava destinata a fare nuovamente spazio al bosco. Poi, quasi per caso,  un tedesco, ma intraprendente,  s’innamora di quelle povere case, ne acquista per pochi soldi una decina  e comincia a ristrutturarle.  Da quel giorno per Nasino comincia una nuova vita“.

I soldi di quel  pioniere tedesco, dei suoi connazionali che lo hanno seguito e di alcuni svizzeri, si sono trasformati in una ‘primavera nasinese’. E un legame inossidabile induce le nuove generazioni a non dimenticare le origini. Saltuariamente, magari solo per una gita, tornano nel paesello dei loro cari. Non mancano mai nel giorno dei Defunti. Chi è rimasto, anziani e giovani, forse ignora il valore storico  della scelta di ‘resistere’. Marco Oliva, con l’unico hobby della caccia e dei funghi, del formaggio del pastore, quando nel suo ristorante ascolta il dialetto del nostro entroterra, gioisce e non resiste ad avvicinarsi. Con la sorella accompagna alla porta e saluta, ricordando con orgoglio le umili e dignitose origini di un entroterra troppo poco valorizzato ed apprezzato. Nel terzo secolo dopo Cristo, con la risorsa turismo in continua  espansione, globalizzazione.  Buon lavoro ed una merita pensione! (Fotoservizio Fasano)

Luciano Corrado  

 

L.Corrado

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