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Beppe Grillo e l’epurazione dei ‘reprobi’


Era la faccia che faceva paura. In un video che è un vero regalo di Natale ai suoi tanti detrattori, Beppe Grillo si è come deformato. Mentre lanciava l’anatema contro chi lo ha accusato di essere antidemocratico sembrava stesse recitando la parte di un dittatore senza divisa.

Il fondatore del Movimento 5 Stelle appariva sicuramente stanco, forse ferito dalle nuove critiche, anche interne, cadute su quelle da lui chiamate parlamentarie. Ovvero le primarie fatte sul web per scegliere i futuri candidati al Parlamento. Non sono state infatti un successo, a causa di evidenti problemi di trasparenza e partecipazione, quest’ultima inferiore alle attese. Ma il grumo di autoritarismo e spossatezza che emana da una esibizione così infelice non deve rallegrare nessuno. Nel guardarlo ci si sente inquieti, a disagio, perché vengono in mente proprio i video dei vincitori di quella contesa virtuale.

Dalla mamma di Imola licenziata quand’era incinta, che si batte per i diritti delle lavorataci precarie, alla praticante avvocato di Mondovì, volontaria in una associazione che combatte la tratta delle prostitute, è una galleria di persone che ci credono davvero, mostrando una tremenda voglia di sentirsi e rendersi utili. Hanno in faccia l’etichetta della bella persona, e non meritano la definizione, messa in giro da qualche avversario, di “anime belle”.

Piaccia o non piaccia, questa gente si è rivolta a Grillo per fare politica nel senso più bello del termine, non certo per entrare in un Movimento ripiegato su se stesso. La cacciata dei militanti Giovanni Favia e Federica Salsi azzera la presunta diversità di questo nuovo soggetto. Grillo racconta sempre che il Movimento non appartiene a lui ma al popolo, è il primo esempio di democrazia diretta e dal basso, dove non decide un uomo solo al comando, ma la base. Appunto.

Lo scorso 17 novembre le assemblee emiliane dei grillini avevano tributato una ovazione a Favia. Lo sprezzante messaggio del capo sulla fiducia “con l’applausometro” era giunto a stretto giro di blog, mentre non è mai arrivato un cenno dì solidarietà alla Salsi, linciata sul web da ultra educati a considerare la dissidenza un sinonimo di tradimento. L’epurazione dei presunti reprobi rappresenta la plastica negazione di quanto sostenuto fino a oggi dall’ex comico. Non è mai stato il turpiloquio in dosi massicce ad attrarre gli adepti ma la promessa di un diverso modo di intendere l’idea di partecipazione. L’assenza di democrazia interna del Movimento 5 Stelle viene invece svelata dalla cacciata di chi osò denunciarla. È un piccolo cerchio che si chiude su toni quasi cupi, come gli ultimi messaggi.

L’invettiva carica di livore funziona per chiamare l’applauso sotto al palco ma non può essere l’unico strumento di azione. Dare del cretino a chi ha votato alle primarie del Pd serve a far ridere la claque della prima fila, non a portare nuovi consensi. Cacciare in modo dispotico chi dissente, da un Movimento democratico solo a parole, in tempi dove i partiti cercano in ogni modo di tenere le porte ben aperte, è un errore che rivela poca lucidità.

Quelle ragazze che si illuminano parlando di beni comuni, di società multietnica, meritano un padre non padrone, degno del loro entusiasmo, se possibile diverso dall’attuale Grillo, fuori controllo e molto confuso. L’ormai celebre <fuori dalle palle chi dice che non sono democratico> è anche un imbarazzante autogol linguistico, una palese contraddizione in termini, l’equivalente del <non sono io che sono razzista, sono loro che sono meridionali>. Ma quella, almeno, era solo una vecchia barzelletta.

Marco Imariso (da Corriere della Sera)

 


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