A Luceto, di Albisola Superiore, per iniziativa Anpi – sezione Casarino, Ferrari, Saettone – festa della solidarietà (leggi manifesto). Per Loano, invece, riproponiamo l’intervento inedito davanti al Monumento ai Caduti, il 25 aprile 2012, dell’avvocato Stefano Carrara Sutour. Con parole di circostanza pronunciate dal presidente della sezione Anpi Pietro Pastorino e dal sindaco Luigi Pignocca.
IL TESTO INTEGRALE DISCORSO AVVOCATO CARRARA
La celebrazione del 25 aprile unisce alla commemorazione per coloro che della libertà e della democrazia in Italia furono artefici, la continuità e l’attualità dell’impegno e della lotta per la quotidiana conquista degli obbiettivi che la RESISTENZA ha prefigurato e promosso.
La grande mobilitazione iniziò l’8 settembre 1943. Dopo la destituzione di Mussolini successiva al 25 luglio e l’improvvido proclama “La Guerra continua” del Governo Badoglio, si assistette alla fuga del re e di una parte dello stesso governo a Brindisi, sotto la protezione degli alleati.
Dall’esercito, abbandonato a se stesso, sorsero i primi nuclei di resistenza armata sulle montagne e anche nelle città, mentre, già il 9 settembre, si costituiva , prima in Roma, poi in tutte le città italiane, il comitato antifascista che prese il nome Comitato di liberazione nazionale (CLN), ad opera dell’antifascismo militante con rappresentanti del PCI, del PSI, della D.C., del Partito d’azione, del PLI , del partito Democrazia del Lavoro (Partito Demolaburista), del Partito Repubblicano. Esso fu l’Organo politico di coordinamento e di direzione in Italia dei movimenti impegnati in tutta Europa contro il nazifascismo . Il CLN diede la precedenza alla lotta guerreggiata contro il nemico, rinviando a dopo la vittoria il problema dell’assetto istituzionale dello Stato (Monarchia o Repubblica- Costituzione).
Ricordiamo i nomi dei caduti partigiani in Loano : DARIO VOLPI e GUGLIELMO SIMI, ventenni fucilati davanti al Cimitero ; GUIDO D’ALONZO , catturato dai fascisti della San Marco e fucilato alle spalle, proditoriamente, in viale Toti: AGIDE MACCARI, caduto sulle alture, presso Giustenice in seguito ad un’imboscata.
Ricordiamo anche i nomi dei componenti del Comitato di Liberazione di Loano che svolsero il loro ruolo senza allontanarsi dalla città, con gravissimo rischio per la vita propria e dei propri familiari: Secondo Celesia (PCI), Giuseppe Giusto (PCI), Luigi Adolfo (PSI), Giuseppe Lerda (DC),Giuseppe Rembado (D.C.), Pietro Gherardi (PLI), Stefano Carrara (P.d’A) – nominato poi Sindaco il 25 aprile, con la presa di tutti i poteri in Comune in nome del governo nazionale, espressione del CLN .
Anche a Loano, come a Genova, la “Liberazione” non attese l’arrivo degli Alleati e si impose il 25 aprile 1945 in perfetta autonomia, con le proprie forze partigiane, assumendo il controllo del territorio. I fascisti si diedero alla fuga. I tedeschi, invece, erano presenti e si attestarono in un treno blindato che, all’altezza del capo Santo Spirito, minacciava con la sua artiglieria tutta la zona fino a Pietra Ligure, con l’intento di distruggere il Cantiere Navale. Furono ore di grande tensione. Alla fine le trattative con il comandante tedesco, cui fu garantito l’allontanamento, volsero al meglio e il pericolo venne scongiurato.
A ponente di Savona, nella zona delimitata dalla statale per il Piemonte fino all’entroterra di Albenga, dal 15 luglio 1944, operava la 2° Brigata d’assalto Garibaldi di cui fu primo comandante Hermann Vigoda (Enrico) un ebreo polacco che era riuscito a raggiungere le formazioni partigiane. Uomo di indubbio valore, dalle grandi risorse umane e militari. Lo ricordiamo con gratitudine e affetto.
Ricordiamo anche il conterraneo Sandro Pertini, responsabile dell’organizzazione militare del CLNAI, da noi tutti conosciuto ed amato, futuro Presidente della Repubblica.
La dialettica politica che intercorreva tra i componenti del CLN, di diversa estrazione sociale e ideale , così come quella che intercorreva tra i giovani combattenti, non attenuò ma anzi rafforzò la comune strategia di liberazione affermatasi con l’insurrezione nazionale decisa per il 25 aprile 1945 (Aldo dice 26X1).
Con la “Resistenza” furono rilanciati sul piano politico i valori democratici di libertà, giustizia sociale ed uguaglianza, soffocati nel ventennio fascista e ripresero forma i principi stessi del Risorgimento che hanno condotto alla Costituzione Repubblicana e all’UNITA’ della Nazione.
UNA e INDIVISIBILE, come ha riaffermato in varie occasioni ed ha ora scritto in un aureo volume il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
I 15.000 civili massacrati dai nazifascisti con vili attacchi a villaggi e città italiani, i 36.000 caduti partigiani e i 21.000 mutilati e invalidi stanno a dimostrare come la Resistenza sia stata e permanga, oggi più che mai, movimento di Popolo.
Così come lo fu il Risorgimento.
Non credete a coloro che definiscono il Risorgimento come un movimento elitario, condotto da uomini delle classi sociali agiate solo vogliose di abbattere confini doganali: Il Risorgimento è stato un grande movimento di Popolo. Erano figli del Popolo i 20.000 volontari accorsi dalla Lombardia per mettersi agli ordini di Giuseppe Garibaldi. E proprio il geniale Comandante nizzardo, che possiamo ben considerare un nostro concittadino per la madre loanese–Rosa Nicoletta Raimondi-, accolto da folle di cittadini in delirio a Varese e a Como, nonché liberatore di tutta la zona lombarda del Lago Maggiore con i Cacciatori delle Alpi, consegna le sue grandi vittorie al governo Sardo Piemontese prima della defezione degli alleati francesi che, sotto l’imperio di Napoleone III, firmano l’armistizio di Villafranca, provocando l’anticipata conclusione della seconda guerra di indipendenza. Una vittoria monca.
Sono figli del Popolo i “Mille” , professionisti, studenti, artigiani, operai che, a bordo del Piemonte e del Lombardo salpano da Quarto il 6 maggio 1860 per raggiungere la Sicilia in quella che sembrava un’impresa folle, liberare la Sicilia e il mezzogiorno dal regime Borbonico e unirlo al resto d’Italia. E sono figli di Popolo le migliaia e migliaia di volontari siciliani e gli altri che ancora raggiungono Garibaldi e rendono possibile la sconfitta dell’esercito borbonico, superiore per mezzi e organizzazione, a Calatafimi e a Milazzo con l’ingresso di Garibaldi a Messina il 27 luglio portato in trionfo dalla folla di Popolo che lo acclama. Lo stesso accadrà nel continente fino alla consegna delle proprie vittorie, benché egli fosse repubblicano, a Vittorio Emanuele II, nel fine prevalente dell’Unità d’Italia.
L’Unità è stato e resta il filo conduttore delle lotte popolari che hanno segnato , con il Risorgimento e con la Resistenza, la storia in positivo della nostra Nazione.
Finita la seconda guerra mondiale è stata ancora la volontà popolare, con il Referendum Istituzionale, a decidere la forma repubblicana dello Stato e si è aperta quindi la fase costituente. Il vincolo unitario non ha umiliato, anzi, ha esaltato le autonomie locali. Regioni, Province e Comuni sono stati i momenti salienti di un coordinamento amministrativo e di libertà necessario per la ripresa e la rinascita dello Stato.
L’attuazione costituzionale è stata lenta per le remore e gli strascichi del passato regime, di classi dirigenti in parte miopi, di una reazione sempre pronta a ritardare lo sviluppo della nostra giovane democrazia ma , finalmente, nel corso della 5° legislatura (1968-1972) le Regioni a statuto ordinario hanno trovato attuazione e i principi fondamentali di libertà e solidarietà sociale si sono affermati così come dettati dalla Costituzione, che resta uno dei documenti democratici più completi e vitali che la storia europea abbia mai prodotto, frutto della Resistenza e delle idee di cui erano portatori i movimenti politici di più ampio consenso popolare.
Ma la Resistenza, come dicevamo, costituisce fondamento del passato da cui siamo stati forgiati e però è linfa del presente, che stiamo vivendo. La generazione che l’ha percorsa, in allora giovane e generosa, volge al tramonto e così pure coloro che erano allora giovanissimi e ne hanno assimilato le ragioni e lo spirito. E’ con grande speranza che vediamo stringersi intorno alla bandiera dell’ANPI i nostri giovani ai quali passiamo le consegne perché la battaglia per la Democrazia , la giustizia, il lavoro, la dignità della persona, la libertà, l’uguaglianza – a cominciare da quella della donna -, per l’affermazione dei principi quindi di cui all’art. 3 della Costituzione, non è mai conclusa. Perché i principi di solidarietà e il riconoscimento e la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo –di cui all’art. 2 della Costituzione che non conosce confini né distinzioni- sono affidati a norme contraddittorie, e trovano in movimenti minoritari, affetti dal male endemico della chiusura e del provincialismo, una sponda anti italiana.
Stiamo assistendo al perdurare di confusioni preconfezionate, illusorie vie d’uscita da una situazione di crisi economica globale che si somma ad una cattiva e annebbiata amministrazione, purtroppo tutta nostra, all’interno della quale si è rinvigorita, al di là di ogni peggiore previsione, la corruzione, sono emersi personaggi i cui valori sono esclusivamente connessi al raggiungimento della ricchezza privata approfittando di malversazioni con pubblico denaro, alla bancarotta mascherata, alla speculazione, all’evasione tributaria, con enorme danno per le finanze pubbliche e per tutta la collettività, ed ampio lavoro per Polizia e Giustizia.
Facendo leva su questi mali endemici che affondano le radici sociali nelle ampie sacche di carattere mafioso, estese con nuovi mezzi e nuove forme a tutte le latitudini della nostra penisola, sale dal ventre del ribellismo qualunquista una confusa contestazione che, facendo di ogni erba un fascio, vorrebbe porsi come “non politica o antipolitica “ che dir si voglia. Occorre innanzi tutto rilevare che coloro i quali affermano di “non volere la politica” di “non fare politica” o “ di fare antipolitica”, esprimono una BEN PRECISA POSIZIONE POLITICA . Non credete a chi vi dice “non faccio politica” perché la fa nel momento stesso in cui afferma il contrario. Solo chi vivesse in una grotta del Monte Carmo, cibandosi di erbe spuntate dal suolo, potrebbe forse dire di non fare politica.
Qual è allora lo scopo “politico” dei cosiddetti “antipolitici”? Non risanare la Democrazia ma abbatterla. Essi lavorano per demolire i principi di rappresentanza popolare che sono l’anima della Democrazia, senza i quali la Democrazia non potrebbe sopravvivere, per affermare una impossibile e inattuabile gestione diretta, senza strategie, né progetti, né concretezza alcuna. Come può constatarsi dunque: una ben precisa pericolosa posizione politica antidemocratica, un tragicomico vaniloquio.
Noi vediamo la necessità di una battaglia dura contro mafie e corruzione, contro il malaffare dilagato in molte amministrazioni della Cosa pubblica, ma consideriamo anche le migliaia di pubblici amministratori eletti e di pubblici funzionari – e sono la grande maggioranza- che fanno il loro dovere, in migliaia di Comuni, in molte amministrazioni regionali e provinciali: sono onesti, a volte eroici, ci rimettono spesso di tasca propria, ma…non fanno notizia. Essi sono il fulcro della Democrazia e ci consentono la civile convivenza.
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul LAVORO”.
Così recita il primo comma dell’articolo 1 della nostra Costituzione.
Ma che cosa accade se, come oggi avviene, le fabbriche chiudono, la cassa integrazione si elefantizza col rischio di crollare, il lavoro scarseggia anche nei settori della nuova tecnologia? Se, malgrado l’esistenza di una “forza lavoro” altamente qualificata , come emerge anche dalle statistiche che riguardano la maggioranza dei nostri giovani, la produzione arretra su tutti i fronti ?
Leggiamo il secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione:
“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Ancora una volta, dunque, gli indirizzi sono dati dalla Costituzione: lo Stato, la Repubblica, deve intervenire direttamente per affrontare la questione economica, eliminando gli ostacoli che tale questione determina impedendo il pieno sviluppo della persona umana e quindi la sua libertà effettiva.
L’intervento pubblico nell’economia,pertanto, si impone.
Noi pensiamo che un piano di investimenti debba oggi esprimersi su base europea. L’Europa deve essere sostenuta, proprio ora, proprio da noi, proprio in questo momento critico, nel quale subisce attacchi dettati dalla paura, dalla xenofobia, dall’arretratezza culturale dei suoi detrattori.
L’Europa appare sempre più indispensabile, deve essere mantenuta nei suoi strumenti finanziari e monetari e deve esserne potenziata la spinta ad un maggiore coordinamento e ad una maggiore unità.
Guai se non esistesse l’euro ! la lira, la peseta, il franco e lo stesso marco, avrebbero subito una svalutazione insostenibile. l’Europa non può, peraltro, essere ridotta a fungere da agente contabile o bancario. Gli Stati che la compongono devono imporsi investimenti pubblici, soprattutto l’Italia, essendo di poco momento per un rilancio effettivo la nostra industria privata, ancorché aumentasse il credito, ed essendo illusori i benefici derivanti dalla totale privatizzazione della produzione e dei servizi.
Per uscire dalla crisi, sono necessari investimenti pubblici coordinati in sede europea nelle infrastrutture, nella ricerca, nell’università, nella scuola, spendendo in modo concordato e pianificando una strategia di interventi ai quali si accompagnino le doverose scelte di equità, giustizia fiscale e rigore. Tali scelte non devono e non possono contrastare una corretta crescita nei settori portanti e duraturi dell’economia, non in quelli della speculazione fine a se stessa, ma in quelli, ad esempio, delle energie rinnovabili, della salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale, della connessione dei servizi e delle scelte energetiche, per liberarci dal condizionamento asiatico. E ciò senza essere succubi delle borse e dei mercati che dovranno, invece, adeguarsi alle scelte degli Stati europei, se valide e corrette, e non il contrario. Il tutto in una strategia di cammino verso la Confederazione Europea, essendo i tempi e la situazione internazionale ormai maturi per questo grande disegno di affermazione e rilancio del nostro Continente finalmente pacificato. Così hanno lumeggiato i nostri precursori europeisti, con il manifesto di Ventotene, militanti e combattenti dell’antifascismo e della Resistenza, uomini come Altiero Spinelli, Leo Valiani, Mario Rollier.
Permettetemi di concludere con la breve poesia di Primo Levi, grande scrittore italiano deportato ad Auschwitz, rivolta ad un’amica caduta nel Campo; versi, malgrado tutto, aperti ad un futuro di luce, di un testimone del genocidio attuato dal nazifascismo, il genocidio più vasto ed abbietto che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, testimone della Shoah :
Vorrei credere qualcosa oltre,
oltre la morte che ti ha disfatta,
vorrei poter dire la forza
con cui desiderammo allora,
noi già sommersi,
di potere ancora una volta insieme
camminare liberi sotto il sole.
(Discorso a nome dell’ANPI, davanti al Monumento ai caduti, il 25 aprile 2012)
Stefano Carrara Sutour