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La festa al Santuario di Peagna, mugugni per il Cristo rimasto in chiesa. Il parroco indossa la polo all’altare e invita a cena sindaco e…

Chi ha vissuto gli anni ’50 e ’60 difficile possa dimenticare cosa rappresentava per la comunità agricola e pastorizia di Peagna la festa della Madonna delle Grazie in località Capriolo. Era un giorno di folla e solennità religiosa: processione dalla chiesa parrocchiale all’ottocentesca cappella che poteva ospitare si e no una decina di persone. La ricorrenza annuale per eccellenza dove per devozione e svago (albero della cuccagna, corsa nei sacchi, ballo) accorrevano gente dal comprensorio ingauno. Oggi c’è un santuario moderno e spazioso, merito di don Fiorenzo Gerini e dei benefattori. La festa però ha perso la moltitudine e quel fascino maestoso del cerimoniale d’altri tempi.

Le funzioni religiose alla festa della Madonna delle Grazie di Peagna concelebrate dal parroco don Luigi, don Enrico e don Gerini

C’è monsignor Fiorenzo Gerini con la veneranda età che mina le forze,  la resistenza, ma resta il grande attaccamento alle sue ‘creatura’: Peagna e la parrocchia che ha contribuito a rinnovare, arricchire, restaurare. Un paese che negli anni ha smarrito la coesione e dove in maggioranza sono ormai ‘foresti’ italiani. Peagna che può mettere in mostra la chiesa parrocchiale, vero e proprio gioiello di  restauro e decoro, la canonica adibita in gran parte ad ospitare attività comuni, il Santuario, si diceva, e prospiciente  un’area riservata a Opere Parrocchiali, con campi da gioco e strutture per accogliere comodamente feste, sagre, ricorrenze della comunità o famigliari.

Ora il ‘padrone di casa’ è un reverendo dinamico, brioso, capace di umorismo e spiritoso, che sa parlare ai giovani: don Gianluigi Monti, don Luigi per gli amici, nato a Cantù, 48 anni il prossimo 23 agosto, giorno in cui la chiesa onora Santa Rosa. La santa nacque a Lima il 20 aprile 1586, decima di tredici figli. Il suo nome di battesimo era Isabella, figlia di una nobile famiglia, di origine spagnola. Quando la sua famiglia subì un tracollo finanziario, Rosa si rimboccò le maniche e aiutò in casa anche nei lavori materiali. Sin da piccola aspirò a consacrarsi a Dio nella vita claustrale, ma rimase «vergine nel mondo».  Come santa Caterina da Siena vestì l’abito del Terz’ordine domenicano, a vent’anni. Allestì nella casa materna una sorta di ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini ed agli anziani abbandonati, soprattutto a quelli di origine india. Dal 1609 si richiuse in una cella di appena due metri quadrati, costruita nel giardino della casa materna, dalla quale usciva solo per la funzione religiosa, dove trascorreva gran parte delle sue giornate a pregare ed in stretta unione

La statua venerata della Madonna delle Grazie, realizzata nell’800 dallo scultore cerialese Moreno

con il Signore. Ebbe visioni mistiche. Nel 1614 fu obbligata a trasferirsi nell’abitazione della nobile Maria de Ezategui, dove morì, straziata dalle privazioni, tre anni dopo. Era il 24 agosto 1617, festa di S. Bartolomeo.

Don Luigi è un prete moderno e gioioso, dicevamo, allergico alla talare dei confratelli tradizionalisti o al clergyman a cui ha fatto abitudine don Gerini.  Don Luigi che con la stagione primaverile non disdegna, festa o non festa, chiesa o non chiesa, di indossare con naturalezza la polo davanti all’altare. L’abito non fa il monaco dice un vecchio adagio.

A celebrare le funzioni religiose della Madonna delle Grazie è stato chiamato don Enrico Gatti che come lui stesso ha ricordato, “con don Luigi abbiamo ricevuto insieme l’ordinazione sacerdotale, insieme seminaristi”: era il 22 novembre 2014. Per don Enrico, vice parroco ad Alassio nella parrocchia di Sant’Ambrogio, la talare resta invece lo status symbol del pastore di anime. Tra le invocazione alla Madonna delle Grazie  il “liberaci oh Maria dagli scandali della vita pubblica e privata….dalla droga….”.  E il monito alla vera ‘bellezza’ non quella che “spesso si coltiva con le scarpe a spillo per apparire più alte, belle”.

Per la festa sono arrivate a Peagna, rappresentanze delle confraternite di Ceriale, Campochiesa, Conscente. E’ da quella parrocchia che negli anni ’50 arrivava in sella ad un ‘Galletto’, don Isetta, che nel periodo pasquale era abile addobbatore della chiesa e suonava l’armonio alle ‘feste grandi’.

Don Luigi Monti, all’altare del Santuario di Peagna, in polo attende l’inizio delle funzioni religiose

Il pomeriggio si è concluso con un ‘pranzo popolare’ nei locali delle Opere Parrocchiali. Tanti volontari, giovani e meno giovani, in cucina, tra i tavoli. Un’organizzazione perfetta per servire i menù a scelta, a prezzi ragionevoli. Don Luigi ha fatto gli onori di casa. Anche a tavola sono cambiati i tempi. Allora erano le famiglie ad ospitare a pranzo i sacerdoti presenti alla festa. Oggi è il parroco che ‘ospita a cena’ il sindaco, la consorte, gli stretti collaboratori. Don Luigi che dall’altare ringrazia per l’onore della presenza del sindaco, le confraternite, la cantoria del paese, i volontari senza i quali sarebbe impossibile mettere insieme l’organizzazione. Un impegno ammirevole, da elogiare ed incoraggiare.

Mentre, ai tavoli, c’è chi ricorda il 2014. Su decisione del vescovo Mario Oliveri, quando don Gerini era arrivato al 60° di sacerdozio, la scelta di un nuovo parroco, don Cosimo Quaranta. E’ durata poco la permanenza, dal primo maggio 2016, don Cosimo è tornato a Cisano sul Neva. Un ritorno dove era stato dal 1994 al 2000 prima di lasciare la Riviera per la missione a Carabayllo, in Perù.

Don Gianluigi Monti veniva scelto nuovo pastore della parrocchia San Giovanni Battista, a Peagna, dove ha fatto ingresso, sabato 18 giugno, presente  il vescovo (allora coadiutore ) della Diocesi di Albenga e Imperia monsignor Guglielmo Borghetti.

L’attesa in chiesa di don Fiorenzo Gerini

Pochi giorni prima don Luigi si era trovato al centro di un curioso ‘malinteso’ che suscitò scalpore a livello mediatico, giornali e tv regionali, così venne definito dal vescovo e dallo stesso sacerdote. La giornalista Federica Pelosi dalle colonne del Secolo  XIXLa Stampa scriveva: «…..Da domenica prossima, niente più messa». L’annuncio rimbomba nella chiesa di Nasino poco prima della benedizione. Tutti si guardano sbigottiti, mentre don Gianluigi Monti prosegue senza batter ciglio: «Il vescovo ha scritto una lettera, assegnandomi un nuovo incarico a Peagna, che si va ad aggiungere a questo e a quello a Castelbianco: data la distanza tra le parrocchie, è impossibile garantire la messa ovunque. Per cui, come da sua comunicazione, non potrò più celebrare il rito domenicale qui». Lo stordimento generale si trasforma in brusio, con il sindaco, Claudio Tessarin, che si alza dalla sedia a chiedere spiegazioni: «E ora cosa succederà? Nessuno verrà più a dire messa nel nostro paesino?»

Don Luigi ha lasciato Nasino, ha mantenuto Castelbianco e Peagna. Un parroco motivato, capace di risvegliare e coinvolgere il mondo dei giovani, dei ragazzi, in un paese, Peagna, che ha perso gran parte della sua originaria identità.  Le famiglie indigene si contano sulle dita di una mano e anche quelle che abitavano nella pianura, ma di origine peagnine, con le seconde e terze generazioni, hanno rinunciato al paese degli avi, alla vita sociale, a ritrovarsi.

Don Luigi non appartiene alla gruppone anticonciliare che si era radunato negli anni attorno al vescovo ‘tradizionalista’ Oliveri. Era il 9 gennaio 2015 quando il giornalista Claudio Almanzi annunciava: “….Il novello sacerdote Gianluigi Monti è stato nominato amministratore parrocchiale delle comunità di Nostra Signora Assunta a Castelbianco e di San Giovanni Battista a Nasino, oltre che vicario parrocchiale di Santa Maria Maddalena a Cisano sul Neva….L’altro neo ordinato Enrico Gatti è diventato invece coadiutore vicario del Rettore del Seminario vescovile ingauno Monsignor Giorgio Brancaleoni, che era stato assegnato a questo incarico in sostituzione di monsignor Tonino Suetta che nel frattempo è stato ordinato vescovo della Diocesi di Sanremo – Ventimiglia. “.

Oggi don Brancaleoni non è più vicario generale e ha lasciato ogni incarico di responsabilità. Ha pagato umanamente e ‘materialmente’ il terremoto della ‘rimozione’ di fatto, edulcorata dalle dimissioni, del presule Oliveri. La tragedia per quanti l’hanno vissuta direttamente o moralmente di una diocesi che aveva accumulato (abbiamo perso il conto) oltre dieci mila articoli, poco edificanti,  su stampa, web, nazionale e persino oltre i confini europei, in tv, locandine a titoloni davanti alle edicole. Forse è corretto aggiungere che monsignor Oliveri, a chi gli faceva presente l’inopportunità di certe scelte in tema di gestione del clero, rispondeva: “Le ho sempre condivise con i più stretti collaboratori “. Alla fine ha pagato per primo, dalla diocesi di Albenga – Imperia, sono stati ‘silenziosamente allontanati’ almeno una decina di sacerdoti e sei o sette seminaristi. Un repulisti necessario, per voltare pagina, pur tra resistenze e difficoltà. Il nuovo vescovo ha la fiducia della grande maggioranza dei suoi preti, i fedeli non devono più subire campagne di stampa che finivano per disorientare, minare le fondamenta della vita ecclesiale.

Alla festa della Madonna si sono ritrovati dopo 60 anni, ex compagni di gioco, Luciano Corrado (non presente nella foto), i fratelli Innocente, Giuseppe (Peppino) e Vincenzo Menini, nipoti di don Pietro che è stato parroco di Peagna negli anni post bellici, fino all’arrivo di don Bellocchio e poi don Gerini

 

Don Luigi e don Gerini, alle spalle don Adamo (Adriano) D’Urso parroco a san Giorgio di Campochiesa

 

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