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Come era piccola la Monesi dei pastori!
Chi ha venduto, chi ha costruito, chi resiste

Per fortuna che Monesi c’è: avrà la forza di risollevarsi ? Quasi nessuno ricorda gli orrori della guerra. Soldati tedeschi che uccidevano, bruciavano (a Valcona) e se catturati venivano sepolti, dopo essersi scavati la fossa e prima di spirare privati della fede nuziale. Testimonianze d’orrore che raccontavano i nostri vecchi per averle vissute da pastori di Monesi. Tragedie, paure e tanto sudore di fronte, i calli, la fatica nella coltivazione di quella terra, delle fasce, di proprietà parcellizzate dove si coltivava grano, avena, patate, rape, fieno; i lamponi selvatici per sciroppo e marmellate. Lungo le rive del Tanarello abbondavano vipere e grosse lumache. I pastori facevano scorte per il lungo inverno in Riviera se transumanti o a Mendatica. Meno di una ventina di famiglie. E oggi ? L’ultima casa di un mendaighino verace è stata venduta pochi giorni prima dell’alluvione. Il patrimonio edilizio, negli anni del boom, ha fatto sorgere palazzi, ville e villette, ampliato tecci. Si arriva a 130 – 140 unità abitative.

Monesi di Mendatica fine anni ’60 e anni ’70 sullo sfondo Piaggia (CN)

Monesi che solo dopo l’alluvione molti hanno scoperto, appreso, che il vecchio borgo di tecci e stalle in pietra era sorto su un’estesa paleofrana. Inutile chiedersi se ai tempi della concessione edilizia, degli edifici sorti anche lungo la strada provinciale, qualche autorità, ufficio statale, regionale, provinciale, comunale abbia chiesto relazione geologiche. Siamo nel Belpaese dove solo di fronte ad immani tragedie di morte e dolore si scava per sapere se ci sono delle responsabilità. La strage di Rigopiano docet. E anche qualora emergessero, i tempi lunghi della giustizia, le prescrizioni, le leggi farraginose scritte dal Parlamento provvedono al colpo di spugna.

La radiografia di Monesi 2017 impone tuttavia una risposta: consegnare ai giovani il futuro, l’attenzione che meritano e soprattutto rispondere al bisogno dei bisogni: il lavoro. Chiedere loro di fare tesoro dell’esperienza e degli errori commessi da chi li ha preceduti. Ricordare che Monesi ha pagato la crisi economica e finanziaria  che ha investito l’intero villaggio globale. E le promesse di tanti, di troppi politici erano in gran parte da marinaio. Nonostante tutto, alcuni segnali di ripresa  si affacciano sui vari orizzonti della nostra convivenza civile. Le possibilità di rinascita di Monesi appaiono ancora limitate, tuttavia la forza d’animo, la fede giovanile gioca un ruolo importante.

Non solo protesta e disagio per la mancanza di lavoro. Chi non trova un lavoro (pensiamo ai laureati, ai diplomati)  sperimenta un senso di inutilità, di vuoto e di alienazione, che rischia di minare alla base l’equilibrio personale e l’amore alla vita e al prossimo. I giovani hanno di fronte  la luce evidente  dell’immoralità di comportamenti dei governanti e di certa classe imprenditoriale il cui unico scopo appare l’esasperazione del profitto. Il denaro, tanto denaro, l’evasione fiscale imperante, la corruzione dilagante.

La sfida che dovrebbe riguardare tutti è quella di ripartire, con un nuovo generoso ed appassionato impegno affinché le promesse siano rispettate.  Non soltanto per accelerare e tornare alla normalità, per scongiurare il rischio che si perda definitivamente la fiducia.

Nei giorni scorsi si era diffusa la voce, poi smentita, che l’ex albergo Il Capanno, sorto su iniziativa della famiglia di Lino Porro (i genitori avevano una mandria di mucche) negli anni d’oro del turismo di Monesi, fosse stato venduto dagli eredi, Carlo Porro, artigiano e come il papà un grande amore per Monesi.  Nella veste di acquirente una famiglia che a Monesi ha già investito e la gioia si è infranta nell’area più devastata dal movimento franoso. Voleva dire che c’è ancora chi fa la sua parte per creare le condizioni del rilancio.

L’edificio alberghiero non è interessato dalla frana, potrebbe essere raggiunto senza problemi se la linea di demarcazione off limits fosse spostata di poche decine di metri oltre la casa  della famiglia Piana. Monesi di Mendatica attende che si proceda parallelamente su due binari, da una parte l’indagine geologica, dall’altra, con priorità, un percorso alternativo che corre in piano alle spalle dell’abitato e che va a scendere, nei pressi della casa Bovero, per poi innestarsi sull’arteria già esistente. Una strada deviazione che sarebbe presidiata e sorvegliata da un impianto semaforico che entra in azione non appena le spie indicassero un segnale d’allarme.  Questo consentirebbe di raggiungere senza grandi deviazioni l’abitato di Monesi di Triora, l’impianto della seggiovia, quel turismo debole in estate da seconde case, più marcato con la stagione invernale se la neve è copiosa.

La fine di un isolamento o quasi, basti pensare che oggi per raggiungere Monesi di Triora, partendo da Imperia, c’è un percorso di 70 chilometri da Viozene, Upega, la Colletta che in questo periodo è stata riaperta, la strada pulita e sicura, passando per Salse, Valcona, Piaggia dove è ancora operante l’ordinanza di sgombero dell’abitato (una quindicina di residenti in parte ospitati da parenti o in case in affitto a Nava). A Piaggia lo smottamento è assai diverso rispetto alla sciagura di Monesi, riguarda un’area piccola e circoscritta, irrecuperabili gli immobili colpiti, mentre il resto dell’abitato non corre pericoli perchè si trova  su una massa rocciosa molto estesa.

Questa ha consentito di tenere aperto a Monesi di Triora il ristorante albergo La Vecchia Partenza e il bar Vittoria, almeno nei periodi festivi. Certamente il colpo è stato duro, la ferita non si rimargina in fretta, il danno economico consistente e irrecuperabile. (l.c.)

Monesi di Mendatica vista da Piaggia negli anni duemila

Monesi anni 80, in primo piano l’albergo (chiuso da 20 anni) Il Capanno

 

 

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