La chiesa di San Martino e una Dormitio Virginis; un b&b con tanta storia e una cucina con qualche mistero; il Museo Etnografico racconta le storie di un intero paese.
di Ezio Marinoni

Ho scoperto il b&b Domo de Aste di Toirano per caso, beneficiando della abilità di mia moglie, che mi accompagna in questo viaggio, nelle ricerche sul web. Si cercava una camera sulla Riviera di Ponente, e ci ha colpito questa struttura. Grazie a una disdetta, si libera un appartamento nei giorni in cui devo spostarmi in Liguria, per partecipare alla rassegna letteraria e libraria di Peagna. Un altro caso? Chi lo sa… Sul sito della struttura si legge:
« Se verrete a farci visita potrete ammirare il nostro centro storico risalente all’XI secolo, le famose grotte visitate da migliaia di persone tutto l’anno, il museo etnografico con le sue numerose sale espositive riguardanti la vita degli abitanti del paese, le tradizioni contadine e i trascorsi storici, il Palazzo del Marchese, dove vivevano i Marchesi del Carretto e l’adiacente parco. I proprietari del palazzo mettono a disposizione dei graditi ospiti due camere da letto con bagno privato con doccia/vasca e servizi, due sale dove fare la prima colazione tutte predisposte con aria condizionata e nelle mattinate estive una grande terrazza affacciata sul giardino ottocentesco sempre adibita e organizzata per la prima colazione. Saranno messe a disposizione degli ospiti biancherie da letto pregiate, nel bagno si troveranno asciugamani in tessuti lavorati a mano e ricamati e per la prima colazione servizi e tovaglie di pregio e antiche manifatture.
La colazione internazionale con prodotti tipici viene servita dalle ore 8, 00 alle ore 10, 00. »
Ed è così che arrivo a Toirano in una calda mattina di settembre, per un breve soggiorno di tre notti e quattro giorni. L’estate non sta ancora finendo, il cambio climatico ci abitua a non riconoscerci più in una canzone di successo del 1985:« L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande: lo sai che non mi va »…
Un testo che narra la sensazione di malinconia provocata dalla fine dell’estate, stagione delle vacanze per eccellenza, mentre ora le estati sembrano non finire mai.
Il centro di Toirano è chiuso al traffico, uno scrigno da percorrere a piedi con gli occhi rivolti ai palazzi, alle diverse facciate: si può scoprire qualche lapide o la figura di Baccio Emanuele Maineri, il ricercatore del mitico “Buranco”.
Lasciamo l’auto in uno dei parcheggi ai margini del paese, dal quale già si delinea la fisionomia urbana. Prima di tutto, io voglio rivedere l’abitato medioevale, con la memoria di altri viaggi del passato, alcuni ricordi scolpiti dentro di me e altri che si sono sbiaditi per il trascorrere degli anni.

All’ingresso in paese, ci accoglie la chiesa medioevale di San Martino, un luogo che ha tanta storia, ed è giusto raccontarla, almeno in parte. L’arcipretura di Toirano è citata per la prima volta il 3 settembre 1235, in un atto di concessione di terre a tale Filippo della Marmoraira, la frase conclusiva del documento dichiara che è stato stilato «in castro Toirani in ecclesia Sancti Martini». Nel 1262 è indicato il «claustro Sancti Martini»: luogo dove alcuni toiranesi prestano giuramento di fedeltà al Vescovo Lanfranco di Albenga.
Il parroco Guglielmo Albessano è «archipresbitero ecclesie sancti martini de toyrano»: il 16 ottobre 1308 è delegato dal cardinale Napoleone di San Adriano, incaricato da Papa Bonifacio VIII, ad aggregare il monastero di San Pietro in Varatella alla Mensa Vescovile di Albenga, in quanto il monastero versa in cattive condizioni, ma questa è un’altra, affascinante, storia.
Nel secolo scorso, a seguito della demolizione della canonica, si recuperano sei parti di colonna in pietra di Finale, consistenti in due capitelli, che vengono lasciati nella zona della “Giostra” per i successivi cinquant’anni, durante i quali subiscono ulteriori danni e mutilazioni. Nel 2001 cinque dei sei blocchi vengono ricomposti all’ingresso del borgo, dove un tempo sorgeva la “Portassa”, la porta principale di accesso.
Sulla facciata, deperita e da tempo bisognosa di restauri, vedo la classica figura di San Martino a cavallo, nell’atto di dividere il mantello per farne dono a un povero, seminudo e seduto in basso.
Entro in chiesa. A destra dell’ingresso noto l’epigrafe in latino che ricorda il toiranese Giuseppe Collatto, trasferitosi in Spagna a Cadice, che ha istituito un legato perpetuo per messe da celebrarsi all’altare dell’Assunta.

Il fonte battesimale, del XVIII secolo, è giunto qui dalla soppressa chiesa genovese di Santa Sabina. Dell’originale rimane una sola citazione del 1622, con un pagamento a Vincenzo Mainero «per aver fatto delli lavori… e il fonte della Chiesa Parrocchiale».
Sull’altare maggiore, eseguito nel 1719 dal marmoraio genovese Carlo Giuseppe Stella, vi è un crocifisso processionale attribuito allo scultore Giovanni Battista Bissone, detto “il Veneziano“.
Il ciclo degli affreschi raffiguranti episodi e miracoli del santo di Tours, nella volta centrale, e il presbiterio sono di Gerolamo Graffigna, allievo di Nicolò Barabino, eseguiti nel 1892 -1893.
Nel lezioso coro ligneo, lo scudo contiene una lettera “M” parzialmente cancellata, iniziale di Maria Santissima, compatrona di Toirano; è ignota la motivazione del tentativo di cancellazione.
Lo storico toiranese Baccio Emanuele Maineri (Toirano, 21 agosto 1831 – Roma, 24 marzo 1899), nel suo ampio testo Ingaunia, riporta un oscuro fatto medievale. Dobbiamo tornare al Duecento: la parrocchiale di San Martino risulta il luogo dove si commina la scomunica all’abate benedettino Pagano: il Vescovo di Albenga, Lanfranco di Negro, gli vieta di ordinare monaci senza la sua autorizzazione e il parroco di Toirano, su incarico del Vescovo, pronuncia l’intimazione davanti al popolo qui riunito, leggendo la scomunica dell’abate il 4 maggio 1282.
Quasi dispiace lasciare le penombre e la frescura della chiesa, per iniziare la prima passeggiata toiranese. Passiamo davanti alla biblioteca intitolata a Baccio Emanuele Maineri, il campione della cultura locale, il cui busto saluta l’ingresso dei visitatori e dei lettori che vogliano prendere in prestito un libro.
Proseguiamo, senza una meta, per godere dell’ambiente: alti palazzi in stretti vicoli dal sapore medioevale, sovrastati da archi, sempre in attesa di una incursione saracena proveniente dal mare.

In uno di questi vicoli mi colpisce una deperita “Dormitio Mariae”, in una edicola votiva, in uno stile forse quattrocentesco. E che dire di un mascherone che guarda i passanti con sguardo torvo, come fosse a guardia di un segreto? Può darsi che in passato sia stato utilizzato come fontana, oggi è asciutto, monito a risparmiare acqua.
Ed ecco la seconda piazza, intitolata a G.B. Parodi, quella che anima la vita sociale e il divertimento del paese: vi affacciano un bar, la panetteria e un ristorante, fra case medievali a chiudere lo scenario e un tipico portico ligure a dare sfogo a un’altra stradina. Al suo termine, la piazza sbocca in una leggera curva, e risale verso la parte alta e più moderna dell’abitato.
Costeggiamo il Palazzo D’Aste – Del Carretto, che fra poco ci ospiterà, e si giunge di fronte all’Oratorio di San Giuseppe dove, in epoca medioevale, sorgeva la porta nord di accesso al borgo. Viene eretto dal capitano Giuseppe Polla, che fonda anche la prima scuola pubblica. In origine faceva parte degli edifici dell’Opera Pia, la cui gestione è affidata per tutto il Settecento ai Padri Scolopi, i principi della formazione e della cultura dei giovani. Aeriforme, si fa notare la cupola rivestita di ardesia.
La vita mattutina si muove intorno a noi, come in una vecchia pubblicità televisiva.
Torniamo al parcheggio e telefono alla proprietaria del b&b; in un attimo, Cecilia Pisano si manifesta come una eterea apparizione; prende una delle borse e ci precede verso il luogo dove dormiremo a partire da stanotte, nella sua dimora di famiglia. Si apre un antico portone, due rampe di scale imponenti, tipicamente liguri, portano all’appartamento padronale, il cui ingresso toglie il fiato: tutto sfavilla come nel più ricco museo, grazie all’amore con cui si sono mantenuti e conservati i saloni, gli arredi e le suppellettili. Cecilia è davvero la principessa di questo luogo incantato e presenta i locali con leggiadra signorilità.

La padrona di casa spiega che ha chiamato la struttura “Domo de Aste” in onore dei primi proprietari e costruttori, i Conte de Aste, che l’hanno posseduto per oltre due secoli, prima di una serie di passaggi di mano e lottizzazioni e ristrutturazioni non sempre felice, compresa la dispersione di beni e arredi contenuti. E il palazzo, in origine, era ben più ampio dell’attuale e formava una “L” ad allungarsi per tutta la piazza.
Al primo piano, Cecilia apre la porta di ingresso all’immobile. Il salone, nella parte comune per gli ospiti, è aulico, con il grande tavolo al centro e altri mobili e tappezzerie a creare un contorno nobiliare. Di fronte all’ingresso, una porta immette nel salone dei ricevimenti, che ha visto transitare anche ospiti illustri. Un secondo salottino è riservato a relax e studio per gli ospiti, i cui due appartamenti si aprono ai lati del salone d’ingresso.

Da perfetta padrona di casa, ci racconta qualche notizia sul palazzo. La porzione che oggi appartiene alla famiglia Pisano viene acquistata dai fratelli Garassini nei primi anni dell’Ottocento, direttamente dai Conti de Aste, mentre la restante proprietà del grande fabbricato passa ai Marchesi del Carretto, dai quali viene dismessa nel corso dei primi decenni del Novecento. L’ultimo Marchese a vivere a Toirano è Alfonso morto negli anni ‘60. L’unica parte conservata nello stile e negli arredi nella loro interezza è quella di proprietà della sua famiglia, che tuttora ci vive e ne ha promosso e seguito il restauro conservativo dal 2006 al 2010.
La sera, un aperitivo sulla piazza è un altro assaggio, in tutti i sensi. Il bar si chiama “Sciuscià e Sciurbì”, in una espressione ligure rivolta alla degustazione. Al momento di pagare, la titolare mi chiede se ci fermiamo qui tutto l’anno. Alla mia espressione sorpresa, dice che oggi ha lavorato quanto metà mese di agosto e ha finito tutto, ritiene che la nostra presenza le abbia portato fortuna.
Tutto può essere, in un paese di antri, Buranco da Cruxe e qualche strega…
Cecilia ci ha prenotato un tavolo a “Il portico – pizza e piccola cucina”, che prospetta sul vicolo con ringhiera della parte superiore della piazza.
La sera cambia i colori e l’aspetto del luogo: tutto si tinge di ombre, le forme si allungano in sagome meno distinte e l’occhio deve abituarsi a intuire gli impalpabili confini del buio. Un brusio sale dal livello sottostante della piazza, dove sono collocati altri tavoli. E la cena si rivela un’esperienza, gusti e aromi delicati prevalgono sugli alimenti, nella composizione dei piatti. La cima viene preparata dalla mamma di Antonella, la titolare, con una ricetta personale e ricerca accurata degli ingredienti. Una mamma famosa, Marisa Lanfranco, che ha presenziato più volte in programmi televisivi di cucina, proponendo i suoi piatti e ha collaborato a una importante pubblicazione ligure a tema culinario. Al termine, il delizioso vino d’arancio, servito insieme alle paste della panetteria e pasticceria Bogliorio situata di fronte, riconcilia i sensi con la vita. Incuriosito da questa prelibatezza. Chiedo notizie di questo vino ad Antonella. E lei accenna soltanto a una storia che risale alla zia che faceva entrare in casa sua soltanto l’8 ottobre, festa della Madonna del Rosario, e cucinava per tutti; e poi c’è una ricetta ritrovata in un baule che poteva essere stato di un marinaio, un uomo che aveva viaggiato in paesi esotici, come il cugino di una poesia di Cesare Pavese…
Scopro un mondo che non conoscevo, qualcosa che affascina la mente e i sensi ancora una volta, una storia dal sapore di secoli lontani, eppure è dell’altro ieri! Vien da pensare che Toirano sappia custodire e raccontare storie più di altri luoghi.
La notte al Domo de Aste è una pausa di pace e silenzio, dietro le ante accostate; i sogni fanno compagnia, come un dolce ondeggiare dei ricordi e delle emozioni.

La mattina dopo, la colazione avviene nel terrazzo al piano inferiore, con il giardino intorno. Cecilia ha messo in una scodella una abbondante porzione di fragole appena raccolte, prima di servirci il the e il caffè. Scambiare idee e impressioni con la padrona di casa, nella prima ora della giornata, fa sentire immersi a pieno in un palazzo che potrebbe raccontare libri di storia.
Il Museo Etnografico della Val Varatella nel 2019 è stato inserito nelle Giornate FAI d’Autunno.
Orlando Boccone è il conservatore del Museo, memoria storica della cultura artistica di Toirano, delle arti e professioni, degli antichi mestieri e delle tradizioni del territorio e del suo entroterra.
Cultore della storia e dell’arte, sovrintende con passione, impegno e dedizione alla conservazione del patrimonio culturale della città. Dipendente del Comune di Toirano, è studioso locale, storico e conservatore del Museo Etnografico della Val Varatella. Dopo gli studi superiori si è formato a Firenze con un corso universitario di quattro anni alla Nuova Accademia di Belle Arti, dove ha discusso una tesi sul libro antico. Fra le sue numerose pubblicazioni, possiamo ricordare: Quel fumo acre (1994), con Mario Cennamo; Santa Lucia. La grotta, l’eremo, le tradizioni (1997); La parrocchiale di S.Martino Vescovo di Toirano (2009).
Con il suo accompagnamento e la sua guida, la visita assume un aspetto diverso.
La collezione — circa tremila oggetti, interamente frutto di donazioni spontanee degli abitanti della Val Varatella — racconta le attività rurali, artigianali e domestiche che per secoli hanno scandito la vita del Ponente Ligure: dall’olivicoltura alla viticoltura, dalla lavorazione del ferro al costume tradizionale, dalla devozione popolare alla storia locale. In queste donazioni non c’è soltanto la gratuità; emerge il valore della storia e l’attaccamento a un luogo e alle sue tradizioni, che è compito nostro non disperdere in futuro.

Il progetto nasce negli Anni Ottanta grazie a un gruppo di volontari locali; dal 1997 il museo è stato riorganizzato e ampliato nella parte del palazzo dei Conti de Aste che è stata l’ultima dimora del già citato Marchese Alfonso Del Carretto.
Vediamo oggetti e attrezzi davvero particolari. Al piano terra, nella sezione olivicoltura, ad esempio, attrezzi dal XVII secolo, due frantoi ricostruiti e vasche di marmo di Carrara del 1606. Nella viticoltura, strumenti per potatura, pigiatura e torchiatura e due bottiglie sigillate del 1897 e 1899. Inoltre, un mantice del 1831 e un trapano a colonna di fine Ottocento. Riscopriamo il modo di lavorare di calzolai, falegnami e maniscalchi. Il piano terra si conclude con la ricostruzione di alcuni ambienti della tipica casa di Toirano. Un camino con cappa in ardesia fa bella mostra di sé al centro della sala, con forno e fornelli alimentati dalla brace. Tra gli oggetti della cucina ci sono mortai per il pesto e per la macinazione del sale e pepe.

Il primo piano del Museo è allestito nel “mezzanile”, gli ambienti di servizio del palazzo, dove ora si conservano abiti infantili e giocattoli antichi, insieme a oggetti devozionali come crocefissi in legno, stampe provenienti da santuari locali, ex-voto, mentre i cassoni conservano il corredo della sposa. Desta interesse la ricostruzione di una sala da pranzo ottocentesca, con soffitto dipinto e arredi d’epoca, un orologio a pendolo e stoviglie in ceramica; vediamo anche la camera da letto con il necessario per la pulizia personale. Troviamo notizie su chiese e monasteri e sulla Confraternita toiranese dei Disciplinanti, oltre a una grande quantità di oggetti di devozione popolare che ricordano una religiosità che non c’è più.
Tutto l’insieme è un salto all’indietro nel tempo, in un clima soffuso e rarefatto, in un sapiente gioco di luci e ombre. Quando usciamo dal palazzo, si ha l’impressione di tornare nel presente, dopo essere usciti da una macchina del tempo passato.
Questa è Toirano, fra magia e suggestioni, passato e presente.
Ezio Marinoni
Le foto di Toirano sono di Ezio Marinoni e di Cecilia Pisano.
Per gli interni del “Domo de Aste” si ringrazia la gentile concessione di Cecilia Pisano.
