7 aprile 1903. Nasce Fra Ginepro da Pompeiana, il cappuccino che ha confessato il duce.
di Ezio Marinoni
Nell’attuale clima di guerra crescente, a livello planetario, può tornare di attualità la figura di una frate cappuccino “combattente” sotto i labari fascisti: Fra Ginepro da Pompeiana. La sua figura è stata consegnata alla storia da un libretto postumo, stampato per la prima volta nel 1970, dall’emblematico titolo Ho confessato il duce. I testi che lo compongono li sono stati scritti durante un lungo peregrinare, di chiostro in chiostro, di convento in convento, nel dopoguerra, quando il religioso cercava di occultarsi, per scelta propria o per volontà dei superiori, rispetto a una memoria troppo recente che aveva insanguinato l’Italia.
Se ancora oggi, e soprattutto in Italia, può risultare un terreno minato dare giudizi su quella che è stata chiamata dallo storico Claudio Pavone “una guerra civile”, con un inquadramento ben più ampio che non si può trattare in poche parole, è altresì vero che i fondamentali di giustizia e libertà, nel nostro Paese, si stagliano netti già all’indomani dell’omicidio di Giacomo Matteotti: o con il fascismo o contro il fascismo. A mio avviso, la parte giusta è stata quella di chi, con tutti gli errori umani del difficilissimo momento contingente, ha scelto di avversare e combattere il fascismo, in nome della libertà che quel regime ha sempre più soffocato.
Torniamo a Fra Ginepro. Dopo un lungo oblio, Trucioli.it ha ricordato il religioso cappuccino (Trucioli Anno XIII, Numero 94 del 10 luglio 2025) in un articolo a firma di Gian Luigi Taboga: https://trucioli.it/2025/07/10/loano-il-mio-ricordo-di-fra-ginepro-lo-vivo-come-un-sogno-indelebile-incarcerato-dopo-il-25-aprile-trattato-come-un-criminale/
Quattro anni prima, Gian Luigi Bruzzone ne aveva steso un poetico percorso storico (Trucioli Anno IX, Numero 39 del 3 giugno 2021): https://trucioli.it/2021/06/03/liguria-ponentina-riti-di-religiosita-popolare-e-un-libro-anni-trenta-e-fra-ginepro-da-pompeiana-al-cospetto-di-mussolini-al-convento-di-loano/
Pompeiana è un piccolo Comune della Provincia di Imperia, nel tempo possesso dei Marchesi di Clavesana, dei Conti di Lengueglia e dei Marchesi Spinola, facente parte della Diocesi di Ventimiglia.
Il 7 aprile 1903, al fonte battesimale di Pompeiana è presentato e battezzato Antonio, che tutti chiameranno “Tugnolo“, all’interno della famiglia Conio, lavoranti in agricoltura. Quando la vocazione religiosa lo chiama, il suo nome sarà Fra Ginepro.
Nel 1935 parte, quale cappellano della Divisione Cosseria, per l’Africa Orientale Italiana, dove si distingue per il coraggio nell’assistenza spirituale verso i militari e la popolazione indigena, tanto da meritarsi gli elogi del vescovo dei cattolici di rito etiopico, Chidanè Marian Cassà.
Nel 1936 è salutato come un eroe dal foglio periodico del Santuario della Madonna del Boschetto di Camogli (Anno XXII, Novembre – Dicembre 1936 – XV – N. 11-12):”Benvenuto a Fra Ginepro. Il nostro illustre collaboratore, Fra Ginepro, cappuccino, volontario, è ritornato colla Divisione Cosseria, di cui è stato valoroso cappellano, dalla gloriosa impresa dell’Africa Orientale Italiana. Giungano al glorioso combattente le felicitazioni più cordiali dei nostri lettori i quali avranno occasione di circondarlo del loro omaggio deferente, in una prossima sua venuta al nostro Santuario.”
Non c’è bisogno di commentare le parole che un organo informativo, sia pure non ufficiale, della Chiesa, riserva a un francescano che ha scelto di benedire soldati, armi e labari che hanno compiuto stragi nella popolazione africana per dare un impero al loro duce romano. Il “valoroso cappellano” e la “gloriosa impresa dell’Africa Orientale Italiana” si commentano da soli, italiani brava gente.
Nel 1940, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Fra Ginepro è volontario in prima linea sul fronte francese, dove il 4 luglio celebra la Messa sulla piazza principale di Mentone. Veste sempre il saio (non indossa l’uniforme e raramente si toglie i sandali per sostituirli con gli scarponi).
Sul fronte greco è ferito mentre somministra i sacramenti a un soldato ellenico in fin di vita; fatto prigioniero, è rinchiuso nei campi di concentramento in India da cui, ammalato, viene rimpatriato come invalido.
Nel 1943 è collocato a riposo per le sue non buone condizioni di salute, ma lui sceglie di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana. In quel tragico biennio Fra Ginepro, il più famoso predicatore della R.S.I., assiste militari e civili, a volte impegnato a limitare lo spargimento di sangue fra connazionali, sempre dalla parte che lui ritiene giusta, invitando alla delezione e a passare con Salò.
Un esempio è emblematico. I parroci di Bussana e di Arma di Taggia vengono arrestati da militi fascisti e minacciati di deportazione se non rivelano i nomi dei resistenti a loro conoscenza. Fra Ginepro prova a sollecitarli alla delazione, ma i due religiosi reagiscono alle sue parole, si rifiutano e non tradiscono i resistenti
Su incarico diretto di Mussolini si reca in Germania per portare conforto ai prigionieri italiani nei lager e, al ritorno, alle loro famiglie, recando notizie dei congiunti detenuti.
Intrattiene lunghi colloqui privati con Mussolini, non solo di natura religiosa, che lo identificano come “il confessore del duce”.
Dopo il 25 aprile 1945 è arrestato per collaborazionismo col nemico invasore, per aver affermato che “la Patria è là dove si salva il suo onore”. L’arresto è effettuato da un reparto di partigiani, che trattiene Fra Ginepro per 24 ore, senza procurargli danni fisici, prima di consegnarlo alla Questura genovese. Rilasciato dopo dieci mesi, riprende una delle missioni che si è dato nei due anni precedenti: occuparsi dei morti fascisti.
Nel 1946, al momento della sua liberazione, Fra Ginepro escogita un pretesto per rimanere in carcere, a confortare e confessare gli altri detenuti. Contro la sua volontà, sarà assegnato, come cappellano, all’Ospedale Gaslini di Genova.
Per fronteggiare una campagna di stampa contro di lui, è nuovamente trasferito: questa volta a Siena; deve cambiare nome in Padre Pio e con questo pseudonimo appaiono i suoi primi libri. Anche tale scelta ci dice qualcosa sul suo carattere e sulla sua ispirazione di oratore.
Ritornato in Liguria, si dedica a scrivere la memoria dei caduti della Repubblica Sociale Italiana ed è tra i fautori e promotori della creazione del cimitero militare di Altare, in Provincia di Savona.
La sua predicazione non è più richiesta come un tempo: dopo la guerra nascono altre istanza, il patriottismo è fuori moda, offuscato anche dal ricordo della barbarie nazifascista.
Nel 1956 inizia l’ultimo decadimento fisico, per un morbo forse contratto in India. A gennaio 1957 viene trasportato d’urgenza all’Ospedale San Martino di Genova, in isolamento, colpito da encefalomacia con paralisi facciale destra e della lingua. Si rimette in parte, fra ricadute e nuovi ricoveri in ospedale, con lunghe degenze.
Durante i cinque anni d’infermità continua a scrivere e, quando non riesce di propria mano, detta a giovani frati il suo pensiero. Pubblica molti libri, esauriti e fuori commercio da tempo, non più ristampati. Poco prima di morire pone la parola “fine” al libro Martirologio Italico della Repubblica Sociale e si dichiara soddisfatto di quest’opera, alla quale ha lavorato per lungo tempo.
Fra Ginepro muore il 2 luglio 1962, all’età di 59 anni, all’ospedale di Santa Corona in Pietra Ligure, assistito dalla madre ottantaseienne. Viene sepolto nel convento di Loano, dove gli è stata dedicata anche una statua in bronzo.
Nel libro ‘Ho confessato il duce’ appare emblematico il capitolo V (da pagina 51 a pagina 61, edizione del 1988, a cura della Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana), nel quale Fra Ginepro ricorda nei dettagli come abbia preparato il suo “altare da campo” della campagne d’Africa al cospetto di Benito Mussolini, sul Lago di Garda. Ed è proprio qui che il giudizio della storia deve superare i sentimenti umani e le passioni del momento, per condannare senza appello i crimini storici, chi li ha compiuti e chi li ha favoriti e avallati.
E non vale, a salvarlo dal giudizio, il ricordo sentito e partecipato che fa di due cappellani e suoi commilitoni: don Edmondo De Amicis (Torino, 1885 – 1945), ucciso a pugnalate a Torino di fronte alla chiesa della Crocetta il 24 aprile 1945, e il domenicano padre Reginaldo Giuliani (Torino, 28 agosto 1887 – Passo Uarieu, Etiopia, 21 gennaio 1936), sepolto nella chiesa torinese di San Domenico.
Come segno di quei tempi, e anelito di giustizia, a lato della facciata della medesima chiesa, una lapide ricorda padre Giuseppe Girotti (Alba, 19 luglio 1905 – Dachau, 1° aprile 1945), domenicano anch’egli, vittima della cieca barbarie nazifascista che non dobbiamo dimenticare mai.
Ezio Marinoni
