Luoghi, persone, cose che sembravano dimenticati a volte si ripresentano ed evocano ricordi, vecchi problemi.Talvolta suscitano nuove preoccupazioni. E’ il caso della discarica di Ponticelli, ad Imperia.
di Filippo Maffeo

Sembrava tutto finito. Era stata sequestrata dalla magistratura nel 2010 e da quel momento non vi era stato alcuna attività di smaltimento dei rifiuti. Nel 2014 con un provvedimento di un Dirigente della Provincia di Imperia era stata dichiarata definitivamente chiusa.
Le discariche di rifiuti indifferenziati, come era quella di Ponticelli, anche se esaurite, costituiscono un non semplice problema ambientale. Devono essere monitorate con attenzione, anche dopo la cessazione dell’attività.
A ciò si aggiunge l’esigenza della “rinaturalizzaione”, vale a dire la necessità di restituire al luogo una dignità estetica ed ambientale, ripristinando per quanto possibile lo stato di natura o realizzando qualcosa di molto simile.
Di seguito i principali problemi ambientali legati a una discarica esaurita.
- Produzione di percolato
Il percolato è un liquido altamente inquinante che si forma quando l’acqua piovana filtra attraverso i rifiuti. In una discarica esaurita può:
- contaminare falde acquifere e corsi d’acqua
- trasportare metalli pesanti, composti organici, ammoniaca
- richiedere sistemi di raccolta e trattamento per molti anni
- Emissioni di biogas
Anche dopo la chiusura, la degradazione dei rifiuti organici produce biogas, composto soprattutto da metano e anidride carbonica. Rischi principali:
- effetto serra (il metano è molto più potente della CO₂)
- rischio di esplosioni o incendi se il gas si accumula
- cattivi odori e impatti sulla qualità dell’aria
- Instabilità del terreno
Il corpo della discarica continua a “muoversi” nel tempo:
- cedimenti differenziali
- frane superficiali
- difficoltà a riutilizzare l’area per edifici o infrastrutture
- Impatti su suolo ed ecosistemi
Una discarica esaurita può:
- alterare la qualità del suolo
- impedire la crescita di vegetazione naturale
- creare habitat degradati o contaminati
- favorire la presenza di specie infestanti
- Persistenza di sostanze inquinanti
Molti rifiuti rilasciano lentamente sostanze tossiche:
- metalli pesanti
- microplastiche
- composti organici persistenti.
Questi contaminanti possono diffondersi nel suolo e nelle acque per decenni.
Come si vede non sono questioni e problemi di lieve momento.
Per certi versi si può dire che una discarica esaurita è persino più pericolosa di una discarica controllata in esercizio, anche perché viene a mancare o a diminuire l’impegno del gestore a tenerla in buone condizioni proprio per la coltivazione quotidiana.
Ecco perché, dopo la chiusura, una discarica deve essere sottoposta ad un continuo ed attento monitoraggio
Una discarica esaurita richiede, in dettaglio:
- controllo del biogas
- monitoraggio delle acque sotterranee
- controllo ed esame delle acque del corpo recettore, se nelle vicinanze c’è un corso d’acqua e-o il mare
- manutenzione delle coperture impermeabili
- gestione del verde e delle infrastrutture
Rimane, infine l’Impatto paesaggistico e sociale
Infatti, anche chiusa, una discarica può:
- rappresentare un elemento di degrado visivo
- influire sul valore immobiliare delle aree vicine
- generare timori e diffidenza da parte della popolazione su possibili sversamenti di liquidi o di immissione nel ciclo della natura di sostanze non visibili ad occhio nudo.
Per tutti questi motivi la legge impone al concessionario della discarica una post gestione di 30 anni e l’obbligo di rinaturalizzare il sito, mediante un manto di copertura idoneo, denominato in gergo tecnico “capping”
Capping, ovvero materiali vari, distinti in quattro strati e la posa di un telo impermeabile, che hanno il fine di restituire al sito una dignità estetica e paesaggistica, di filtrare e convogliare le acque meteoriche, consolidare e stabilizzare gli accumuli ed impedire che le acque piovane penetrino e raggiungano i rifiuti accumulati ed in decomposizione, aumentando la quantità di percolato.
Una serie di attività post gestione che hanno un costo e non irrilevante. Per questo le amministrazioni pubbliche richiedono, usualmente attraverso una fideiussione bancaria, solide garanzie.
Per l’ex gestore, peraltro, non è un vero onere economico, perché ha già in tasca, e da tempo, il denaro necessario. Quando vengono definite le tariffe di conferimento, infatti, una voce riconosciuta di costo riguarda proprio le prevedibili spese di post gestione e di realizzazione del capping.
Nel caso di Ponticelli, a quanto si legge in testi ufficiali, la fideiussione per la post gestione era di circa 10 milioni di euro, un ammontare di tutto rispetto. Su fonti non ufficiali, ma attendibili, poi si legge che: “La Waste Recycling Imperia Srl di Massimo Ghilardi, attraverso la Provincia, stazione appaltante, ha inviato a dicembre alla Regione la documentazione per ottenere l’autorizzazione a seguito di Valutazione di impatto ambientale.
Dai documenti allegati alla richiesta, emerge che “il sito intermedio di valle Armea nel Comune di Sanremo, non sarà utilizzato come deposito intermedio di terre e rocce, come in precedenza richiesto, ma solo come area di cantiere per il deposito dei materiali necessari per l’approvvigionamento del cantiere”.
Le terre e rocce di scavo, in base al nuovo piano, saranno infatti destinate in via definitiva a Collette Ozotto, nell’ex discarica Ponticelli, nella cava Bergamasca di Ventimiglia e nella cava Pian del Bue di Cipressa.
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Per quanto riguarda l’ex discarica Ponticelli, “l’intervento riguarda la sistemazione finale dell’area precedentemente adibita a biocelle, mediante la realizzazione di una copertura superficiale finalizzata alla corretta gestione post-operativa del sito”. “Secondo quanto previsto nella documentazione progettuale approvata, il sito potrà ricevere circa 3.000 mc di materiale arido e circa 10.000 mc di materiale costituente lo strato finale di superficie. La zona di stesa sarà interessata dalla posa di pannelli fotovoltaici e relativa impiantistica, pertanto non si ritiene di dover costituire lo strato superficiale atto all’attecchimento di essenze vegetali (anzi, l’obiettivo è proprio quello di limitare lo sviluppo di arbusti/alberi in grado di produrre ombra sul campo)”. Dal sito del biodigestore di Colli a Taggia si prevede di inviare alla Ponticelli “circa 5.000 mc di terre e rocce da posare per lo strato superficiale del capping (spessore 1 m); circa 3.000 mc di terre e rocce vagliate con funzione drenante, da collocare negli strati inferiori. Totale complessivo circa 8.000 metri cubi. “
La fonte è attendibile considerata la firma di Andrea Pomati -giornalista professionista di lungo corso- e tenuto conto dell’uso del virgolettato. Non è pensabile che Pomati, quando ha scritto l’articolo da direttore responsabile di “IMPERIA POST”, il 5.1.2026, abbia inventato tutto persino il testo tra virgolette.
Si apprende così che:
1.Il capping di copertura a tutt’oggi non è stato realizzato, benché i cittadini lo avessero pagato attraverso i Comuni conferenti i rifiuti da prima del 2010, anno di cessazione dei conferimenti di rifiuti nella discarica.
2.Il capping, non dovrebbe essere realizzato secondo il progetto e che, siccome si vuole installare pannelli fotovoltaici, dovrebbe essere eliminato, testuale “lo strato superficiale atto all’attecchimento di essenze vegetali (anzi, l’obiettivo è proprio quello di limitare lo sviluppo di arbusti/alberi in grado di produrre ombra sul campo).
Due elementi di novità di notevole spessore.
- Primo elemento, certo,
Oggi, 22 gennaio 2026 non è ancora stato realizzato il capping. Eppure l’ex gestore e chi per lui ha in tasca i soldi per farlo, pagati dalla comunità, dal 2010 e, in massima parte, prima, via via che l’ex gestore incamerava i pagamenti delle tariffe previste, che, come si è detto, comprendevano anche le spese di capping e di post gestione.
Negli atti ufficiali della Provincia si legge che con il capping si deve procedere alla “rinaturalizzazione dei pendii con piantumazione delle essenze arboree, arbustive e l’inerbamento” e che “lo strato di copertura finale è stato autorizzato con P.D. n. M/25 del 4/02/2011, nel quale è stata stabilita la stratigrafia definitiva del pacchetto da realizzare sulle banche, sulle aree pianeggianti e sulle piste di servizio”.
Dal 2011, quindi, si sa che il capping andava realizzata in un modo ben preciso, con tanto di piantumazione di essenze arboree, arbustive e l’inerbamento.
Prima del 2020 non c’era un preciso termine normativo per l’esecuzione. Tutto era subordinato alla possibilità di farlo in funzione del consolidamento, nel tempo, della discarica.
Dal 2020 (D.Lgs. 36/2003 come modificato dal D.Lgs. 121/2020) è previsto un termine preciso: 6 anni dall’autorizzazione.
Ora, negli atti ufficiali non sono indicati elementi di fatto e tecnici che hanno impedito la realizzazione del manto di copertura negli anni successivi al 2011 e sino ad oggi. Comunque il sopraindicato decreto legislativo, con il termine di sei anni, è entrato in vigore il 27 settembre 2020 e, a tutt’oggi, il capping è ancora tutto da fare.
Per rispettare la legge rimangono otto mesi e qualche giorno.
Vale la pena di indicare, sintetizzando, come è perché il capping, il manto di copertura finale di una discarica, deve essere fatto. E’, infatti, un elemento essenziale, determinante, a tutela della salute e della sicurezza pubblica. Deve garantire impermeabilità, stabilità geotecnica, gestione delle acque e controllo delle emissioni. Deve, in buona sostanza, minimizzare o azzerare i danni potenziali derivanti da una discarica esaurita, elencati sopra nei punti da 1 a 5.
Il capping di una discarica esaurita deve essere realizzato seguendo una stratigrafia di materiali vari (multilayer) che garantisca impermeabilità, stabilità geotecnica, gestione delle acque e controllo delle emissioni, secondo quanto previsto dal D.Lgs. 36/2003 e successive modifiche.
In Italia, la normativa richiede in modo specifico, una copertura finale progettata per minimizzare infiltrazioni di acque meteoriche, favorirne il deflusso ed assicurare la stabilità dei pendii e la gestione post-operativa della discarica. Più in dettaglio, la copertura finale deve essere composta da quattro strati funzionali, ognuno con un ruolo specifico:
- Strato di regolarizzazione
- Serve a uniformare la superficie dei rifiuti assestati.
- Spessore variabile (30–50 cm).
- Materiale: terreno sciolto o misto.
- Funzione: creare una base stabile per gli strati superiori.
- Strato impermeabile (barriera di copertura)
- È l’elemento più importante per limitare l’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti.
- Può essere realizzato con:
- Argilla compattata (spessore tipico ≥ 50 cm)
- Geomembrana in HDPE
- Sistemi compositi (argilla + geomembrana)
- Deve garantire una permeabilità ≤ 10⁻⁹ m/s.
- Strato drenante
- Spessore tipico: 30–50 cm.
- Materiale: ghiaia o geocompositi drenanti.
- Funzione: raccogliere e convogliare le acque meteoriche verso i fossi perimetrali, evitando sovraccarichi idraulici sulla barriera impermeabile.
- Strato di copertura superficiale (terreno vegetale)
- Spessore: 1 m circa (variabile).
- Materiale: terreno vegetale idoneo alla crescita della vegetazione.
- Funzione: proteggere gli strati sottostanti, favorire l’evapotraspirazione e l’inserimento paesaggistico. Questo è il capping che doveva essere realizzato, questa la funzione, questa l’importanza.
Eppure non è stato ancora realizzato e la discarica esaurita ha dispiegato, dal 2010, tutti gli effetti negativi, in termini di produzione di percolato e di emissione di biogas e di inquinamento del suolo e delle acque circostanti, connessi alla mancanza del “cappotto” di protezione in superficie.
Le acque meteoriche, senza il capping, senza un telo impermeabilizzante si sono infilate liberamente nella “pancia” della discarica, aumentando senza dubbio alcuno le emissioni di percolato e di biogas (metano).
C’è da augurarsi che siano stati effettuati controlli e monitoraggi costanti, nei terreni circostanti e nei corsi d’acqua, in particolare nel Rio Inferno e, soprattutto, nello specchio di mare immediatamente a valle, dove l’acqua è aperta alla balneazione (Marina degli Aregai).
- Secondo elemento, fondato solo su fonti giornalistiche, forse incomplete:
Il manto di copertura non sarà realizzato secondo le prescrizioni iniziali. C’è qualcuno che quel manto non lo vuole fare come prescritto.
E perché mai?
Perché gli alberi fanno ombra, o meglio, fanno ombra ai pannelli che si vuole installare sulla superficie dell’ex discarica.
E’ un dato di comune esperienza che gli alberi -scelti con cura per non danneggiare il manto impermeabilizzante- con le loro estese radici, formano un reticolo superficiale, che consolida e stabilizza il terreno e previene le frane o ne riduce l’estensione e gli effetti dannosi.
Rimane, poi, quanto ala rinaturalizzazione con alberi ed arbusti e manto erboso, l’aspetto paesaggistico ambientale, che, forse, è trascurabile per un imprenditore in cerca di profitto, ma non lo è per la comunità e per gli Enti che la rappresentano, in particolare in zone turistiche.
Come si è detto, per espressa disposizione normativa (oltre che per le prescrizioni imposte nel 2011 dalla Provincia) lo strato finale deve essere composto da terreno vegetale idoneo alla crescita della vegetazione, con la funzione di proteggere gli strati sottostanti, favorire l’evapotraspirazione e l’inserimento paesaggistico.
Eppure si vuole eliminare, “lo strato superficiale atto all’attecchimento di essenze vegetali (anzi, l’obiettivo è proprio quello di limitare lo sviluppo di arbusti/alberi in grado di produrre ombra sul campo), secondo quanto si legge nell’articolo di Andrea Pionati in data 5.1.2026, già citato, attendile anche perché sono allegati documenti e cartografie.
Gli alberi, si legge -giova ripeterlo- non vanno piantati e deve, addirittura, essere eliminato lo strato superficiale atto all’attecchimento di “essenze” vegetali, in difformità dalle prescrizioni legislative ed amministrative.
E’ un aspetto che va verificato ed approfondito, con l’eventualità che il giornalista possa avere male interpretato gli atti e che il capping venga, invece, realizzato secondo le iniziali previsioni e prescrizioni.
Ciò che sorprende – sempre che l’articolo non sia impreciso sul punto- , inoltre, è che la “comunicazione” di modifica del capping sia evidenziata, in sede di istanza alla Regione Liguria, da parte di Waste Recycling Imperia Srl, per l’autorizzazione alla discarica a Ponticelli delle terre di scavo per la costruzione del biodigestore in località Colli di Arma di Taggia.
Si chiede di essere autorizzati a scaricare, ad abbancare, rifiuti speciali (tali sono le terre di scavo) in una ex discarico, per realizzare un capping e nel contempo si evidenzia (perché?) che il capping non verrà realizzato secondo i provvedimenti autorizzativi.
Tra l’altro la Waste Recycling Imperia Srl, che vuole costruire un biodigestore a Taggia, che vuole portare le terre di scavo, in parte, ad Imperia-Ponticelli, non ha, formalmente, nulla a che fare con la post gestione della discarica, che compete a E Puntouno s.r.l., che è subentrata alla struttura commissariale fallimentare di Aimeri Ambiente s.r.l., avendo acquistato il sito, accollandosi l’onere della post gestione, al prezzo, di un euro, si legge su La Stampa del 7.3.2025.
Perché Waste Recycling Imperia Srl dovrebbe mai occuparsi di come verrà realizzato il capping della discarica, onere che incombe solo su E Puntouno s.r.l.?
O è un qui pro quo, ben possibile, del giornalista oppure c’è un motivo diverso, che ora è difficile individuare.
Nei limiti delle nostre piccolissime possibilità ci sforzeremo di approfondire e capire.
Così come cercheremo di capire quali garanzie ha fornito, subentrando, la E Puntouno s.r.l. per la post gestione della discarica ed eventuali nuovi interventi e se le eventuali fideiussioni esistenti siano state o no escusse in tutto o in parte e se siano tuttora efficaci. Soprattutto cercheremo di capire in particolare, se l’ambiente, la salute e la sicurezza pubblica siano, siano stati, sino ad ora, e saranno tutelati.
Filippo Maffeo
