Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Ugo Foscolo in Liguria: soldato, poeta e amante


A circa vent’anni, quasi all’inizio di quella che lui stesso definirà una vita raminga, Ugo Foscolo è per alcuni mesi a Genova, come soldato dei Cacciatori a cavallo, per partecipare con il suo battaglione alla difesa della città, stretta fra l’assedio degli Austriaci e il blocco navale del porto da parte degli Inglesi.

di Tiziano Franzi

M. Saponaro, Vita amorosa ed eroica di Foscolo, Mondadori,Milano, 1944

A Genova- Gli anni tra il 1797 e il 1800 furono molto importanti per la maturazione umana e politica di Ugo Foscolo ed è anche il periodo più misterioso della sua vita, perché sono scarsi i documenti , anche autografi, che ne parlano.

Scrive lo storico letterario Michele Saponaro: «Anni decisivi per il Foscolo furono quelli tra Campoformio e Genova. Anni agitatissimi, intensi, un po’ convulsi, ricchi di esperienze di ogni sorta, letterarie e politiche, di pensiero e di cuore. Quella forza ignota e violenta, che spinge gli uomini al mondo e al sole, cacciava il giovinetto zacintio di terra in terra, a viver la vita in uno stato di febbrile esaltazione. Il presentimento della sua singolarità, della su superiorità gli diventava coscienza. Seppe di essere diverso dagli uomini della sua generazione. Non si riconosceva negli altri, e però non credeva che gli altri potessero conoscere se medesimi in lui. Soprattutto i rigori e la libertà insieme della vita militare contribuirono alla formazione del suo carattere, ne cementarono gli elementi . Il bivacco che era una cosa diversa dalla scuola, dal caffè, dall’alcova, dal comizio, costruì l’uomo e disciplinò l’artista»

Lasciata Venezia con disprezzo verso il traditore Napoleone Bonaparte, nel maggio 1798 Foscolo era a Bologna impegnato in una duplice attività: letteraria (prima stesura delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis“) e militare (armare una ‘Guardia nazionale’ contro l’incombente pericolo straniero e la reazione popolare anti-giacobina).

Frattanto Genova accoglieva i profughi e i giacobini fuggiaschi, ponendosi come unica città organizzata anche militarmente contro l’avanzata degli austriaci. La popolazione genovese era divisa in due fazioni: c’era un gruppo di fanatici della rivoluzione, esaltato e violento perché si sentiva protetto dalle armi francesi, che comprendeva poche persone; invece la maggioranza del popolo, dopo gli entusiasmi dei primi giorni, accortasi che i cosiddetti “liberatori” francesi si erano ben presto trasformati in “padroni rapaci”, ne diffidava sempre di più, in particolare la nobiltà e la borghesia, che subivano quotidianamente requisizioni e tagli in ogni attività. Così i genovesi erano sempre più incerti sul loro futuro, mentre il cibo cominciava a scarseggiare.

Il malcontento generale cresceva contro gli stessi militari . Significativo, a tale proposito, è l’ordine del generale francese in capo, pubblicato sulla ‘Gazzetta Nazionale della Liguria’ il 13 luglio 1799 «…che debbano fra due giorni sortire da Genova tutti quei militari francesi, o impiegati nell’Armata, che non sono obbligati a soggiornarvi dalla natura delle loro funzioni, come pure tutte le donne indicate dalle leggi sotto la denominazione di donne inutili, ed ogni francese non militare e non incaricato di alcuna missione nell’Armata e non provveduto di una permissione o passaporto, firmato dall’incaricato d’affari in Francia

Pagina della Gazzetta Nazionale della Liguria

Arruolatosi a Bologna nella Guardia Nazionale della Repubblica Cisalpina, Foscolo aveva già combattuto insieme alle truppe francesi (quelle che si sarebbero poi chiamate ‘Grande Armata’) e ferito a una gamba nella battaglia di Cento (presso Ferrara), arrestato dagli austriaci durante la fuga e liberato a Modena dalle truppe di MacDonald, partecipando in seguito alla battaglia della Trebbia e ad altri scontri.

Fu proprio con tali truppe che, per via terra, giunse a Genova, dove ebbe presto incarichi militari e partecipò ad azioni armate per la difesa della linea francese di vetta dell’Appennino ligure.

«Mesi duri per l’Italia e per Genova specialmente l’inverno e la primavera del 1800. Sotto il pretesto di ristabilire la religione cattolica, il pio esercito austriaco, in mescolanza con Russi, Inglesi e Turchi aveva nuovamente invaso la penisola. Travolto dal terrore, il governo cisalpino fuggiva di là dalle Alpi ricoverandosi sotto le ali della Francia . Quelli che non disperavano ancora della salute della patria si richiudono in Genova con la guarnigione francese di Massena. Nove mesi di epidemie e fame. Foscolo rifiutò il rifugio in Francia . A dicembre parte delle truppe ebbero ordine di ripartire di là dalle Alpi e Foscolo con essi, insieme col fratello Giovanni Dionigi . Fu un duro cammino attraverso le Alpi marittime sotto l’imperversare delle bufere e dell’artiglieria austriaca discesa da Cuneo. A Nizza doveva essere una breve sosta di otto giorni ma fu il bivacco di tre mesi. Il dolce inverno della Riviera divenne un inferno per i profughi sprovveduti di vitto, pane e ricovero. L’epidemia falciava a centinai ogni giorno quelle giovani vite di soldati. Tra l’incertezza del domani e i pericoli presenti non si intravedeva via di salvezza. Championnet moriva: i due Foscolo furono in fin di vita. O meglio conobbero, i pericoli, le ansie, le angustie della battaglia e della fame in quella inospitalità e quel disprezzo” unica ricompensa che gli italiani ricevono sul suolo francese”.

Genova era ancora l’Italia. Fu accontentato. Il generale Oudinot lo autorizzò a tornare, addetto come ufficiale corrispondente presso l’aiutante generale Fantuzzi che lo proteggeva. Ripartì il 12 Marzo su una tartana , unico viatico portando con sé un panciotto di lana che una donna innamorata gli donò e un bacio della bocca bella, nell’ora del commiato .

Si comportò da buon soldato, pronto nei combattimenti, nello spirito di sacrificio, nella solidarietà con gli inferiori. Divise il loro pane e il loro giaciglio. Teneva concioni per incurargli alla resistenza. Contro gli incerti, i pavidi, i sospetti di patteggiamento con l’Austria, volle la resistenza a ogni costo. Scrisse una bella pagina soldantesca. Rinunziò a ogni privilegio dovuto al suo grado. Il dottor Rasori, suo compagno a Milano e ora medico d’armata, lo vide cibarsi di solo pane e latte più giorni di seguito. Corteggiava le belle dame, aveva preso gusto agli agi, conosceva il potere del vestire elegante, ma non soffriva ora a passare le dure notti nel bivacco dividendo la razione e il mantello con chi aveva più di lui fame e freddo. Non lo vedevano i compagni né in osteria, né in altri ritrovi. Si era imposta una dura regola

Poeta-soldato- Durante la sua permanenza a Genova Foscolo porta avanti, parallelamente al suo ruolo di tenente quella di scrittore, in due direzioni: prosecuzione dei lavori già avviati in precedenza e composizione di nuove opere insieme alla sporadica collaborazione con alcuni giornali locali.

Egli riprende l’ode aA Bonaparte liberatore” di due anni prima e il 26 novembre 1799 la ripubblica aggiungendovi una premessa nella quale esortava Napoleone a non diventare un tiranno, e modificando l’ottava strofa, per affermare con chiara coscienza l’idea dell’unità d’Italia quale erede di Roma antica,.come prova della sua fede in Bonaparte e come monito affinché egli, rinnovando le imprese militare che gli avevano dato gloria, in più desse libertà all’Italia. Con questo Foscolo mostrava il proprio perdono per l’offesa di Campoformio e sollecitava il Generale a prendersi a cuore le sorti dell’Italia, proprio in una momento in cui la sconfitta su più fronti si accaniva a danno dei francesi.

Copia della seconda edizione dell’ode “A Bonaparte liberatore”

Prosegue nella scrittura delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis“, che già aveva pubblicato in parte (prime quarantacinque lettere) nel settembre 1798 quando si trovava a Bologna, aggiungendo tra le altre la “Lettera da Ventimiglia” che pubblicherà in edizione definitiva nel 1802.

Edizione delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” del 1802

Tra ristrettezze e salotti- L’esperienza genovese fu per il poeta ricca di esperienze anche contrastanti, fra le ristrettezze della vita militare (il cui vitto era spesso costituito dalla sola cicoria cucinata in tutti i modi possibili), in una città che sempre più soffriva per mancanza di cibo, e la partecipazione alle riunioni nei salotti mondani della città dove non mancavano le occasioni per incontri galanti, balli, divertimenti, feste.

Ha ventuno anni, di bell’aspetto, già in parte famoso per i suoi componimenti, ricco di esperienze in altre città d’Italia, abile conversatore e galante corteggiatore: tutti elementi per fare di lui un uomo affascinante e ricercato da donne e uomini di quella aristocrazia genovese che, quasi indifferente a ciò che accadeva in città, si chiudeva sempre più in se stessa ad affermare e difendere i propri privilegi.

Particolare rilievo ebbe la lussuosa festa organizzata dal cittadino Imperiale (che aveva abbandonato il titolo di principe di Sant’angelo per schierarsi con i democratici) nella sua villa di Campi.

Villa Imperiale occupava un ampio tratto del pendio degradante della collina, verso il greto del Polcevera. Intorno al palazzotto, leggermente rialzato, c’erano filari di alberi e giardini, ninfei con statue e giochi d’acqua e, nella parte posteriore, orti, vigne, campi coltivati.

Fu probabilmente in quell’occasione (ma mancano documenti certi) che Foscolo vide per la prima volta la marchesa Luigia Pallavicini, destinataria della sua celebre ode. La cronaca riporta che i più noti poeti locali, come Francesco Petracchi e Francesco Gianni, declamarono alcuni dei loro versi e anche Foscolo ripropose una parte dell’Ode a Bonaparte liberatore , composta a Venezia nel 1797 , modificata e ripubblicata a Genova nel novembre 1799 presso la stamperia Frugoni.

L’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo su la marina di Sestri- La giovane marchesa Luigia Pallavicini, originaria di Varese Ligure, era venuta ad abitare a Genova con il marito, più anziano di lei, e, sentendosi da lui trascurata, frequentava i salotti bene della città dove riscuoteva l’ammirazione di tutti per la sua bellezza e si dedicava con notevole profitto all’equitazione.

Il fatto che ne segnò l’esistenza per gli anni a seguire fu una drammatica caduta da cavallo.

Un certo barone Thébault che si trovava a Genova nel giugno 1799, temendo i rovesci militari dei francesi e avendo deciso per questo di anticipare la sua partenza per l’estero, vendette ciò che possedeva, compresi i suoi cavalli: fra questi un bellissimo esemplare di razza araba. La Pallavicini, informata di ciò, volle averlo e mandò a prenderlo per provarlo. Il barone inviò alla marchesa un biglietto in cui la avvertiva dei pericoli a cui andava incontro, data la natura molto focosa dell’animale, che già aveva messo a dura prova se stesso e gli stallieri. La marchesa rispose ringraziandolo delle sue premure, ma dichiarò di non avere paura di nessun cavallo, da abile amazzone qual era. Ricevuto dunque il cavallo, già bardato e sellato, vi montò con destrezza e cominciò la sua corsa, passando rapidamente dal troppo al galoppo. Improvvisamente il cavallo si imbizzarrì, si alzò sulle zampe posteriori e disarcionò la donna, che, dopo avere fatto in tempo a slacciare la cintura che la legava alla sella, cadde rovinosamente a terra, provocandosi contusioni e ferite ma, soprattutto, battendo con violenza il viso su un sasso e provocandosi così uno squarcio sulla guancia sinistra dalla bocca all’occhio; soltanto la prontezza di girarsi su se stessa per evitare gli zoccoli dell’animale ne evitò la morte. «Il cavallo, liberato dell’amazzone, sgambettò a lungo poco oltre e alla fine, represso con mille difficoltà, u ricondotto a sera al Thiébault, il quale spiacentissimo della disgrazia, si liberò altrimenti di esso e potè imbarcarsi per Tolone

L’incidente fu gravissimo: le cronache dell’epoca riferiscono, oltre allo squarcio sula guancia, di profonde ferite alle labbra (che furono ricucite), della perdita di alcuni denti e dello scalpo della fronte, tanto che si diceva che dovette indossare una calotta d’argento. Fatto sta che per il resto della sua vita la marchesa rimase irrimediabilmente sfregiata e che da quel giorno in poi si presentò in pubblico sempre pesantemente velata di nero.

Ugo Foscolo non era ancora a Genova al momento dell’incidente ed ebbe occasione di conoscere la marchesa Pallavicini tempo dopo, durante una fesa a palazzo Imperiale. Rimase comunque impressionato del racconto che gliene fecero gli amici e a lei dedicò un componimento divenuto famoso: l’0de “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo su la marina di Sestri” (vedi Appendice pag….)

Per molto tempo la donna diradò gli incontri e gli impegni, conducendo una vita riservata nella casa genovese e nella villa di Pegli, confortata dai pochi amici, quelli sinceri, che le erano rimasti.

Presunto ritratto di Luigia Pallavicini, quadro ad olio di anonimo conservato presso la Galleria d’arte moderna (Genova)

Come già detto, l’incontro tra Foscolo e Luigia Pallavicini avvenne mesi dopo l’incidente, probabilmente durante la festa privata a villa Imperiale , quando già la marchesa aveva ripreso a frequentare – seppur con minore frequenza rispetto a prima – i salotti mondani. Il poeta già conosceva i trascorsi della dama e, in particolare, la dolorosa caduta da cavallo che ne aveva per sempre compromesso la bellezza esteriore. E proprio sulla “bellezza” il poeta riflette nel suo componimento. Il tragico evento ispira il poeta a tracciare nei suoi versi l’idealità della bellezza femminile, rendendola eterna, a dispetto della natura che invece l’ha deturpata.

Non esistono scritti in cui si parli di una relazione diretta tra il focoso poeta e la nobildonna: quindi il componimento – secondo le regole del tempo- non è altro che l’idealizzazione dell’Amore, del sentimento che il poeta vuole porre al di sopra delle sventure terrene: l’amore, insieme alla bellezza ed alla libertà sono ideali che non cedono a qualsiasi destino avverso.

Alcuni autori hanno ipotizzato un’amicizia, un rapporto più stretto della semplice conoscenza fra il poeta e la marchesa, ma di tutto questo non ci sono accenni in nessuno degli scritti di Foscolo. Nei mesi del suo primo soggiorno a Genova il poeta aveva ripreso a scrivere, alternando la prosecuzione del suo romanzo epistolare alla collaborazione con alcuni giornali locali, alla ristesura dell’ode “A Bonaparte liberatore“. Ma in questi componimenti mancava l’elemento ideale, che nella poetica di Foscolo ha sempre avuto un ruolo significativo. L’incontro con Luigia Pallavicini lo ispirò in tal senso e iniziò a comporre una lunga ode in suo onore, in cui la marchesa con la sua drammatica vicenda, è lo spunto, la motivazione contingente e concreta per una esaltazione della Bellezza come ideale supremo contro il quale, talvolta, la natura si accanisce.

La lunga ode (vedi testo completo e parafrasi in Appendice,a pag….) fu pubblicata per la prima volta all’interno della raccolta di poesie “Omaggio a Luigia Pallavicini”, edito nell’anno VIII (settembre 1799 – settembre 1800), probabilmente nella primavera del 1800, presso la Stamperia Frugoni a Genova. Successivamente l’ode compare, con notevoli correzioni, nelle edizioni di”Poesie“pubblicate a Pisa e a Milano.

L’opuscolo “Omaggio a Luigia Pallavicini” dove fu pubblicata per la prima volta l’ode di Foscolo

Foto 005bis L’opuscolo “Omaggio a Luigia Pallavicini” dove fu pubblicata per la prima volta l’ode di Foscolo

Il tema principale dell’ode è la bellezza: un miracolo che di tanto in tanto appare sulla terra. Ecco allora la volontà di inserirla in un mito, così da renderla immortale. Il componimento consta di diciotto strofe di sei settenari, il secondo e il quarto sdruccioli e gli ultimi due a rima baciata. La poesia è divisa in tre parti: nelle prime sei strofe vengono rievocati momenti gioiosi della vita della dama prima dell’incidente; segue una strofa di raccordo in cui viene deplorata la scelta della marchesa di dedicarsi a un’attività virile come l’equitazione; viene poi descritto, fino alla tredicesima strofa, l’incidente e nella conclusione il poeta augura alla donna la guarigione e il ritorno all’antica bellezza.

L’ode è impreziosita da riferimenti mitologici e da una lingua tendente al sublime, intessuta di figure retoriche e di scelte lessicali particolarmente ricercate.

Il componimento fu molto gradito alla nobildonna e infatti serbò riconoscenza all’ardente poeta: « anche negli anni della vecchiezza gradiva che nelle scuole fosse proposta allo studio dei giovinetti l’Ode per lei dettata, volentieri accogliendo nella sua casa i più valenti nel declamarla, facendoli segno a dimostrazioni di schietta cortesia » [L.T. Belgrano]

Ferito in battaglia- Durante il suo servizio militare, prima con il grado di tenente e poi di capitano, Ugo Foscolo fu ferito due volte, la prima a Cento (vicino a Ferrara) e la seconda sulle alture di Genova; in entrambi i casi a una gamba a causa di una sciabolata che, fortunatamente, lo colpì in modo non gravissimo

Verso la fine del mese Foscolo è inviato ai forti dei Due Fratelli con tutto il 97° fanteria, dove prende parte allo scontro senza risparmiarsi, finché viene ferito a una gamba.

«Ritirandosi da Coronata a Rivarolo, per la difesa propria e per salvare il cadavere del suo generale e amico, Foscolo combattè accanitamente, finché un colpo di sciabola a una coscia non lo mette fuori lotta.» Informato dell’incidente, il principe milanese Alessandro Trivulzio, aiutante dello stato maggiore di Massena, andò sul posto e provvide a farlo alloggiare nei pressi. Foscolo venne ospitato per alcune ore in un collegio – forse delle Scuole Pie- ma si lamentò di tale sistemazione e scrisse pertanto a Trivulzio che gli rispose: «Ora che so il vostro desiderio, manderò di nuovo il Comitato Militare per avere il vostro alloggio nella stessa locanda ove io mi trovo.». Così fu trasferito nella stessa locanda dove alloggiava il principe, al centro della città, non molto lontano dal quartier generale di Massena che si trovava in piazza S. Domenico (ora piazza De Ferrari), nel Palazzo Doria. La ferita, poco sopra il ginocchio, per fortuna, non risultò grave perché la lama non era penetrata in profondità. Così, ricevute le cure necessarie, dopo alcuni giorni di riposo, con la coscia ancora bendata, Foscolo riprese presto servizio; Genova infatti sembrava allo stremo della resistenza.

Da Genova a Ventimiglia- Ugo Foscolo, in qualità di ufficiale del corpo dei Cavalieri della Repubblica Cisalpina aggregato alla Grande Armata francese viaggiò due volte in poche mesi da Genova verso la Francia: la prima in missione militare a Nizza e Ventimiglia, la secondo dopo la resa di Genova.

Nel dicembre 1799 Foscolo ricevette l’incarico di andare a Nizza per accertarsi di persona quanto fosse possibile l’arrivo via mare di Napoleone e delle sue truppe a conclusione della Campagna d’Egitto, per prendere così gli Austriaci alle spalle, da ponente.

La richiesta della sua presenza era stata fatta dal generale Fantuzzi che stimava Foscolo come uomo e come militare. Ugo accettò e decise di portare con sé il fratello minore Gian Dionisio (Giovanni Dionigi) più giovane di lui e anch’egli ufficiale di cavalleria: quello stresso che di lì a pochi anni (1822) si suiciderà per l’ infamante accusa di non avere restituito il prestito che aveva ricevuto, forse perché assillato dai debiti di gioco, e al quale il fratello dedicherà il sonetto “In morte del fratello Giovanni“.

Ne abbiamo notizia in una lettera che il poeta scrisse al capitano del Genio C. Sicuro, dove parla del suo soggiorno a Pietra Ligure, durato qualche settimana, per riposare dalle fatiche del viaggio. In essa scrive : « «….io sono rimasto alla 4e divisione come Capitano Aggiunto allo Stato Maggiore del generale Gazan. […] sono stato ferito di un colpo di spada presso il ginocchio, non sono affatto guarito, ma pochi giorni di riposo e di cura mi ristabiliranno pienamente. Che fai tu frattanto? Ho chiesto di te a Finale nell’antico tuo alloggio, ma non ne ho saputo novella. Incerto del mio destino vorrei baciarti e abbracciarti, e ringrazianti della tua vera, schietta, benefica amicizia, o almeno se ciò mi è conteso, sapere se tu vivi e domandarti tue nuove.

Suchet è di là da Albizzola; Savona è bloccata. Di Bonaparte si narra miracoli; tu saprai qualche cosa di più preciso. Scrivimi dunque- Eccoti l’indirizzo: Au Citoyen Hugues Foscolo

Cap.n adjoint a l’E’tat Major de la 4e division sous les ordres di General Gazan- Service Militaire- a la Pietra 21 pratile a.8. Non sappiamo ancora la nostra destinazione. Il tuo amico FOSCOLO»

Si trattava di un viaggio di perlustrazione a scopo militare, di una missione speciale che, come tale, doveva essere tenuta segreta. Per questo egli scelse di percorrere dapprima la strada costiera, poi quella di cornice o di mezza costa, molto meno frequentata dai viandanti perché più lunga, tortuosa e in condizioni di scarsa sicurezza e che quindi presentava minori possibilità di essere individuato e segnalato.

Della tratta finale del viaggio, quella del passaggio del confine italo-francese nei pressi di Ventimiglia, ci sono riferimenti nella “Lettera da Ventimiglia” (vedi Appendice pag…..) nel romanzo epistolare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis“. In realtà tutto il romanzo è giocato sulla sovrapposizione tra la figura di Jacopo e quella di Foscolo: l‘opera rappresenta infatti la testimonianza degli stati d’animo di Foscolo prima e dopo l’avvento di Napoleone, trasferiti nella figura di Jacopo, nelle sue osservazioni, considerazioni, sentimenti e ideali.

Nella lettera Foscolo descrive un ambiente invernale: le piogge di fine ’99 e dei primi mesi del nuovo secolo, con fenomeni alluvionali, sono fotografati nel quadro ambientale di Ventimiglia e delle terre circonvicine.

Sull’esatto tragitto compiuto dai fratelli Ugo e Dionigi, poi romanzato in quello di Jacopo, ci sono pareri difformi tra gli storici. Di certo c’è che i due percorrono strade e sentieri di alta collina e talvolta di montagna e che, quando arrivano in prossimità del fiume Roia che segna il confine nei pressi di Ventimiglia, essi lo osservano dall’alto, prima di scendere e oltrepassarlo presso la sua foce

Il Roia (o Roja, in francese Roya), è tra i pochi corsi d’acqua liguri cui può essere attribuita la definizione di “fiume” , essendo di ampia portata e duratura per l’intero anno. Esso nasce dalle Alpi Marittime in territorio francese dal Colle di Tenda (1908 slm) e sfocia con il suo estuario presso Ventimiglia, dividendone il centro della città.

Probabilmente l’itinerario procedette lungo la via costiera fino a Bordighera e da lì seguendo la via interna a mezza costa per salire fino ai dintorni di Dolceacqua e poi ridiscendere per l’attraversamento del fiume e il raggiungimento di Nizza.

Nella parte della lettera in cui Jacopo descrive ciò che osserva dall’alto, annota: «La giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi
Lo stile è enfatico, come era in uso nel periodo preromantico in cui Foscolo scrive e si fa perfino drammatico nel suo passo finale.

Jacopo/Foscolo tra il 18 e il 19 febbraio 1800 si trova sull’altura delle Maure e contempla le acque in piena
del Roia, per poi raggiungere il ponte medievale, distrutto in seguito da una piena del fiume e di cui oggi si vedono pochi resti al fianco sud dell’attuale ponte stradale e pedonale.

Ponte medievale sul Roia

Ugo Foscolo era giunto a Siestro (areale di Maure/Maule) e alle Maure lungo sentieri di altura «fra aspre montagne»; dice anche che su quei monti vi sono «molte croci che segnano il sito dei viandanti assassinati»: tale preromantica
espressione non corrisponde al vero sia perché non era consuetudine dell’epoca eseguire sepolture in quei luoghi e in quelle forme, sia per il fatto che nessun notaio aveva mai registrato nulla di simile in alcuna circostanza. Quelle che vide il poeta, probabilmente, erano le croci disposte verso gli ultimi anni del ‘600 per dirimere le controversie di confine tra Ventimiglia e i vicini borghi rurali.

La lettera, che fa parte delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis“, è importante non soltanto per ritrovare nel testo i numerosi riferimenti biografici al viaggio di Foscolo verso la Francia, ma anche perché in essa sono presenti alcuni elementi fondamentali per comprendere la poetica dell’autore.

Scritta durante il soggiorno del protagonista, Jacopo, a Ventimiglia, questa lettera rappresenta un momento chiave per il romanzo e riflette uno dei temi centrali dell’opera: la perdita della patria e il senso di tradimento nei confronti dell’Italia a seguito del trattato di Campoformio, con cui Napoleone aveva ceduto Venezia all’Austria. L’autore trasferisce questo sentimento di disillusione politica nel personaggio di Jacopo Ortis, che esprime in questa lettera tutta la sua amarezza e il suo senso di sconfitta.

Jacopo si rivolge all’amico Lorenzo e descrive con parole accorate il paesaggio italiano, un paesaggio meraviglioso che però diventa per lui simbolo della triste condizione della patria. Osservando la bellezza naturale dell’Italia, Jacopo prova un senso di dolore e frustrazione: la bellezza della natura contrasta con la condizione di oppressione e sottomissione politica della nazione.

Il tono della lettera è profondamente malinconico, e Jacopo descrive l’Italia come una“terra bella e infelice”. Questo contrasto tra bellezza naturale e tristezza politica rappresenta il dramma di un popolo che, pur possedendo una grande eredità culturale e paesaggistica, è soggetto alla dominazione straniera. Jacopo parla della patria come di una madre oppressa, incapace di risollevarsi, e descrive i giovani italiani comeschiavi dispersi in paesi stranieri, costretti a lasciare il proprio paese senza una prospettiva di ritorno.

Ne sono temi principali:

  1. Patriottismo e disillusione politica: Jacopo è il simbolo di una generazione delusa dalle promesse di libertà e di indipendenza. La lettera esprime la rabbia per il tradimento politico e la frustrazione di vedere il proprio paese sottomesso a potenze straniere.
  2. Amore per la patria e l’eredità culturale: La descrizione dei paesaggi italiani e la nostalgia per la gloria passata evidenziano un amore profondo per la cultura e la storia dell’Italia. Per Jacopo, il paesaggio diventa un simbolo dell’anima stessa della nazione.
  3. Il contrasto tra bellezza naturale e decadenza morale: La natura, così perfetta e sublime, è in contrasto con la condizione politica e morale dell’Italia. Questo contrasto esprime la tensione tra l’ideale e la realtà, che tormenta Jacopo e lo rende incapace di trovare pace.

La” Lettera da Ventimiglia” è pertanto uno dei momenti più alti delle“Ultime lettere di Jacopo Ortis”, dove Foscolo, attraverso il personaggio di Jacopo, esprime il proprio dolore e la propria delusione patriottica. La lettera è un manifesto di amore disperato per la patria, di denuncia del tradimento subito dall’Italia e di lamento per una condizione storica che sembra senza speranza. Foscolo, attraverso Jacopo, celebra la bellezza dell’Italia, ma allo stesso tempo mette in luce il dramma di un popolo incapace di risollevarsi e di riconquistare la propria dignità.

Da Genova a Milano- Assediato, senza viveri e senza notizie da parte di Napoleone, il generale Massena decise di non potere resistere oltre e il 2 giugno accettò di firmare una “convenzione” con il nemico, non volendo sentire parlare di “capitolazione”. L’incontro per la firma fu fissato a Cornigliano, presso una cappelletta dedicata alla Vergine: vi parteciparono il generale Massena, quello austriaco Ott, l’ammiraglio inglese Keith e il ministro della Repubblica Ligure Luigi Corvetto.

In realtà sarebbero bastati ancora pochi giorni di resistenza, perché Napoleone aveva già superato le Alpi e occupato Milano, ma Massena non poteva saperlo, mentre gli altri, che ne erano ben consapevoli, avevano fretta di concludere e così accettarono di controfirmare quella particolare formula di resa che Massena volle definire “convenzione”.

Il generale ottenne comunque condizioni onorevoli per sé, le sue truppe e gli abitanti della città: egli sarebbe rimasto libero di rientrare in Francia; i suoi soldati potevano lasciare la città con armi e bagagli; i feriti e gli ammalati sarebbero stati curati fino a quando non fosse possibile trasportarli via mare.

Il 5 giugno le truppe imperiali entrarono in Genova, sotto archi di trionfo improvvisati. Ma la loro vittoria durò poco. Il 14 giugno 1800, infatti, nella battaglia di Marengo Napoleone trionfò e le armate francesi ripresero possesso della città.

La resistenza di Genova era finita. Restava l’amaro per una resa, necessaria date le condizioni dei suoi abitanti, ma soprattutto restavano in Genova migliaia di morti, la maggior parte dei quali sepolti in fosse comuni, e di feriti che dovevano attendere di essere trasportati via mare in ospedali vicini; molte erano le case distrutte o con il tetto sfondato dagli obici; i magazzini erano vuoti e ogni possibile riserva di cibo era stata consumata; il porto era stato saccheggiato dagli Inglesi prima di abbandonare il blocco navale; nell’aria si respirava l’assoluta incertezza di ciò che, per tutti quelli che restavano, avrebbe comportato il futuro.

Ai primi di giugno 1800, come deciso negli accordi della “convenzione”, Foscolo lasciò Genova, insieme ad altri ufficiali cisaplini e tutti gli altri militari dell’Armata Generale. I non militari poterono prendere la via del mare; tutti i soldati, di qualunque grado, dovettero invece seguire la via di terra verso la riviera di Ponente e da lì verso la Francia. Requisiti dagli austriaci tutti i cavalli, ogni spostamento doveva essere fatto a piedi.

Lasciando la città in cui aveva vissuto per qualche mese, nella mente del “poeta-militare” si affollarono i ricordi delle esperienze che lì aveva vissuto, alcune piacevoli, altre dolorose.

Ripensò alla dama velata, Luigia Pallavicini, che gli aveva ispirato l’ode in cui aveva esaltato la bellezza come ideale supremo; riprovò il profondo sentimento di trasporto verso Teresa Pickler Monti che neppure a Genova aveva potuto trasformare in amore; si consolò ricordando il piacere che aveva condiviso con Annetta Viani Cesena e quello, più carnale ma meno significativo, con altre donne conosciute in città; risentì sulla sua spalla la mano amica del generale Fantuzzi che era morto onorevolmente in combattimento; risentì i suoni delle feste a palazzo a cui aveva partecipato, spesso cercando di isolarsi da quella folla che avvertiva emotivamente lontana da sé; rivisse gli scontri con gli assedianti sulle colline e presso i forti che guardavano il mare; toccò con la mano quella ferita alla gamba che lo aveva immobilizzato per qualche tempo ma che ora, fortunatamente, aveva lasciato di sé soltanto una cicatrice.

Genova lo aveva confermato come coraggioso comandante militare, ne aveva applaudite le rime, ne aveva condiviso la speranza in Napoleone Bonaparte, gli aveva permesso di conoscere uomini e donne che avevano lasciato un segno nel suo cuore e nella sua mente.

Ma ora altri avevano deciso che anche per lui era arrivato il tempo di lasciare quella città per iniziare una nuova avventura di vita.

Tiziano Franzi


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T.Franzi

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