Ho trascorso le vacanze di Natale con l’influenza; febbre a 38,5 e letto, lana e latte perché i medici di base erano in ferie o malati e la continuità assistenziale era indisponibile.
di Gianfranco Barcella

A Capodanno nella città metropolitana di Genova neppure un medico era disponibile. Piccardo del P.D.: “La catastrofe era annunciata!” L’alternativa era per me, quella di recarmi al Pronto Soccorso ma a Savona c’era un record di accessi, 425 in tre giorni delle festività natalizie!
Ho sperato che dopo tre giorni la febbre scemasse senza complicazioni polmonari. E’ così per fortuna è stato.. Il Pronto Soccorso dell’ospedale San Paolo restava il secondo dopo il San Martino per afflusso di pazienti. La dott.ssa Grazia Guiddo che da fine novembre è ufficialmente direttore del Pronto Soccorso savonese lo aveva preannunciato che sarebbero stati giorni <complicati> per il San Paolo, complice le varie festività che ai sono sommate, creando così un ponte, lungo nemico di queste situazioni.
Il presidente Bucci aveva invitato ad andare nelle Case di Comunità per non intasare le emergenze. Il problema è che la Casa di Comunità a Savona si aprirà verso fine marzo p.v. Così mi ha confermato l’infermiera alla quale ho chiesto il kit per il rilevamento del sangue occulto delle feci. “E sicuramente mancherà il personale!”, ha sottolineato con lo sguardo sconsolato.
Io mi sono permesso di aggiungere: “Ma non dovrebbero essere tre i test per poter fare un accertamento affidabile del sangue occulto nelle feci?”. “Sì, ma è un problema di budget!” .
Intanto la fase acuta della mia patologia è finita ma l’emergenza nei pronto soccorso è rimasta. Nella serata dell’Epifania sono arrivate al Pronto Soccorso fiorentino circa 15 mila chiamate. Il 10% egli utenti chiedeva un certificato per il lavoro, il 22% la prescrizioni di un farmaco. (Se Atene piange, Sparta non ride). Intanto anche l’Epifania si è portata via tutte le feste ed i Pronto Soccorso continuano ad essere molto affollati, nonostante i dati ufficiali relativi all’influenza non siano ancora disponibili e la Regione Liguria abbia varato un piano per alleggerire la pressione nel periodo festivo.
I pronto soccorso comunque il massimo grado di affollamento indicato da colore <rosso> sul sito web <Pslive> della Regione Liguria sono a Genova, il Galliera con 88 persone in cura e 19 in attesa e l’Evangelico di Voltri con 27 persone in cura e tre in attesa, a Savona, il San Paolo con 35 in cura e 4 in attesa, nell’imperiese, il Borea di San Remo con 40 persone in cura e 16 in attesa ed il Saint Charles di Bordighera con 9 in cura e 10 in attesa, alla Spezia , il Sant’Andrea con 23 persone in cura e 14 in attesa ed il san Bartolomeo di Sarzana con 26 in cura e 4 in attesa.
In Liguria sono stati 3.203 gli accessi nelle Case di Comunità negli ambulatori aperti a tutti nei giorni festivi per visite a pazienti con patologie a bassa complessità , e in particolare, con le forme di influenza che hanno caratterizzato questo periodo di festività. Le aperture straordinarie sono proseguite anche nel giorno dell’Epifania. “Si tratta di numeri significativi- ha commentato l’assessore alla Sanità della Regione Liguria, Massimo Nicolò– che ci hanno consentito di prendere in carico e dare risposte a migliaia di persone con l’influenza. Queste strutture destinate alla bassa complessità hanno anche permesso di limitare gli accessi nei pronto – soccorso, come sempre numerosi in questo periodo”.
“Sono queste le ragioni che ci hanno indotto, in collaborazione con tutte le aree della Regione, a garantire la disponibilità dei medici di medicina generale per far fronte alla diffusione dell’influenza che sta raggiungendo proprio in questi giorni il picco stagionale- spiega ancora Nicolò– Ricordo ancora una volta che nell’area metropolitana genovese, è attivo l’ambulatorio di prima accoglienza per codici a bassa complessità all’ospedale Gallino di Genova Pontedecimo, attivo tutti i giorni dalle ore 8 alle 20, ad accesso diretto ed il punto di primo intervento all’ospedale Micone di Sestri Ponente, dalle 8 alle 20”.
Intanto il 1 Gennaio è scattata ufficialmente la riforma fortemente voluta dal Presidente della Regione Marco Bucci. Due sono le novità principali: la nascita dell’Agenzia per la tutela della salute Liguria (ATS) che unifica le cinque ASL liguri in un’unica struttura centralizzata per razionalizzare governance e la spesa con a capo Marco Damonte Prioli, trasformando le vecchie Asl in aree distrettuali dirette da un responsabile territoriale.
E’ stata creata l’azienda metropolitana ospedaliera (Aom), guidata da Monica Calamai che gestirà il Policlinico san Martino, il Villa Scassi, il Galliera (pur con una sua autonomia) e l’ospedale futuro degli Erzelli, una volta realizzato. Ogni ospedale avrà un direttore di plesso. Il presidente Bucci sostiene che tutto questo è stato architettato non per risparmiare. La maggioranza la presenta come uno strumento per razionalizzare le spese e liberare risorse per l’assistenza, mentre i sindacati e le opposizioni la definiscono <una controriforma> che non affronta il problema annoso delle liste d’attesa e la carenza del personale, allontanando ulteriormente le decisioni dai territori.
Questa riforma deve confrontarsi con un sistema sanitario sotto pressione, specialmente in una regione come la Liguria, dove Genova è l’area popolata dalle persone più anziane d’Europa, con una fuga di pazienti verso altre regioni sempre più preoccupanti. Tra i nodi più critici possiamo elencare: 800 infermieri mancanti, pronto soccorso sotto organico, medici over 60 in uscita dal sistema sanitario senza opportunità di ricambio, specialità deserte fino al 60% (come la Medicina d’Urgenza), liste d’attesa ridotte del 90% per le priortà brevi ma persistenti in una regione con il 34% dei residenti che sono over 65.
E poi esiste il problema della gestione delle 32 case di comunità che dovrebbero aprire entro marzo, grazie ai fondi del Pnrr, ed i cantieri dei nuovi ospedali. Ad oggi nei principali ospedali genovesi, i pronto soccorso restano sotto pressione, con molti accessi impropri e tempi di permanenza in barella(il cosiddetto <boarding>) che possono protrarsi per giorni prima del ricovero. Le aree di emergenza lamentano carenze di personale e condizioni di lavoro al limite della sicurezza per operatori e pazienti.
La crisi nazionale dell’emergenza-urgenza coinvolge anche la Liguria: a livello nazionale, il 40% degli accessi è di bassa priorità; la società italiana di medicina d’emergenza-urgenza rileva che il 69% dei pronto soccorso è sotto il 75% dell’organico a gennaio (con il 30% dimezzato), anche per i contratti dei gettonisti non più prorogabili su indicazoni del Ministero della Salute Orazio Schillaci. Tra le cause della <grande fuga> dal pronto soccorso: burnout da turni eccessivi, aggressioni al personale e prospettive di carriera- anche economiche-più allettanti all’estero.
In Liguria mancano 800 infermieri (200 persi solo nel 2024), il 27% è over 55; l’università ne laurea 280 all’anno, ma non bastano a coprire i pensionamenti e le nuove attività , come le case di comunità. Si contano inoltre 163 medici di medicina generale mancanti, con metà over 60. L’età media nel sistema nazionale è di 57 anni; nel post pandemia, cinquemila sanitari italiani sono emigrati in Svizzera, dove gli stipendi sono maggiori del 20%.
Le liste d’attesa per visite specialistiche e diagnostica restano un altro nodo contestato con prenotazioni, le non urgenti che slittano per mesi. Nel 2025 le prestazioni brevi (entro 10 giorni) sono calate del 90% secondo il presidente Bucci, solo il 10% non riceve risposte entro i termini, e per questo è attivo un percorso di tutela. In questo quadro persiste la mobilità sanitaria<in fuga>; ogni anno migliaia di Liguri si curano fuori regione, con un saldo economico negativo di decine di milioni di euro. Nonostante gli stanziamenti aggiuntivi, il bilancio della sanità regionale resta in rosso con un disavanzo che va dai 19 milioni annunciati dal presidente Bucci ai 200 milioni denunciati dalle opposizioni. Quello che è certo è che il sistema finanziario sanitario è ancora troppo fragile ed è chiamato a tenere insieme il contenimento dei costi ed il mantenimento dei livelli essenziali di assistenza!
Io ho un’idea che mi frulla nella testa da tempo: il sistema sanitario nazionale prima di puntare al bene dei pazienti si preoccupi di rimpinguare i beni di alcuni privilegiati. Penso per esempio alla mancata ricerca sulle malattie rare che lasciano i piccoli pazienti senza cure adeguati perché le case farmaceutiche non investono in ricerca in quanto non remunerative! E ci sarebbe molto altro da dire sui protocolli terapeutici…
Gianfranco Barcella
