Un’espressione efficace e rassicurante si affaccia con sempre maggiore frequenza nel linguaggio pubblico. Ma la sua forza retorica rischia di semplificare eccessivamente ciò che, per natura, è complesso.
di Vincenzo Bolia
L’espressione “pace disarmata e disarmante” ultimamente ricorre nelle parole di figure autorevoli. Viene pronunciata come se fosse in grado di racchiudere, in una formula breve e armoniosa, un’idea condivisa di futuro. È una frase che convince subito: suona bene, non urta, non divide. Proprio per questo, però, merita di essere osservata con attenzione, senza fretta e senza pregiudizi.
Dal punto di vista linguistico, la sua efficacia è indiscutibile. Disarmata e disarmante condividono la stessa radice e costruiscono una musicalità immediata, quasi ipnotica, che facilita la memorizzazione e la diffusione. È una di quelle espressioni che sembrano nate per circolare, per essere ripetute e rilanciate, più che per essere analizzate. Il loro successo comunicativo precede e spesso sostituisce il ragionamento.
Sul piano semantico, tuttavia, emergono ambiguità non marginali. Disarmata rimanda all’assenza delle armi, ma evoca anche una condizione di inermità, di esposizione, di vulnerabilità. Disarmante, al contrario, non riguarda i fatti ma l’effetto emotivo e morale: indica ciò che spiazza, che colpisce, che commuove, che rende difficile l’aggressività. Nella stessa espressione convivono dunque un livello concreto e uno simbolico, senza che venga chiarito in che modo il primo dovrebbe produrre il secondo.
C’è poi ciò che la formula non dice, e che forse è ancora più significativo. Non esplicita un soggetto: non indica chi dovrebbe disarmarsi, in quali tempi, con quali modalità, sotto quali controlli. Non fa riferimento a garanzie, verifiche, responsabilità. La pace viene così sottratta alla dimensione storica e politica e collocata in una sfera prevalentemente etica, dove l’intenzione rischia di prendere il posto del processo.
Eppure la storia, anche quella più recente, racconta una realtà meno armoniosa. Le paci che durano non nascono da suggestioni morali né da dichiarazioni solenni, ma da costruzioni pazienti e spesso faticose. Sono il risultato di negoziati complessi, di compromessi talvolta dolorosi, di equilibri fragili che devono essere continuamente manutenuti. Si reggono su regole condivise, su meccanismi di controllo, su forme di deterrenza che non preparano la guerra, ma cercano di impedirla.
In questo senso, la pace reale è quasi sempre imperfetta. Non soddisfa pienamente nessuno, ma funziona proprio perché tiene conto dei limiti, delle paure, degli interessi in gioco. È una condizione che va difesa giorno per giorno, non un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. Pensarla come un puro atto morale rischia di indebolirla, non di rafforzarla.
C’è anche un aspetto culturale che merita attenzione. Espressioni come “pace disarmata e disarmante” sono difficili da mettere in discussione senza apparire contrari a un valore universalmente condiviso. In questo senso la loro forza simbolica può trasformarsi in un limite del dibattito, perché riduce lo spazio del confronto critico e rende sospetta ogni obiezione. La formula protegge chi la pronuncia, ma non aiuta necessariamente a capire.
Se si vuole parlare seriamente di pace, forse occorre rinunciare alla seduzione delle parole e accettare un linguaggio meno brillante ma più preciso. La pace, quando funziona, nasce da accordi negoziati e verificabili, da garanzie di sicurezza reciproche, da una riduzione graduale e controllata delle armi. Non è un gesto simbolico, ma un percorso. Non un auspicio, ma una costruzione che richiede tempo, competenza e responsabilità.
Forse, allora, la pace non coincide con l’assenza delle armi, ma con la presenza di strutture politiche e diplomatiche capaci di rendere la guerra impraticabile, sconveniente, inutile. È una condizione che si mantiene con fatica, non un’emozione che si invoca. È meno luminosa di uno slogan, ma infinitamente più concreta.
CONCLUSIONE- Resta una domanda, più che una risposta. Se le parole che scegliamo per parlare di pace servano a chiarire la realtà o piuttosto a consolarci di fronte ad essa. Se le formule che ci rassicurano aiutino davvero a costruire soluzioni, o finiscano per sostituirle.
Ognuno di noi può decidere se una pace evocata da uno slogan rappresenti un primo passo necessario o un punto di arrivo troppo comodo. Tra l’armonia delle parole e la fatica della realtà, il confine è sottile. Ed è forse su quel confine che, oggi, vale la pena fermarsi a pensare.
Vincenzo Bolia
FORMULA
Parole lucide
inermi
scivolano
senza peso
la pace si dice
non si costruisce
intanto la storia
resta armata
di silenzio.
