D’accordo, non sarà il Musikverein di Vienna o la Fenice di Venezia, ma nel suo piccolo anche il Chiabrera di Savona sa scaldare i cuori nel passaggio da un anno all’altro.
di Angelo Magnano
Se poi il concerto è offerto gratuitamente ai cittadini e non si devono pagare cifre iperboliche o sperare nella Dea dei sorteggi, come nei due templi della musica sopra citati, il consenso popolare è assicurato. Bisogna solo armarsi di pazienza nella mattina in cui si distribuiscono i biglietti, sapendo che fanno presto ad esaurirsi. Ma, dai commenti raccolti presso il pubblico, pare che questa volta la coda sia stata meno delirante e la biglietteria più razionalmente organizzata rispetto allo scorso anno.
Dunque eccoci qui, nell’elegante teatro civico pieno in ogni ordine di posti e tirato a lucido come si addice ai dì di festa. I convenevoli di casa spettano, come protocollo esige, al sindaco Marco Russo e all’assessore alla cultura Nicoletta Negro. Il primo prende spunto dal recente Confêugo per auspicare un 2026 di pace, dove prevalgano “le relazioni sui conflitti” e la “serenità sia il presupposto per costruire una civiltà di pace”. La seconda rafforza il concetto, ispirandosi però a san Francesco d’Assisi, di cui ricorrono nel 2026 gli ottocento anni dalla morte.

La “sezione” musicale dei saluti spetta al presidente dell’orchestra sinfonica di Savona Claudio Gilio, che vuole con sé sul palcoscenico i rappresentanti di due generazioni agli antipodi: Giuseppe Tardito, storico ispettore d’orchestra, da trent’anni collaboratore dell’istituzione savonese e con un passato glorioso tra le fila dell’orchestra nazionale della Rai di Torino e di quella del teatro Regio. E la giovanissima Zoe, violoncellista in erba e convincente “sponsor” del progetto Accademia GO!, i corsi gratuiti di musica (sezione archi, al momento) per studenti, frutto della collaborazione fra accademia Ferrato-Cilea e liceo Chiabrera-Martini.

Per quanto riguarda il programma della serata, Gilio si limita a raccomandare in particolare – come dargli torto? – l’ascolto devoto del secondo movimento della Sinfonia n.7 di Beethoven, un allegretto “intriso di serenità, dolore e speranza“. Le introduzioni ai singoli pezzi in programma spettano, invece, alla scrittrice e musicologa Emanuela Ersilia Abbadessa, che si disimpegna con la consueta miscela di serietà ed ironia, non lesinando qualche siparietto con il direttore Giovanni Di Stefano.

A lui è affidata la conduzione dell’orchestra sinfonica di Savona in un programma che sorprende per l’impaginazione della parte ufficiale. Un unico valzer, il celeberrimo An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) di Johann Strauss figlio, bis d’obbligo del concerto di Capodanno viennese, a fronte della impegnativa Sinfonia n. 7 in la maggiore di Ludwig van Beethoven, ribattezzata da Wagner “l’apoteosi della danza”, della popolare ouverture dall’operetta Dichter und Bauer (Poeta e contadino) di Franz von Suppée della non meno nota Marcia dal primo atto del balletto Lo Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Solo nei bis si ritorna a Johann Strauss figlio con quattro polke, tre schnell (veloci), ossia Vergnügungszug (Treno dei desideri), Tritsch–Tratsch (Chiacchericcio) e Unter Donner nd Blitz (Sotto tuono e fulmine) ed una più elegante, la Annen-Polka, dedicata a tutte le Anne e che ha visto lo stessoDi Stefanoimprovvisarsi danzatore insieme al primo violino. Patriottico l’ultimo bis: non certo la Radetzky-Marsch, che sa troppo di vittorie asburgiche sui rivoltosi delle cinque giornate di Milano, bensì il Canto degli italiani, inno nazionale meglio noto come “di Mameli”, cantato da tutto il pubblico in piedi e con commossa partecipazione.
Al netto di qualche imprecisione qua e là nelle sezioni dei legni e degli ottoni, e di una non sempre riuscita compattezza di suono negli archi – ma si può scusare per la giovane età degli strumentisti – l’orchestra sinfonica di Savona sotto la guida di Di Stefano ha offerto una serata gradevole, ed è meritorio aver riservato buona parte del concerto ad un capolavoro sommo come la Settima di Beethoven, lasciando ai “bis” le partiture dai toni più scanzonati. Un modo per far crescere culturalmente l’uditorio e forse non è un caso che sia scappato solo qualche timido applauso tra il secondo e terzo movimento della Sinfonia.
Angelo Magnano
