Ai non pochi grattacapi che assillano il vescovo di Savona-Noli monsignor Calogero Marino se n’è aggiunto, in questi giorni, uno di cruciale importanza: trovare un sostituto al compianto don Piero Giacosa, il presbitero morto prematuramente all’età di 62 anni, il 3 gennaio scorso.
di Angelo Magnano
La grave malattia che gli era stata diagnosticata in agosto, con le limitate speranze di una risoluzione positiva, ha di certo lasciato al vescovo il tempo per considerare i possibili scenari che si sarebbero aperti con la scomparsa di don Piero. Ma la scelta rimane comunque delicata e complessa, perché riguarda la Cattedrale, ossia la chiesa-madre della diocesi, la parrocchia più importante del centro di Savona (che ingloba le due preesistenti di san Giovanni Battista e sant’Andrea) e il porto, con la chiesa di san Raffaele e la realtà della Stella Maris. E, soprattutto, perché di preti con le qualità spirituali ed umane come don Piero ve ne sono pochi in giro. Al momento, quindi, il vescovo ha prudentemente assunto ad interim la reggenza delle chiese sopra citate, in attesa di sciogliere il rebus.
Affettuosamente noto come “don Pierone”, per il suo fisico non da ballerino, il presbitero originario di Noli – anzi, Voze, come amava ricordare – aveva il raro dono di saper coniugare con invidiabile naturalezza l’alto e il basso, il popolare e il colto, il dialetto ligure e il latino del gregoriano, la serietà e l’ironia, le espressioni verbali più colorite (qui irriferibili) con le finezze spirituali più sorprendenti. Il tutto incarnato in un’umanità capace di empatia e vicinanza a tutti, senza esclusioni, e in un’intelligenza acuta e creativa. Che fosse molto umorale era ben noto, così come proverbiali erano certe sue reazioni “di pancia”, ma bastava aspettare il momento giusto e si era certi che avrebbe tirato fuori il suo volto più vero: tenerissimo, per certi aspetti fanciullesco. Sempre autentico, senza veli ed ipocrisie.
La lunga sfilza di incarichi che ha ricoperto, elencati dal comunicato stampa della diocesi e che sembrano evocare il “catalogo è questo” del don Giovanni mozartiano, la dice lunga sulla stima che i vescovi succedutisi sulla cattedra di Savona hanno avuto per lui: pro-rettore del Seminario, economo diocesano, responsabile dell’Ufficio liturgico, rettore della Cattedrale, prevosto del capitolo dei Canonici, parroco di importanti parrocchie come Celle san Michele e San Giovanni Battista ed Andrea in Savona. Per tacere di altri ruoli apparentemente minori ma che lo hanno visto protagonista attivo, come assistente spirituale dei pellegrinaggi dell’Unitalsi a Lourdes, e senza dimenticare che perfino l’esarcato apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino, apprezzando la sua competenza e i suoi fedeli rapporti con la chiesa ucraina, lo aveva incaricato di un compito prestigioso.
Tutto ciò ben si spiega alla luce delle qualità umane e pastorali che lo rendevano particolarmente adatto ad assumere responsabilità negli ambiti più diversi. Di una cosa si poteva star sicuri: che anche quando metteva la testa dietro a pesanti faccende amministrative – e Dio sa quante ne ha dovute affrontare da economo diocesano in anni torbidi – non avrebbe mai smarrito le radici più profonde della sua vocazione presbiterale. Quelle radici che partivano dall’esperienza adolescenziale e giovanile in Seminario – è stato uno degli ultimi ad aver frequentato il “minore” nelle medie e nelle superiori ed è sempre rimasto grato di quel percorso, soprattutto verso don Pietro Pinetto e don Andrea Giusto – ed erano poi maturate attraverso la frequentazione della Fuci e del gruppo di Noli, con don Achille Tronconi. Esperienze che avevano permesso a quelle radici di scendere in profondità nel terreno della vita e di consolidarsi in uno stile sacerdotale originalissimo ed inconfondibile. Non aveva bisogno di imitare modelli di preti: bastava la sua personalità per definire chi voleva essere.

Non da ultimo, va ricordato un suo tratto oggi quanto mai profetico, a fronte di tanti rigurgiti sacrali che vorrebbero relegare il prete alla sacrestia e ai riti: la sua capacità di stare anche “da laico” nella società. Per lui il ministero sacerdotale voleva dire partecipare alla vita anche civile del territorio, costruire ponti e relazioni con mondi apparentemente “altri” dalla chiesa ma in realtà vicini. Ben lo sanno soprattutto gli abitanti di Celle Ligure, che lo hanno visto in prima linea nelle iniziative civili e culturali della città e che non si sono stupiti più di tanto quando ha accettato di assumere la presidenza della locale squadra di calcio, leggendovi non una narcisistica esibizione di protagonismo, bensì un modo di stare accanto ai giovani e ad un settore, quello dello sport, spesso trascurato dal mondo ecclesiastico. Un modo, insomma, di essere pastore di tutti, con “l’odore del gregge” così caro a papa Francesco, che certamente lo avrebbe incoraggiato in tal senso.
Per questa, e per tante altre ragioni, sostituire don Piero non sarà facile per il vescovo di Savona-Noli. E, ahimè, non c’è intelligenza artificiale che possa supplire in questi casi.
Angelo Magnano
2/POST DI ALEX DONZELLA: Don Marco era un prete vero!

Un giorno triste, un cuore pieno di gratitudine.
