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Genova: un quartiere scomparso amato da pittori, viaggiatori e suicidi. Una storia fotografica di via della Madre di Dio


Da Capodanno alla Befana, a Genova, tra via Madre di Dio e vico dei Tre Re Magi. Un quartiere scomparso amato da pittori, viaggiatori e suicidi.

di Ezio Marinoni

Strada della Madre d’Iddio e ponte di Carignano a Genova, 1847

Il centro storico di Genova, famoso e così reclamizzato ai turisti, è fatto di vicoli angusti, locandine votive centenarie, chiese secolari e leggende suggestive. Un tempo, se si fosse chiesto a un genovese qual’era la via più caratteristica del centro storico, questo avrebbe detto: “via Madre di Dio”.

E proprio qui è stato compiuto il più macroscopico scempio edilizio del secondo dopoguerra.

Non è facile raccontare via Madre di Dio, la sua storia e la sua fine. Era una piccola valle “fuori le mura” trasformata nei secoli in un quartiere immortalato da illustratori, pittori e fotografi, distrutto con l’ignavia e la cattiveria dei tempi della cementificazione selvaggia.

Qui intorno, alcuni luoghi hanno ancora antichi nomi (vico Boccafò, salita Montagnola dei Servi, vico del Pomo-granato) che evocano perduti ricordi nei più vecchi abitanti del quartiere, cacciati dalle loro case.

In merito alle distruzioni e allo scempio che ha portato ai cosiddetti Giardini di Plastica di Genova ho già offerto una lettura e uno scorcio il 9 maggio 2024 (Trucioli, Anno XII Numero 39):

https://trucioli.it/2024/05/09/riscoprire-una-genova-che-non-esiste-piu-un-racconto-e-un-libro-tra-le-mani-di-bruno-marengo/

Al riguardo, così scrive Giuliano Galletta, nella prefazione al volume fotografico che Adriano Silingardi ha dedicato al quartiere (La città invisibile. Una storia fotografica di via della Madre di Dio, Edizioni Il Canneto): « Nei primi anni Sessanta i miei nonni paterni abitavano in via Madre di Dio, in un palazzo con scale strette e ripide che io bambino riuscivo a malapena a salire. Le ho impresse nella memoria, come lo spazzino (come si diceva allora) che, con un grosso sacco, le scendeva lentamente, dopo aver raccolto, porta a porta, la spazzatura; era la materializzazione dell’uomo nero, quello evocato dagli adulti per intimorire i bambini “cattivi”, a me però non faceva nessuna paura, anzi, mi era molto simpatico. Ricordo poi il giorno in cui i nonni celebrarono le loro nozze d’oro, con una messa nella chiesa della Madre di Dio; all’uscita, tutta la famiglia fu immortalata in una foto in cui compaio, tutto contento, in prima fila, con una mantellina e uno strano cappello. Come per tanti altri, quella foto è l’unica cosa che mi resta di via Madre di Dio. »

Un quadro del pittore olandese Pieter van Loon è forse l’immagine più famosa che ritrae la dimenticata e nostalgica bellezza di via Madre di Dio sotto il ponte di Carignano, al punto da diventare la copertina di un gioco da tavolo a tema storico intitolato “Zena 1814”. Tale passatempo è ambientato negli effimeri otto mesi di indipendenza della Repubblica di Genova compresi tra la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna (1814 – 1815), in seguito al quale Genova sarà ceduta ai Savoia.

Pieter van Loon nasce ad Anversa intorno al 1600, qui morirà poco più di sessant’anni più tardi. Secondo il Nederlands Instituut voor Kungstgeschiedenis, è figlio del pittore Guillaume van Loon e di Margrita Ingenhave. Nel 1652 e nel 1660 è iscritto come scapolo, ed è noto per le allegorie storiche. È menzionato, negli archivi della Corporazione di San Luca di Anversa, come destinatario di un pagamento della chiesa nel 1638. In questa sua opera “genovese”, datata al 1847 e oggi facente parte delle Collezioni Banca Carige, il pittore immortala con dovizia e ricchezza di particolari una scena di vita quotidiana, conferendole una straordinaria vivacità; con un sapiente gioco di ombre e luci, la strada si anima di una moltitudine di personaggi che popolano botteghe e osterie: marinai che giocano alla riffa, bambini che gironzolano per strada, garzoni e muli da soma che trasportano merci, una coppia a passeggio seguita da uno scolaro con i libri, popolane che chiacchierano. Su tutto, domina la scena il ponte di Carignano, che è anche il titolo di un dipinto e di un bozzetto preparatorio di Luigi Garibbo (Il ponte di Carignano e via Madre di Dio, un acquerello su cartoncino bianco), un pittore dalla incerta data di nascita, fra il 1782 e il 1784, morto nel 1869.

Questo luogo viene spesso citato nei resoconti di viaggio dei turisti e viaggiatori dell’epoca.

Montesquieu, ad esempio, scrive che «C’è un bellissimo ponte, costruito a spese di casa Sauli, che congiunge un’altura della città all’altra, costruito al di sopra delle case, ad un’altezza prodigiosa. »

Il ponte viene fatto costruire dalla nobile famiglia Sauli, il cui stemma si intravede sotto un’arcata, e inaugurato nel 1724: pensato come via d’accesso alla basilica di S. Maria Assunta di Carignano, doveva unire il colle di Sarzano con quello di Carignano, scavalcando l’impervio strapiombo di via Madre di Dio.

A causa dell’elevato numero di suicidi, Giulio Cesare Drago, alla fine dell’Ottocento, fa costruire a sue spese le cancellate ancora presenti sui parapetti del ponte per sbarrarli a coloro che li utilizzano per tentare il suicidio. Ancora oggi si legge una targa a lui dedicata: «Perchè non passi in consuetudine l’esempio antico e recente di gettare disperatamente la vita dai ponti di Carignano e dell’Arco, Giulio Cesare Drago ragguardevole mercante genovese negli anni 1877 e 1879 con largo dispendio provvide che di ferrea cancellata ne fossero barrate le sponde».

Proprio sotto l’imponente costruzione correva via Madre di Dio, che una discussa operazione urbanistica e finanziaria ha cancellato dalla geografia urbana di Genova, nella seconda metà del Novecento. L’imponente opera viene realizzata tra il 1718 e il 1724 dall’ingegnere francese Gerard de Langlade nell’ambito di lavori di ricostruzione che si sono resi necessari, iniziati qualche decennio in ritardo, a causa dei bombardamenti del 1684 su Genova.

In via Madre di Dio, sul pilone di ponente del ponte di Carignano, sopravvivono scarse tracce di un’edicola di Madonna col Bambino.

Il Vico dei Tre Re Magi, invece, prende il nome dall’omonimo Oratorio, eretto nel 1365 e poi ricostruito in forme barocche nel 1611, raso al suolo durante l’ultima guerra mondiale. Nei primi decenni del Novecento l’ex luogo di culto viene concesso a privati e adibito a fabbrica di mobili. Alcune opere d’arte al suo interno sono state recuperate e conservate presso il vicino Museo di S. Agostino, altre sono andate irrimediabilmente perdute: degli affreschi di Lazzaro Tavarone, Luca Cambiaso e di Bernardo Castello di cui parlano gli storici dell’arte, non si ha più traccia.

Le vicende di questa zona possono essere portate a emblema dell’ignoranza e della superficialità con cui i cementificatori del secolo scorso hanno gestito i beni comuni e distrutto vicoli e strade dalla storia millenaria, cancellando anche le contrade dei Lanaioli, dei Servi, della Madre di Dio e della Marina.

Forse per questo, nel cuore di Sarzano, dove tutto un giorno lo scempio ha avuto inizio, i genovesi hanno collocato la loro “Colonna Infame”,  all’angolo con Via del Dragone e nello spiazzo dietro l’abside di S. Agostino, postumo omaggia alla più celebre descrizione di Genova: « … Arrivando a Genova / Vedrai Dunque / una Città Imperiosa, / Coronata da Aspre Montagne, / Superba per Uomini e per Mura, / Signora del Mare/ Francesco Petrarca 1358, a Cura dei Genovesi / del Centro Storico / Giugno 1990 »

Più sotto prosegue: «Male non Fare / Paura non Avere”. 1945 1981A Vergogna dei Viventi e a Monito / dei Venturi Come Usava ai Tempi / della Gloriosa Repubblica di Genova / Dedichiamo Questa / Colonna Infame / all’ Avidità degli Speculatori / e alle Colpevoli Debolezze / dei Reggitori della Nostra Città. Con Vandaliche Distruzioni Hanno / Cancellato Tesori di Arte e di Storia / Eliminando Interi Quartieri / del Centro Storico Marinaro ed Artigiano / Deturpando per Sempre la Fisionomia / della Città fino all’Inaudito Gesto / di Demolire la Casa Natale di Nicolò Paganini. Essi Hanno Così Disperso la Popolazione / di Questi Quartieri con l’Infame / Risultato di Sradicare le Fiere Tradizioni / che Fecero Genova Rispettata e Potente. I Genovesi dei / Quartieri della. “Marina” / “Via Madre di Dio” / “Via del Colle” / “Portoria” / “Sarzano e Ravecca”. »

Alla base, la colonna si conclude con le amare parole di un grande musicista: «Non ci Sarà Mai Più un Secondo Paganini » Franz Liszt.

A riprova di quanto sia sentita questa storia genovese, nello scorso mese di maggio 2025 si è svolta la mostra “Il Quartiere Scomparso della Madre di Dio – Un Tuffo nel Passato”, a Palazzo Doria Spinola (Prefettura), per raccontare un viaggio nella memoria storica di uno dei quartieri più emblematici della città. Un progetto, curato da EventidAmare e I Ragazzi di Via Madre di Dio, realizzato in collaborazione con la Fondazione Paolo e Giuliana Clerici, il collezionista Stefano Finauri, con il patrocinio della Fondazione Franzoni e dell’associazione Amici di Paganini.

La mostra ha proposto un percorso didattico e artistico al fine di narrare la storia di un quartiere scomparso e ancora vivo nella memoria collettiva. La rassegna esponeva 15 opere pittoriche di 5 artisti: Antonio Vescina, Renzo Matta, Annamaria Agostino, Teresa Fior ed Enrico Merli, insieme a 33 schede storiche e 40 fotografie d’epoca. Il Loggiato Inferiore di Palazzo Doria Spinola ha ospitato, in questa occasione, una serie di quadri che, con stili diversi, intendevano interpretare le tradizioni e la vita quotidiana del quartiere della Madre di Dio, uno dei luoghi simbolo della storia di Genova.

Ezio Marinoni


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