Stefano Padovano: mezzo secolo di ritardi. Saggi sul crimine organizzato in Liguria (Rubbettino Editore). Padovano, noto criminologo e autore del libro affronta e illustra senza mezzi termini le problematiche legate al “crimine organizzato” in una regione, la Liguria, la quale si riteneva immune da tale presenza, quasi fosse “isola felice”. Nel 2014, in una conferenza ad Albenga, presente il sindaco Giorgio Cangiano, lo studioso affermava: “Loano ed Borghetto S. Spirito rispetto ad Albenga sono una bomba, persino Finale Ligure ha dati peggiori”.
Il contenuto del libro, agile e ben curato e che dice “della forza seduttiva e prorompente della corruzione” (p. 175), si poggia su validità scientifica e chiarezza espositiva per far comprendere quale sia il percorso che “dalla legalità porta all’illegalità” e come “la criminalità organizzata prova, e spesso riesce, ad andare a braccetto con esponenti della politica” (p. 89).
Dirò subito che di solito si è portati a saltare a piè pari l’Introduzione dei libri, ma in questo caso non è cosa da farsi perché qui è proprio l’Introduzione che fornisce (pp. 32, 33 e 34) la vera chiave di lettura dei capitoli successivi. Sono cinque gli stimolanti capitoli, suddivisi in 31 paragrafi e 9 sottoparagrafi, cui fanno seguito sei pagine di una ricca e attenta Bibliografia che comprende ben 133 voci.
La lettura propone un vero e proprio tuffo nel burrascoso mare, o meglio, nell’insidioso oceano dell’illegalità e della criminalità organizzata; o, se lo preferite, un viaggio, di sapore quasi dantesco, nei tortuosi e perigliosi gironi di dette illegalità e criminalità, con un taglio particolare – come dire: “mare, sole e… mafie” – riservato in special modo alla nostra Liguria: dall’estremo ponente all’estremo levante, Genova compresa, pur estendendosi la disamina anche al resto d’Italia e all’estero vicino e lontano.
Lo scopo di questo libro è duplice e lo si trova ben esplicitato a p. 97, là dove si dice che non si limita ad analizzare “casi più o meno accertati di corruzione o di concussione nell’esercizio dei poteri della sfera politica o di pubblico ufficiale” (Quanti casi esplodono su stampa e in tv tutti i giorni!), ma mira ad “indagare la genesi e la commistione di interessi tra gli attori della società civile e quelli delle consorterie criminali «illegali»”. Da una lettura attenta del libro di Padovano – che già nel titolo giustamente e con forza puntualizza “mezzo secolo di ritardi”, sottovalutazione e incomprensione del fenomeno mafioso – si comprende chiaramente, e l’autore lo dichiara a pagina 88, “quanto sia sfumata (per non dire inesistente) la linea di demarcazione che dovrebbe separare le sfere del legittimo da quelle dell’illegale”: è quella che il criminologo definisce dapprima “zona grigia”, preferendo poi la definizione di “zona interdetta” (p. 167), riferendosi a quello spazio, non virtuale ma fattuale, in cui nel corso degli anni, sia nel Nord Italia che nella nostra Regione, intelligentemente e, aggiungo io: con lenta e subdola cautela, la criminalità (gioco d’azzardo, edilizia, acquisto/vendita immobili, «pulitura» denaro illecito, usura, droga, favoreggiamento, intimidazioni e ritorsioni, attentati, violenze e minacce fisiche e verbali, prostituzione) si è introdotta, integrandosi e ammorbandolo, nel tessuto sociale ligure (edilizia, turismo, floricoltura, commercio, sport, attività portuali… con l’abbandono dell’ostico porto di Gioia Tauro per il più agevole porto di Genova e porticcioli limitrofi).
Mettendo a fuoco sul tema qui trattato “la «disattenzione» o la pigrizia intellettuale di molti accademici”, a mio parere Padovano non si è limitato a prendere in considerazione la presenza delle “criminalità organizzate” che hanno agito – a seguito di emigrazione, soggiorno obbligato o altro dal Sud al Nord – in zone molto distanti e diverse dai loro territori di provenienza, ma si è in particolare proposto di andare a fondo su tale aspetto perché, interpretando le combinazioni palesemente mafiose e quindi “a rischio criminale”, ha preso simultaneamente in serio e concreto esame da un lato “le criminalità organizzate” e dall’altro “l’ambiente ligure”, e ciò al fine di cogliere quali moventi, quali contaminazioni e quali collegamenti siano intercorsi fra le due realtà, oggi più complesse e sfuggenti a seguito della commistione tra italiani e stranieri.
La domanda che ogni lettore è portato a farsi e, con essa, la questione che solleva il libro è la seguente: “Ma il nord Italia e la Liguria sono davvero «isole felici» o sono dannatamente in mano alle «cosche mafiose»?” C’è da dire che, a tal proposito, i cinque capitoli del libro-saggio di Padovano si rivelano come altrettante fucilate che centrano in pieno il bersaglio, vale a dire quel crimine organizzato (‘ndrangheta, mafia, camorra) che, come una appiccicosa ragnatela, s’è esteso da tempo su tutto il territorio ligure, contaminandolo e insinuandosi nelle sue più diverse attività “di interazione tra sfere imprenditoriali apparentemente legali e aree della criminalità operanti nell’ombra ma presenti” (p. 65-66) palesemente “per convenienza reciproca – come si legge a p. 69 – tra imprenditoria deviata e mafia”. Certamente – e fin dagli anni Sessanta/Settanta – è l’assenza o la mancanza dello Stato che ha consentito e, diciamolo pure, favorito a tutti i livelli il proliferare delle organizzazioni illegali che allo stesso Stato si sono sostituite. Ovvia la deduzione che pare suggerire l’autore: più Stato, meno illegalità. A parte l’eclatante caso Teardo (p. 73), Padovano riporta “testimonianze dirette” e, anche senza far lunghi elenchi di nomi e cognomi, fa comprendere con esplicita chiarezza che, un po’ ovunque in Liguria, circolano e operano figure (o figuri?) poco raccomandabili, di provenienza ben specificata, accusate di… associazione a delinquere di stampo mafioso. Non c’è proprio da stare allegri, è necessario – e questo emerge nettamente – mettere in campo da parte dello Stato azioni di contrasto al tessuto criminale creando anticorpi atti ad evitare il riprodursi di comportamenti talmente illegali che, nel 2009, hanno finito per far assegnare alla Liguria… il triste record dei fallimenti di imprese (p. 79).
Commento finale: Guarda caso, è bastato sfogliare e leggere i quotidiani di questi ultimi mesi per rendersi pienamente conto come essi abbiano messo in luce, in località della Liguria, vari fatti di corruzione e collusione, anche ad alto livello, confermando così, in pieno, l’attenta e diligente, puntigliosa e, si può dire?, coraggiosa analisi condotta dal criminologo Stefano Padovano, secondo il quale non bastano “investigazioni, arresti e sequestri di patrimoni” (p. 163), ma anche – aggiungo io – incontri ad alto tasso educativo e civile con le scuole e nelle scuole… perché i giovani sappiano e siano informati.
Benito Poggio